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Giuseppe Ammendola e Patrizia Re: cucina vegana al Sana (INTERVISTE E FOTO)

In diretta dal Sana (Salone Internazionale del Biologico) che, nella giornata di chiusura, ieri 15 settembre 2015, ha premiato 3 tra i 300 in gara per l’innovazione nel packaging e nel concept, Blog di Lifestyle ha intervistato due delle personalità dello show di cucina vegana, che hanno partecipato alla manifestazione il 12 settembre. Scopriamo chi sono e le loro ricette per adulti e bambini.

Giuseppe Ammendola, scrittore e membro del Comitato Scientifico Associazione Vegani, vive da diversi anni in Francia, dove mantiene il suo stile di vita vegano e presto potrebbe partecipare ad un programma televisivo dedicato alla cucina, non solo vegana. Lo abbiamo incontrato al VeganFest dopo la presentazione della ricetta della sarasiccia. Ecco cosa ci ha raccontato.

Faccio parte del Blog di Lifestyle e la ringrazio per la disponibilità per questa intervista, come prima domanda vorrei chiederle di presentarsi, dirci cosa fa, perché ha scelto la cucina vegana e da dove è partito

Mi chiamo Giuseppe e ho scelto la cucina vegana perché rispecchia la mia sensibilità, nel senso che da diversi anni la amo e cucino diversi piatti per me perché sono vegano. Mi alimento in questo modo per la protezione degli animali e perché è salutare, però il primo motivo che mi ha spinto a cucinare vegano è il fatto che non potevo sopportare di cibarmi di altri esseri viventi.

Ci dica qualcosa in più del suo lavoro nelle cucine professionali

è un anno e mezzo che faccio la nutrizione professionale in Francia, prima facevo tutt’altro. Ero commerciante d’azienda
poi ho seguito vari corsi di cucina vegana. Mi piace mettere della creatività in quello che faccio, ho scritto dei romanzi, ora sono al secondo e ho pensato che cucinare potesse essere qualcosa che poteva riflettere il mio modo di fare e quindi ho scelto la cucina che è vegana perché io mangio in questo modo.

Ci parli un po’ dei suoi romanzi

Ho scritto 5 anni fa un romanzo dal titolo un po’ bizzarro “Rivoglio il mio bidet”, poi ne ho scritto un altro che si intitola “Il cuore e la luna” e preferisco parlare del secondo con il quale sono riuscito a fare più presentazioni. Il primo è stato davvero un lancio, poiché fino a che non sai che effetto può avere sui lettori non credi neppure in te stesso. Il primo romanzo è stato una sfida con me stesso, nel secondo mi sono sentito più a mio agio, ho visto anche delle aspettattive degli amici che mi avevano letto e in effetti è stato un romanzo piacevole, nel senso che ho avuto diversi complimenti. Ho continuato a scrivere e questo romanzo che sto ultimando è un po’ il senso dei messaggi che mi piace far trapelare da ciò che scrivo però è diverso. Ritengo che sia anche molto più leggero, anche se gli altri lo erano ugualmente. Un libro che ha come titolo “Rivoglio il mio bidet” non può essere che un libro leggero. Ho scelto di utilizzare dei simboli e delle metafore per far parlare i miei protagonisti, che esprimono comunque le loro sfide umane attraverso quello che succede, esprimono sentimenti con un linguaggio leggero. Con “Il cuore della Luna”, invece, avevo l’idea di scrivere un romanzo che è una favola. Si intitola “Anche i leoni mangiano la soia” e contiene delle vignette realizzate da una bambina di 12 anni. Queste vignette poi sono state pubblicate anche separatamente. In questo romanzo c’è una protagonista vegetariana però non è un decalogo sul vegetarianesimo, attraverso il percorso dei protagonisti c’è un arrichirsi che avviene proprio tramite il racconto.

Il vostro pubblico target comprende anche i bambini?

Per la favola si, mentre il romanzo li annoierebbe. I bambini sono sicuramente un pubblico importante, il pubblico del futuro, occorre partire da loro per influenzare le scelte di quelli che poi saranno la generazione del futuro. Speriamo che si comporti in modo diverso perché siamo noi che abbiamo la responsabilità dei danni che oggi vediamo nel nostro amato pianeta.

Ha delle ricette da consigliare ai nostri lettori?

Dare delle ricette.. non saprei. Non voglio peccare di presunzione. Ho qualcosa come la ricetta che ho creato stamattina, si chiama sarasiccia, in cui l’ingridiente base è il grano saraceno, però non ne ho tantissime. Mi piace cucinare per cui speso uso ricette già esistenti e magari utilizzo i miei gusti per modificarle e accontentare i miei gusti.

Una rapida guida per creare la sarasiccia?

La base è il grano saraceno, senza glutine, ricco di minerali quindi davvero un toccasana per il corpo. Penso che la sarasiccia sia un alimento buono e che fa bene.
I suoi componenti sono olio di oliva, confettura di pomodoro, brodo vegetale o dado, acqua, scalogno, sale e grano saraceno. Si porta ad ebolizione il grano saraceno facendo molta attenzione che non si rompa e poi si aggiunge a questa pasta ciò che si vuole. Questa mattina ho utilizzato formaggio vegetale, peperoncino che viene utilizzato per la prima tipologia oppure si possono usare pepe nero e semi di finocchio nella seconda tipologia. Ho fatto queste due paste, le ho fatte un po’ raffreddare, le ho messe in un forno adatto a microonde e ho arrotolato delle salsiccie: con spago alimentare si parte dalla testa, si compongono una ad una queste salsiccie e quello che viene fuori è la sarasiccia. Si tiene fuori per 24 ore e il giorno successivo si può mangiare. Se si vuole conservare per ancora 24 ore, vi assicuro che la pasta è ancora più buona.

