sabato, 12 Settembre 2026

Ma cosa mangi?

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Gli alimenti non hanno più segreti: nella rubrica Ma cosa mangi la dott.ssa Fernanda Scala vi aiuta a scoprire cosa mangiate realmente

Carni rosse: tutto quello che c’è da sapere

Credits photo: www.abruzzo.tv

In questi giorni l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato un chiaro allarme nei confronti delle carni rosse lavorate, dichiarandole cancerogene.

Questa notizia ovviamente sta facendo molto discutere in queste ore, ma è fondamentale fare un po’ di chiarezza per non destare allarmismi eccessivi.

Prima di tutto è bene chiarire cosa si intende per carni rosse lavorate. All’interno di questa categoria rientrano tutti quei prodotti, a base di carne di manzo e di maiale, come hot dogs, carne in scatola, salsicce, insaccati etc., che sono state sottoposte ad un processo di trasformazione, quale può essere la fermentazione, la salatura, l’affumicazione, al fine di migliorarne la conservazione e di esaltarne il sapore.

Per questa tipologia di prodotti l’OMS parla di alimenti appartenenti al gruppo 1, ovvero quelle sostanze indicate come sicuramente cancerogene, al pari di altri prodotti come il fumo di sigaretta, l’amianto o l’arsenico.
Tutte le altre tipologie di carni rosse non lavorate, muscolo di vitello, di manzo, maiale, si parla invece di alimenti appartenenti al gruppo 2, ovvero sostanze considerate probabilmente cancerogene.

Il parere dell’esperto

L’allarmismo scaturito dalla notizia che la carne rossa lavorata sia cancerogena, è stato tale in quanto la valutazione arriva da un’importantissima organizzazione mondiale, l’OMS, ed in particolare dall’International Agency for Research on Cancer (IARC).

In realtà sono anni che i professionisti del settore, quali medici, nutrizionisti ed esperti, invitano la popolazione ad un consumo limitato e moderato di questi prodotti viste le problematiche associate ad un loro consumo frequente.
Un elevato ed eccessivo consumo di carni rosse infatti, a causa della loro composizione nutrizionale ricca in grassi, può determinare stati di ipercolesterolemia, trigliceridemia, nonché scatenare eventi infiammatori importanti all’interno del nostro organismo.
Inoltre negli ultimi anni studi clinici condotti evidenziano una correlazione tra insorgenza di tumore al colon, allo stomaco, e all’ intestinale, con un eccessivo consumo di carni lavorate.

Allo stesso modo gli stessi protocolli dietetici previsti nei soggetti affetti da neoplasie, messi appunto anche dal Dott.re Veronesi, oncologo vegetariano, prevedono la completa esclusione di carni conservate e lavorate, seguendo una dieta basata sul consumo di legumi, pesci magri, frutta e verdura.

Bisogna inoltre ricordare che la famosa e tanto amata dieta mediterranea, riconosciuta dalla comunità scientifica e patrimonio dell’UNESCO dal 2010, non prevede certo il consumo di salsicce, hotdog o carni in scatola, né di consumare giornalmente le carni rosse non lavorate, ma pone alla base della sua piramide alimentare il consumo di frutta, cereali, e legumi.
Se poi continuando a salire lungo questa figura geometrica, neanche la fascia successiva è rappresentata da manzi, vitelli, e maiali, bensì dal consumo di olio d’oliva, per poi proseguire con i formaggi magri, lo yogurt, ed ancora più su con il consumo di pesce, di uova e di carni bianche magre.
Dobbiamo arrivare in cima alla piramide per trovare le carni rosse, la cui frequenza di consumo consigliata è di una volta alla settimana, in quantità ridotte e soprattutto scegliendo tagli magri e non lavorati.

Del resto è stato osservato che anche una dieta basata su un eccessivo consumo di zuccheri raffinati non solo può comportare stati clinici gravi quali diabete, sindrome metabolica, insulino resistenza, steatosi epatica e malattie cardio circolatorie, ma sembrerebbe essere correlata anche all’insorgenza di neoplasie.

Sono anni ormai che gli studi epidemiologici hanno dimostrato che un’alimentazione ricca in grassi e proteine animali può favorire la comparsa di stati patologici, mentre una dieta ricca in vitamine, fibre, cereali integrali, legumi e verdure sembra avere un effetto protettivo.

Le valutazioni scientifiche riguardo il tema “carni rosse” sicuramente continueranno nei prossimi mesi, ma intanto non bisogna creare allarmismi inutili su temi che per di più sono ormai noti da sempre.
Piuttosto iniziamo a seguire una sana e corretta alimentazione, cambiando prima di tutto il nostro stile di vita.
Questo sì che è il modo migliore per prevenire l’insorgenza di neoplasie o di stati patologici gravi.

Una buona alimentazione è amica della salute.

Ma cosa mangi: la pasta, amica o nemica della linea?

Credits photo www.pasta-italiana.it

“Da domani mi metto a dieta … basta pasta!”

Quante volte abbiamo sentito o pronunciato questa frase convinti che quel chiletto di troppo, quel rotolino sui fianchi e quella pancia un po’ gonfia fossero dovuti ad un consumo eccessivo di pasta? Ma è veramente così?
È corretto non mangiare la pasta per dimagrire?