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La ringrazio per questa gustosa ricetta. Quali sono i suoi progetti futuri?

La scorsa settimana ho partecipato ad un casting televisivo per una trasmissione che si tiene sulla M6, una rete francese. Durante la trasmissione ci saranno cinque cuochi che faranno da mangiare per gli altri quattro commensali e a seconda della bontà delle pietanze cucinate dal candidato di turno, i quattro daranno un voto. Mi è stato chiesto di cucinare e io ho avvisato che l’avrei fatto a mio modo secondo la cucina vegana, quindi sarà una bella sfida. La prima selezione è andata bene, la seconda mi hanno detto bene quindi dovrò aspettare giovedi prossimo per vedere se sono tra i 5 candidati, speriamo.

Il nome della sua pagina

La pagina è su Facebook ed è Vegissimo by Giuseppe Ammendola.

Le facciamo un in bocca al lupo. La ringrazio

Patrizia Re invece è rappresentante Peta in Italia e membro del Comitato Etico di Associazione Vegani Onlus Italia, nel corso dello show cooking ha preparato una base di quinoa con verdure per bambini, incluso il suo che ha assistito allo show insieme a suo padre. Ma lasciamo le parole alla creatrice della quinoa double face.

Ha appena presentato una ricetta per bambini, prima di parlare di questo, vorrei chiederle un commento sul Salone internazionale del Biologico.

Sono arrivata da 5 minuti, farò un giro oggi e domani però vengo da alcuni anni e devo dire che a primo impatto è molto più grande e più ricco. Sicuramente ci sono anche più stand. La parte che mi ha colpito molto è questa dedicata al Vegan Fest perché credo che ci siano sicuramente più aziende e quindi questo significa che c’è più interesse.

Com’è nato il suo interesse verso il mondo vegano?

Non l’ho detto prima però sono una vegana per etica. Sono nata come vegetariana, dal 91. Allora ero molto piccola, completamente da sola anche perché non c’erano le stesse tecnologie. Poi pian piano scoprendo più cose, essendo anch’io più informata sui prodotti e sulle scelte che si potevano fare, pian piano il mio percorso da vegetariano è passato al vegano, quando me la sono sentita. Quello che dico sempre è che certe volte ci sono aspettative, c’è chi si sente già arrivato e ci sono dei pregiudizi verso chi mangia ancora latticini, mentre in realtà ognuno ha i tempi propri anche di maturazione per le scelte che va a fare.

Quali sono i consigli per chi decide di diventare vegano?

Sicuramente provare, non avere paura di provare cose nuove, di essere curiosi. Tante volte ci si sente dire “ma allora se non mangi ne carne, ne pesce, ne latticini non mangi niente”. Questo non è vero, si mangiano molte più cose, perché si scopre quello che poi c’è qua attorno, un sottofondo di prodotti e alimenti diversi. La quinoa che ho presentato, non la conoscevo prima. Il mio consiglio è quello di non avere pregiudizi, buttarsi e provare.

A proposito della quinoa, può presentare nel dettaglio la ricetta che ha appena elaborato?

Se vuoi poi posso mandare nel dettaglio il piatto anche con le quantità, però, visto che adesso la mia sfida è di cucinare anche per più persone avendo un bambino piccolo che devo comunque accontentare e che è sempre più interessato a quello che c’è sulla nostra tavola piuttosto che dai cibi del periodo di svezzamento, ho pensato di utilizzare la quinoa, che ho chiamato quinoa double face, un po’ come una giacchetta che fuori è blu e possiamo girare e utilizzare perché non ha l’etichetta. Questa quinoa è composta da verdure di stagione, zucchine e carote, e partendo da questa parte e aggiungendo pochi altri ingredienti la quinoa si può trasformare in polpette vegetali o burger per accontentare un po’ di più il palato dei piccoli poiché la quinoa può non essere apprezzata dai più piccoli essendo in grani e quindi non facile da ingerire.

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Che cosa si sente di consigliare alle mamme che scelgono l’alimentazione vegana per i propri figli?

Io mi sento di parlare solo per mia esperienza personale perché sono scelte molto importanti. Quando poi vanno ad influire sulla vita di un’altra persona, al di la di noi stessi, è molto importante che la mamma nello specifico si informi, che sia pronta, che non si senta spinta a farlo e che non si senta nemmeno spinta a fare il contrario, spesso e volentieri spinta da quello che le persone le dicono. Bisogna provare e leggere molto. A me sono serviti tantissimo i libri sullo svezzamento naturale, sullo svezzamento vegano piuttosto che sull’alimentazione naturale, vegana e vegetariana. C’è veramente tanto. Consiglierei la letteratura italiana ma anche internazionale. Questo serve non solo a dare delle idee ma anche a farci sentire più tranquilli. Significa anche che non siamo gli unici a questo mondo ad intraprendere questo percorso. Non solo è possibile ma viene fatto da molte persone con risultati ottimi.

Che alimenti utilizza per suo figlio?

Sono proprio agli arbori, ma a lui piace molto quello che è dolce, quindi cerco di assecondarlo, dandogli ovviamente anche altre cose. Adora la frutta, quindi preparo tantissime pappe a base di frutta e altri ingredienti, come la crema di mandorle piuttosto che olio di lino o altre cose molto sostanziose e importanti per la sua crescita e delle specie di porridge ma a base biologica. E poi sto provando ad introdurre altre cose come le polpettine che ho fatto oggi. In realtà non volevo fargliele provare, perché non penso a mio figlio come la cavia dei miei piccoli esperimenti culinari, però era talmente interessato a quello che stavo facendo che gliel’ho fatto assaggiare e l’ha mangiato con gusto. Quella è stata una prova, però anche pasta di riso con zucchine o con pomodoro e via dicendo.

Ha avuto un mentore nell’avvicinarsi alla cucina vegana?

Nessun mentore, ad un certo punto nel mio cammino mi sono accorta che avevo abbandonato tutti gli alimenti di origine animale, quindi le uova, i formaggi, proprio non li compravo più. All’epoca mi capitava di non fare attenzione agli ingredienti della briosche che mangiavo al bar quindi li mangiavo in questi casi. Per il resto in casa mia non entrava più niente. Poi ci tengo a precisare che l’essere vegano comporta che si stia attenti a tutto quello che si fa, a tutti gli acquisti, anche nei prodotti per la casa, tutti quelli testati sugli animali, così come il dentifricio con cui ci laviamo i denti, il collutorio. Ho cominciato poi ad affinare questa consapevolezza e a fare scelte occulate, così come nell’abbigliamento e nei sottoprodotti alimentari.

Un messaggio per i nostri lettori di Blogdilifestyle?

Siate positivi, curiosi di provare, nuove cose, leggete tanto, informatevi, sia per la parte che per la controparte, cercate di tenere la torta a tutto tondo. Provate anche di partecipare per esempio alla settimanna vegana, provate a fare una giornata in cui mangiate solo vegetali. Vedrete che la salute ne beneficerà.

Dove potrebbero contattarla?

Il mio sito arriverà a breve, e nel frattempo c’è la pagina facebook che si chiama vegupyourlife, che è un’incitazione a provare un lifestyle un pochino più green.

La ringrazio

Andrea Cisternino: “Bisogna imparare ad amare gli animali” (INTERVISTA)

Discutere di salute alimentare diventa sempre più importante, specialmente in questi mesi, in cui nel nord della nostra penisola, a Milano, si celebra la fiera del cibo, l’Expo. Lo sanno bene anche gli organizzatori del Salone internazionale del biologico (Sana), che per l’edizione 2015, inaugurata proprio ieri a Bologna Fiere, hanno dedicato 4 dei padiglioni dell’area al biologico e in particolare ad alimentazione, cosmesi, benessere, sport e tanto altro. Scopriamo gli elementi salienti della prima giornata.

Inaugurato dall’attuale vice ministro alle Politiche agricole con delega al biologico, Andrea Olivero, il Sana si è rivelato un successo sin dalle prime ore della giornata di ieri, sabato 12 settembre. Accorsi da ogni parte d’Italia, ma anche d’Europa, i visitatori si sono affrettati verso l’ingresso portando anche le valigie con sè per assistere ad una vera e propria festa del bio.

Dai padiglioni 31 al 35, c’era l’imbarazzo della scelta: per citare alcuni esempi, si potevano gustare i prodotti di Val Venosta e Girolomoni per l’agricoltura, nel mondo dei prodotti per viso e corpo e della cosmesi si trovavano Germoglio, Artes Quaero, Parobio Cosmetics e biotiful. Per l’area benessere benessence e tanti altri.

Ma a catturare l’attenzione dei visitatori è stato soprattutto il Vegan Fest, adibito nel Padiglione 35, che si presenta come un grande complesso di stand che di anno in anno diventa sempre più grande e più frequentato. Chi intraprende questa strada lo fa per due ragioni: da una parte c’è chi rinuncia a carne, pesce, latticini per motivazioni scientifiche. Essere vegani, infatti, farebbe bene alla salute del nostro organismo e ad affermarlo sono anche Giorgio Fabbro, nutrizionista e vegan coach e Alberto Leonardi, campione di arti marziali. Questi ultimi però sono l’emblema della seconda motivazione e più conclamata motivazione per essere vegani, quella etica.

L’essere vegani è per questo gruppo di persone frutto di un pensiero empatico e sensibile nei confronti degli animali. Tutti dovrebbero essere rispettati e vivere in serenità, senza dover essere uccisi o maltrattati per scopi egoistici come la nutrizione degli essere umani. Un cuore nobile non si nutre di un animale che ritiene di amare – secondo quanto affermato da diversi sostenitori del movimento “Essere animali”, ma soprattutto da Andrea Cisternino, presidente della Fondazione International Animal Protection, che cerca di trovare la soluzione al problema dei maltrattamenti in prima persona.

Da fotografo di moda a fotografo di animali, Andrea Cisternino presenzia al Veganfest per ricevere un award per il suo impegno con la sua associazione che da anni lotta affinché soprattutto in Ucraina non ci siano più uccisioni di cani randagi (lo scandalo era scoppiato nel 2012 in occasione degli Europei di calcio a Kiev). Ma lasciamo che sia lui stesso con le sue parole a raccontare meglio questa esperienza.

Lei è presidente della Fondazione International Animal Protection League Onlus e si occupa della protezione degli animali e anche dei rifugi in Ucraina, ci spieghi cosa fa, come ha iniziato e per quale motivo ha fatto questa scelta così rischiosa.

Io ho iniziato perché sono sempre stato animalista però lo sono stato sempre per conto mio (andavo negli allevamenti) poi quando sono stato con Vlada sono andato in Ucraina e devo dire che, per quanto riguarda la Uefa e il governo ucraino, sono arrivato nel momento sbagliato per loro perché poi ho iniziato a vedere cosa stava succedendo, a denunciare l’abuso sui cani, a denunciare la Uefa ma anche canili di proprietà. Io e Vlada (la vicepresidente) abbiamo visto con i nostri occhi cosa stava succedendo: anche il mio cane che si chiama Cucciolo è stato avvelenato. Perciò io e Vlada abbiamo iniziato a denunciare e dopo di che non potevamo più tornare indietro. L’essere animalista mi imponeva di denunciare e di cominciare questa battaglia. Dovevamo rientrare in Italia a Como e invece io e Vlada ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di restare lì anche se la situazione era molto complicata.

Che cosa avete fatto esattamente?

Innanzitutto abbiamo iniziato a cercare volontari e poi purtroppo ci siamo messi contro dei delinquenti che si chiamano dog hunters che arrivavano dalla Russia. Purtroppo si trovano anche in Ucraina e uccidono ancora. Da lì abbiamo deciso di costruire una struttura dove mettere i cani. Abbiamo iniziato così a salvare dei cani. Abbiamo costruito Rifugio Italia, che abbiamo chiamato così perché tutte le donazioni arrivano dall’Italia. L’Ucraina non ci ha mai aiutato. Questo rifugio accoglieva 96 cani e purtroppo il 12 aprile del 2015 il rifugio è stato dato alle fiamme ed è cambiata un po’ tutta la storia.

Come siete riusciti ad andare avanti dopo l’incendio?

Dopo tre giorni ho chiamato i ragazzi che lavoravano al rifugio, abbiamo messo via i nostri cani, abbiamo avuto tutte le televisioni ucraine, giornalisti che piangevano durante le riprese. Addirittura ci hanno chiamato dalle zone di guerra. Quando poi abbiamo seppellito i corpi dei nostri poveri animali, ho chiamato i ragazzi e ho detto “basta piangere, dobbiamo ricostruire per noi e anche per loro”. Devo dire che sono rimasto sorpreso di questa solidarietà che ci è arrivata dall’Italia, anche da New York e da tanti artisti che ci hanno scritto. Per la prima volta ci sono stati ucraini che ci hanno dato soldi. Abbiamo trovato ragazzi a scavare lì tra le macerie. Sono arrivati con le cariole, le pale, il cibo. Questa tragedia ha fatto per un attimo cessare le rivalità tra Ucraina dell’Ovest e dell’est. Spero solo che questi morti servano a far cambiare il paese altrimenti sono stati morti inutili. Però noi sappiano che i nostri 69 cani più una gattina sono lassù, ci aiutano, ci proteggono come hanno fatto da quattro anni e speriamo di andare avanti perché comunque ci sono tanti altri animali da salvare in giro: i cani dei macelli, i cavalli, i pesci. C’è un progetto che racchiude tanti animali, comprese le cicogne e le galline, perché voglio che i bambini si avvicinino a questo lago in cui faremo la oasi.

Che cosa vorrebbe dire alle persone che maltrattano i cani e tutti gli animali sia in Italia sia in Ucraina?

Il maltrattamento degli animali è una cosa molto semplice. Quando uno è arrabbiato se la prende con l’animale perché tanto l’animale non reagisce, però delle volte reagisce perciò istiga l’uomo. Io sto combattendo una guerra contro i cacciatori di cani perciò penso di aver visto la violenza più vergognosa che un essere umano possa commettere sugli animali. Infatti tanti video non li ho neanche postati. Quelli che maltrattano gli animali sono delle persone che non sanno che cos’è il cuore. Bisogna imparare ad amare gli animali perché secondo me quando l’uomo imparerà ad amare gli animali finiranno le guerre, finiranno le violenze. Il diritto alla vita ce l’hanno tutti. Chi nasce deve vivere e nessuno deve arrogarsi il diritto, come fa l’essere umano, di togliere la vita ad animali come ad esseri umani. Siamo nel 2015, non siamo più nel medioevo.

Un contatto per chi volesse intervenire al vostro fianco?

Possono entrare nel nostro sito in cui possono trovare tutto riguardante le adozioni, i nostri cani e tutte le informazioni.

La ringrazio.

Andrea Cisternino ha evitato di aprire una discussione ma attorno all’essere vegano si costruisce un universo che non parla solo di uccisione dei cani, ma anche di vivisezione, modificazione genetica e sfruttamento dell’animale per creare farmaci che in realtà non avrebbero gli stessi effetti sugli esseri umani, caratterizzati da organismi differenti rispetto a quelli dei roditori e di altre specie. Inoltre chi è vegano non accetterebbe questo sistema neppure se fosse convinto dell’itilità dei risultati.

Come afferma Paola Maugeri, giornalista e vegana convinta, “se siamo arrivati su un nuovo pianeta con una sonda, la tecnologia ha sicuramente un altro sistema per sperimentare i farmaci” e soprattutto “acquistare cibo bio e condurre uno stile di vita vegano non può che migliorare la vita”.

Il festival Vegan continuerà ancora sino al 15 settembre a Bologna Fiere. Si tratta di un’occasione per conoscere più da vicino questo mondo anche per chi ne fosse estraneo o la pensasse diversamente. L’informazione è l’unico modo per fare una scelta consapevole.

Ritals: essere italiani a Parigi (INTERVISTA)

Crisi, carenza di lavoro, mancanza di prospettive sono tra le più valide ragioni che, da un bel po’ di tempo a questa parte, spingono sempre più italiani a fuggire all’estero, sperando di trovarvi erba più verde della nostra. Ma quella dei nostri cugini francesi lo sarà davvero?

Lo scopriremo seguendo le avventure di Svevo e Federico, i due trentenni protagonisti di Ritals, nuova web series ambientata a Parigi: nell’episodio pilota, apparso in rete un paio di mesi fa, i due espatriati si confrontano con uno delle più drammatiche privazioni cui si va incontro abbandonando il suolo natio, l’assenza del bidet.

Prendendo a prestito il titolo dall’appellativo dispregiativo che francesi e belgi solevano un tempo affibbiare agli immigrati provenienti dall’Italia, Federico Iarlori, caporedattore delle sezione italiana del sito francese Melty.it, e Svevo Moltrasio, sceneggiatore, regista e critico già da una decina d’anni, giocano con i più rinomati cliché sui francesi, senza mai smettere di fare ampia autoironia anche sui luoghi comuni che ci investono quando “gli altri” diventiamo noi.

In vista dell’imminente uscita del prossimo episodio, in onda a partire da domani 14 settembre, noi di Blog di Lifestyle abbiamo incontrato Svevo per scoprire qualcosa in più su questi due Ritals e per capire quanto ci sia da ridere e quanto da prendersi sul serio quando si va a vivere, da italiani, nella capitale più francese che ci sia.

A giudicare dalla complicità che si evince dalle immagini si direbbe che tu e Federico siate nati come coppia comica già nello Stivale. Com’è successo?

Invece no, io e Federico ci siamo conosciuti a Parigi. Tre anni fa credo, più o meno. Abbiamo lavorato per un periodo in un call-center a Parigi: facevamo chiamate in italiano in Italia. D’altronde tutta l’équipe di Ritals viene da quel call-center, ci siamo conosciuti tutti lì.

L’idea di girare la serie, perciò, non vi è venuta a priori, ma deve essere sorta in itinere: cosa vi ha dato l’ispirazione?

Oddio l’ispirazione viene da molto lontano. Intanto dal quotidiano: qui, io, noi amici italiani a Parigi, passiamo tutto il tempo a sottolineare le differenze tra l’Italia e la Francia, tra gli italiani e i francesi. Continuamente, anche con i francesi, tanto da portarli allo sfinimento. Quindi, l’idea di raccontare tutte queste differenze c’è quasi da sempre, da quando sono qui. Al livello artistico, diciamo che si tratta di un’esperienza che fa seguito a un mediometraggio, Intibah, realizzato un anno e mezzo fa e girato con la stessa squadra di Ritals. Ci siamo divertiti, c’è piaciuto il risultato, quindi abbiamo voluto ripetere l’esperienza, ma cercando ‘sta volta di farne un prodotto più “vendibile”.

Avendo già vocazioni ed esperienze di tipo artistico, com’è stato ritrovarsi all’estero a lavorare in un call-center?

Il call center non è stato troppo traumatico, affrontarlo qui ti porta a dire “Ok, è un lavoro di merda, ma io lo faccio perché qui non è casa mia“. E poi, ad esempio, mi ha permesso di scoprire l’atteggiamento diverso che hanno i francesi verso il lavoro: qualunque esso sia, c’è un rispetto diverso che da noi. Insomma, in Italia se lavori in un call-center sei un poveraccio, qui sei comunque qualcuno che si dà da fare.

Hanno tutta un’altra etica i cugini francesi. “Cugini”, poi, di quale grado? Stando alle parole di Cocteau, per citare qualcuno di autorevole, i francesi sono degli italiani di cattivo umore: insomma, è vero che questi francesi non hanno senso dell’umorismo? E, viceversa, sarà proprio il senso dell’umorismo a dare sollievo agli italiani?

Mah, francamente anche noi italiani siamo spessissimo di cattivo umore, io per primo. Diciamo che abbiamo un modo diverso di esprimere i nostri umori. Di certo, pur sapendo che sono generalizzazioni, hanno un senso dell’umorismo e un’ironia decisamente differente. Potremmo anche dire che non ce l’hanno per niente, possibile. Eppure ho visto francesi ridere! Noi, vuoi che ridiamo, che litighiamo o che semplicemente ci confrontiamo, abbiamo meno freni, meno strutture fisiche e verbali che facciano da filtro ai nostri sentimenti, questo mi sembra abbastanza evidente. L’ironia e soprattutto l’autoironia italiana sono qualità che andrebbero salvaguardate dall’Unesco.

La vostra web series gioca, in maniera evidente, sui luoghi comuni che abbiamo sui francesi per auspicabilmente smontarli e superarli: all’inverso, quali cliché i francesi dovrebbero abbandonare nei nostri confronti?

In realtà, non per forza per smontarli, a volte sì, altre volte magari per confermarli e, di conseguenza, ironizzare sul nostro pregiudizio e sulla nostra incapacità ad accettare la diversità. Io penso che i cliché siano spesso discretamente veritieri. Che cliché hanno su di noi? Parliamo ad alta voce: vero. Siamo mammoni: sicuramente molto più di loro. Non siamo fatti per il lavoro: per come lo intendono loro, no, è vero. Facciamo sempre la commedia: vero. Insomma, non credo che debbano abbandonare i cliché, piuttosto dovrebbero conoscerci meglio, perché quello di cui mi sono reso conto è che la stragrande maggioranza dei francesi è terribilmente ignorante riguardo alla cultura, alla storia e all’attualità italiana. Ho sentito certe cose dai francesi sull’Italia che ci faremo un episodio, giusto per dirtene qualcuna: “Ah, ma perché a Roma ci sono ancora resti visibili della Roma antica?”; “Ma voi nel Mediterraneo avete zone di mare bello?”; “Ma voi coi secoli fate un conto diverso, tipo ve ne manca uno, per cui il XV secolo corrisponde al vostro XVI”.

A proposito di episodi, qualche anticipazione sul primo, che lunedì andrà in mondovisione?

Guarda posso dirti che ‘Il bidet’ l’avevamo messo online giusto per gli amici. Non c’aspettavamo un ritorno del genere. L’idea era di far cominciare la serie a inizio 2016. Questo successo c’ha costretto a cambiare strategia e accelerare i tempi. I prossimi tre episodi saranno evidentemente collegati tra loro per capire meglio chi sono i due personaggi e cosa ci fanno a Parigi. Perché oltre agli sketch puntiamo a raccontare anche una storia sui due protagonisti che si sviluppi di puntata in puntata.

Aspettiamo di scoprire quali saranno le altre avventure dei nostri eroi italo-francesi, allora. Vi auguriamo un grande in bocca al lupo, ché dopo questa lunga chiacchierata ti abbiamo già “ammorbato” abbastanza.

Ma sì, tranquilla, c’ho gli anticorpi: 6 anni a Parigi, voi mette!

Just Australia, biglietto di sola andata per Melbourne (INTERVISTA)

Partire è necessario, emozionante, formativo. Partire dovrebbe essere un piacere, una scelta ma spesso diventa anche un bisogno, un’imposizione. Capita quando non si riesce a trovare lavoro o quando non si riesce a vedere un futuro nel proprio Paese. Ci vuole coraggio a lasciare tutto e iniziare una nuova vita, in un nuovo Paese, con nuove persone. La casa da cercare, il lavoro per pagarsela, le varie spese, le nuove amicizie.
A volte è semplicemente questo quello di cui abbiamo bisogno: fare la valigia e chiuderci alle spalle una porta, nella speranza che dinanzi a noi si apra un portone ricco di opportunità.

Il grande salto, insieme ad altri ragazzi italiani, l’ha fatto Ilaria Gianfagna, una ragazza del nord Italia, che un bel giorno ha deciso di prendere l’aereo per l’Australia ed Approdare a Melbourne, dove ha fondato Just Australia (www.justaustralia.it), un info point gratuito per chi si trasferisce dall’altro lato del mondo.

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Sono circa 16 mila l’anno gli italiani con il visto vacanza-lavoro (working holiday visa, durata 1 anno con la possibilità di rinnovarlo di un altro anno a patto di lavorare 88 giorni nelle fattorie, le cosiddette farm, quindi prestare lavoro agricolo) che possono richiedere solo i ragazzi al di sotto dei 31 anni. Superata la soglia d’età dei 31, se si ha tanta voglia di studiare o fare corsi d’inglese si può comunque richiedere uno student visa, ovvero un visto studio, che dà un permesso di lavoro part time. Sono circa 2000 gli italiani che ogni hanno la richiedono. Mentre in 600 l’anno riescono ad ottenere la residenza permanente.

Ilaria ha deciso di raccontarsi a Blog di Lifestyle, di parlare del suo progetto e di dare anche dei consigli a chi, come lei, ha voglia di fare un biglietto aereo, andata senza ritorno. Almeno per il momento.

Ciao Ilaria, avrei potuto anticipare la tua storia ma vorrei che lo facessi tu, quindi come prima cosa come ti presenteresti ai nostri lettori?

Ho 35 anni, vengo da Udine, dove lavoravo come giornalista e ho sempre vissuto un po’ in Italia e un po’ all’estero, per un paio d’anni in Inghilterra, quasi un anno in Spagna e poi sono arrivata a Melbourne, dove ho frequentato un master (sempre in comunicazione) alla University of Melbourne. Il progetto Just Australia, riguarda anche Stefano, anche lui 34 anni originario di Udine, viene dal mondo dell’imprenditoria e ha gestito prima alcuni ristoranti e poi un’azienda di organizzazione di eventi.

Perché andar via dall’Italia?

Per la voglia di cambiare vita. Non sono partita con la rabbia dentro, come succede a molti italiani insoddisfatti dell’economia italiana, sono partita felice, per il semplice motivo di fare un’esperienza diversa. Molto diversa. Tra le mete possibili c’era anche l’Inghilterra (mi piace parlare inglese e cercare di migliorarlo costantemente) ma alla fine anche l’Inghilterra è pur sempre Europa, quindi ho pensato che era tempo di un cambiamento radicale.

Perché scegliere Melbourne, e l’Australia?

L’idea è nata insieme a Stefano, che aveva già alcuni contatti di lavoro in Australia e c’era già stato alcune volte. Io invece non avevo idea di cosa mi aspettasse e volevo partire con un obiettivo ben preciso, mi ero sempre un po’ pentita di non aver fatto un master dopo l’università, così ho pensato che fosse il momento giusto per rimettersi sui libri e iniziare la mia nuova vita studiando in inglese, per integrarmi al meglio nella cultura australiana. E così è stato.

Una bella mattina ti sei svegliata in Australia quindi. Qual è stata la prima cosa che hai fatto?

Ho fatto colazione in un bar chiamato “Breakfast Club” con pane tostato e avocado (qui l’avocado è come il pomodoro da noi) e subito ho notato la gentilezza degli australiani, persino al bar i camerieri sono felici, ti sorridono, ti chiedono da dove vieni, amano chiacchierare. All’inizio mi sembrava così strano parlare con gli sconosciuti e condividere un pezzo di giornata e di vita, adesso fa parte della mia quotidianità scambiare ogni giorno quattro chiacchiere con persone diverse, per il semplice gusto di parlare, senza secondi fini. Così si creano nuove amicizie e nuovi contatti di lavoro, magari al bar o sul tram. Poi naturalmente ho fatto un giro della città (che è enorme e si sviluppa praticamente tutta in orizzontale, a parte il distretto economico centrale che è un susseguirsi di grattacieli). Mi è piaciuta subito, c’era il sole e una bella atmosfera, artisti di strada, sorrisi, tutto ordinato, tanto verde pubblico e poco traffico (nonostante sia una città da più di 4 milioni di abitanti), persone da tutto il mondo, ristoranti di ogni tipo. Insomma una delle città più multietniche che avessi mai visto.

Cosa facevi a Udine, la tua città prima di trasferirti?

Lavoravo come giornalista free lance per varie testate, tra cui il Messaggero Veneto (il quotidiano di Udine) il sito Udinetoday e il canale sportivo Udinese Channel. In più mi occupavo di uffici stampa. Avevo un lavoro, una macchina, tanti amici, la mia famiglia, insomma dopo qualche anno di gavetta dal punto di vista lavorativo, tutto procedeva per il verso giusto, ero felice, ma mancava qualcosa, avevo voglia di scoprire qualcosa di nuovo. E forse la routine mi aveva un po’ annoiato. Mi sembrava tutto uguale e avevo voglia di mettermi alla prova.

Qual è stata la cosa che ti ha fatto dire “ora basta. Parto”?

Ho fatto domanda a vari master in giro per l’Europa e quello a Melbourne. Ero stata accettata anche ad un master di giornalismo a Londra, ma non so nemmeno io perché alla fine ho rinunciato a quel posto, sperando che mi prendessero in Australia. Ma la risposta dalla University of Melbourne non arrivava mai, così mi sono detta “parto lo stesso”. E sono partita.

Cosa ti manca dell’Italia?

Tutto. L’aperitivo con gli amici, il pranzo della domenica con la mia famiglia, il caffè al sole circondata da edifici storici, il ciotolato per strada, le travi a vista della mia vecchia casa, il prosciutto, gli agriturismi. Tutto ciò che in qualche modo è legato ad un momento conviviale con i miei amici e con la mia famiglia. La pizza e il caffè invece non mi mancano per nulla. Melbourne è la capitale della ristorazione, ogni anno esce un articolo sul migliore caffè al mondo e la migliore pizza al mondo che si trovano proprio a Melbourne. Ed è vero. Mi manca semplicemente la bellezza dell’Italia.

Parliamo del tuo, anzi vostro progetto: Just Australia. Di che si tratta?

Just Australia è principalmente due cose: un infopoint gratuito a Melbourne, dove tutte gli italiani (e non solo) che hanno bisogno di assistenza possono passare e chiederci aiuto e consigli su lavoro, casa, burocrazia. E poi è un’agenzia educativa, quindi aiuta le persone a realizzare percorsi di studio e di lavoro, per progettare una nuova vita in Australia. Il servizio è totalmente gratuito, perché siamo convenzionati con una serie di scuole e istituti in tutta l’Australia e quindi retribuiti dalle scuole che rappresentiamo. Siamo specializzati in corsi d’inglese e diplomi professionali. Chi vuole infatti migliorare l’inglese o qualificarsi in Australia, se si affida a noi risparmia e ha un servizio completamente gratuito in italiano. Just Australia, infatti, offre prezzi promozionali agli studenti, che se invece si iscrivessero direttamente nelle scuole pagherebbero di più. Le scuole, infatti, si sgravano di tutto il lavoro di iscrizione e richiesta del visto studente, affidando questo compito alla agenzie con cui sono convenzionate. In più offriamo una serie di altri servizi: conto in banca, assicurazione sanitaria, assistenza nella ricerca del lavoro. In questi anni abbiamo sviluppato molti contatti e spesso le aziende ci chiamano quando hanno bisogno di personale. Spesso si tratta di lavoro nella ristorazione, un settore in Australia molto in voga e anche ben retribuito. Infine lavoriamo a stretto contatto con uno studio di migration agent, a cui indirizziamo tutte le persone che hanno bisogno di assistenza per tutti gli altri visti che non siano student visa o working holiday visa. Questi ultimi spesso non richiedono una consulenza da parte di un avvocato specializzato in immigrazione. Partire in Australia (e rimanerci non è facile) e c’è bisogno di un buon livello d’inglese, qualifiche ed esperienze nel proprio settore, che spesso devono essere riconosciute o effettuate qui in Australia. Per questo, spesso, è utile consultare un migration agent per capire quali sono le reali opportunità in Australia, a seconda del caso specifico. Il primo step è sempre quello di migliorare la lingua, perché per ottenere altri visti di lavoro (sponsor o visti permanenti) è necessario superare un test d’inglese.

Qual è la differenza più evidente tra Italia e “resto del mondo” e tra Italia e Australia in particolare?

L’Italia è un paese meraviglioso e molto amato dagli australiani. Tutte le persone che conosco qui trascorrono spesso e volentieri un paio di mesi tra l’Italia e l’Europa, per motivi vacanza, per lavoro, per visitare i parenti (la comunità italiana e di origini italiane in Australia è davvero numerosa, pare che ci siano circa 2 milioni di persone di discendenza o nascita italiana). Essere italiani e vivere in Australia spesso significa essere molto apprezzati per la lingua, cultura e naturalmente per il cibo italiano, che qui va per la maggiore. Quindi da un lato non ci si sente così lontani da casa. L’Australia si differenzia perché è veramente la terra delle opportunità, dove si può fare carriera e si può realizzare i propri sogni, cosa che forse in Italia in questo momento è un po’ più difficile. Inoltre vivere in Australia significa vivere in un continente estremamente multietnico che ti spinge ad essere molto più aperto mentalmente e a dimenticare quel pregiudizio e pettegolezzo tipico italiano. Saranno due anni che non parlo male di nessuno! Ai miei amici australiani non piace criticare gli altri. L’Italia da questo punto di vista forse è un po’ più chiusa e limitata purtroppo e io stesso ero molto più “bigotta” quando vivevo in Italia. E poi gli australiani sono sempre sorridenti e cordiali, sai quante volte mi è successo di vedere portafogli e cellulari persi e caduti e sempre ritrovati? Qui è normale vedere uno sconosciuto che raccoglie il tuo portafoglio e te lo restituisce sorridendo. O se un senzatetto non ha soldi per pagarsi un caffè o un pasto c’è sempre qualcuno che gli paga la spesa o gli compra un panino e glielo regala. Le organizzazioni no-profit in Australia danno lavoro a più di 30 mila persone, qui il volontariato e l’assistenza sociale sono considerati a tutti gli effetti parte integrante della quotidianità.

Tra l’Italia e il resto del mondo non saprei, alla fine da qui mi sembra che l’Italia abbia molto in comune con tutti i paesi europei, quando parlo con uno spagnolo, un tedesco o un francese, mi sento a casa, ci capiamo al volo e parliamo dei luoghi visitati in Europa e del cibo che abbiamo mangiato. Prima non avrei mai pensato di avere così tante cose in comune con i tedeschi ad esempio.

Quale consiglio ti senti di dare ai giovani italiani?

Sicuramente mi viene da dire: “se puoi, parti”, ma non perché l’Italia è un paese da cui scappare, semplicemente perché vivere all’estero è molto formativo, ti cambia come persona, ti arricchisce. Non è facile come sembra: la lingua, la cultura diversa, la lontananza possono scoraggiarti e forse non è necessario trasferirsi definitivamente all’estero, può essere anche solo una bella esperienza temporanea, ma che vale la pena di vivere proprio per aprire i nostri orizzonti e scoprire anche qualcosa di più di se stessi, a cui forse nella quotidianità e nella routine di tutti i giorni non si fa neanche caso.

Chiudiamo con un’ultima domanda che tutti vorrebbero fare. Quali caratteristiche servono per avere successo all’estero?

Devo dire la verità anche per me è stato molto difficile all’inizio, nonostante avessi già un livello d’inglese molto alto. E anche per Stefano, entrambi ci siamo fidati delle persone sbagliate e ci siamo scoraggiati più volte, senza però mollare mai, che forse è la chiave del successo all’estero. Poi è fondamentale migliorare la lingua. L’inglese che impariamo a scuola non è sufficiente e poi se l’obiettivo è l’Australia, l’australiano è piuttosto difficile da capire (almeno per le prime settimane o mesi, fino a quando non si fa l’orecchio). Quindi un po’ perché è il mio lavoro e un po’ perché io per prima ho fatto decine di corsi d’inglese (e credo che questo sia uno dei motivi per cui sono qui) consiglio sempre di iniziare la propria esperienza con un corso d’inglese anche breve (o della lingua del posto in generale) per integrarsi il più velocemente possibile, conoscere a scuola nuovi amici nella stessa situazione. Spesso si pensa di poterlo imparare sul lavoro, ma a volte proprio quando il livello d’inglese è ancora intermedio è molto difficile trovare lavori ben retribuiti. E poi forse il sapersi reinventare. Quando non è possibile svolgere il proprio lavoro (qui in Australia non è facile tra visti, riconoscimenti delle qualificazioni e dell’esperienza) forse c’è qualcos’altro in cui siamo bravi, semplicemente non lo sapevamo ancora.