Da un punto di vista nutrizionale 100gr di pasta contengono mediamente il 10% di proteine, l’89% di carboidrati ed il restante 1% di grassi, con un apporto calorico di circa 350 calorie.
In generale non è un alimento che fa ingrassare anzi essendo un carboidrato, uno zucchero, risulta necessario per il benessere fisiologico del nostro organismo. Sicuramente non possiamo pensare di consumare tutti i giorni piatti di pasta ricchi di condimenti e laboriosi come lasagne e paste al forno per avere una silhouette asciutta, ma lo sconosciuto e misterioso mondo dei carboidrati deve essere riscoperto e rivalutato. Bisogna considerare che sono una preziosa fonte di energia per il nostro organismo ed è quindi completamente sbagliato escluderli dalla nostra alimentazione.

Infatti, quando non vengono assunti, il nostro corpo per poter ricavare energia impiega le proteine ed i grassi normalmente utilizzati per sostenere i muscoli ed i tessuti. Questo processo deve essere inteso come un “meccanismo d’emergenza”, e come tale limitato nel tempo. Non a caso il calo di peso che si osserva quando si segue un regime alimentare ricco in proteine ma povero in carboidrati, la famosa dieta iperproteica, è dovuto prima di tutto ad una riduzione della massa muscolare e non della massa grassa.

No ad escludere i carboidrati dalla nostra dieta; sì a scegliere quelli giusti. Gli zuccheri semplici e raffinati come il glucosio, il fruttosio ed il galattosio, principalmente nascosti in dolciumi e prodotti da forno, sono da escludere perché verranno principalmente accumulati sotto forma di riserva energetica nei tessuti adiposi. Quelli complessi, invece, come i cereali, quali pasta e riso, i legumi e le fibre vegetali verranno smaltiti rapidamente dal nostro organismo per ricavare energia, fornendo inoltre un senso di sazietà più prolungato.
Quindi sì alla pasta facendo solo attenzione ai condimenti, preferendoli sempre leggeri e poveri in grassi. In questo modo porteremo in tavola gusto e salute, senza troppe calorie.

Una buona alimentazione è amica della salute.

Semi di chia: cosa sono e come utilizzarli

Credits photo: www.viverezen.org

Ricavati dalla specie vegetale Salvia hispanica, nativa del Guatemala e del Messico centrale e meridionale, i semi di chia sono molto diffusi ed utilizzati nel Sud America ed in Europa.
Insieme ai semi di sesamo, rappresentano una delle maggiori fonti vegetali di calcio.

Questi semi costituiscono, dal punto di vista nutrizionale, un concentrato vitaminico, in quanto molto ricchi di vitamine A, B e C, B6 e B12, ed acidi grassi essenziali come Omega 3 e Omega 6, considerati indispensabili per assimilare le vitamine liposolubili.
In particolare, il livello di Omega 3 è otto volte superiore rispetto a quello contenuto nel salmone.
Sono inoltre ricchi di vitamina C e sali minerali quali ferro e potassio, e naturalmente ricchi in amminoacidi, tra cui metionina, cisteina e lisina, ed in antiossidanti.

Sebbene le loro preziose proprietà benefiche fossero note già da tempo, è solo negli ultimi anni che questi semi stanno entrando a far parte sempre di più della nostra alimentazione.

Proprietà benefiche

Dal punto di vista calorico, i semi di chia rappresentano un alimento dall’elevato valore energetico.
100 grammi di prodotto forniscono infatti circa 486 calorie, 16,5 grammi di proteine, 34,4 grammi di fibra, 42,1 grammi di carboidrati, e 30,7 grammi di acidi grassi. Sono privi di colesterolo e zuccheri semplici.

Grazie proprio ai suoi preziosi nutrienti, i semi di chia sembrano mostrare interessanti proprietà benefiche.
Sembra infatti che questi giochino un ruolo interessante nel controllare i livelli glicemici, esplicando un benefico effetto anche a livello cardiovascolare.
Inoltre il buon contenuto amminoacidico, vitaminico ed in sali minerali sembra fornire a tutto l’organismo un ottimo fabbisogno energetico, rinforzando il sistema nervoso e la capacità di concentrazione, e contribuendo alla diminuzione dell’ansia.

Consumare semi di chia consente di mantenere sotto controllo i valori ematici di colesterolo e trigliceridi, riducendo l’insorgenza di malattie cardiovascolari.

Anche a livello intestinale possono esplicare un’azione benefica migliorandone il funzionamento. Infatti se i semi di chia vengono lasciati in ammollo in acqua a temperatura ambiente, assorbono l’acqua e sprigionano un gel benefico. Questo gel può essere consumato la mattina, prima della colazione, per favorire le attività intestinali.

Presentano inoltre un potente effetto antinfiammatorio ed essendo privi di glutine possono essere tranquillamente consumati anche da coloro che soffrono di celiachia.

Come utilizzare i semi di chia

Piccoli, dal sapore delicato e croccanti, i semi di chia possono essere utilizzati per tantissime preparazioni. È possibile utilizzarli già dalla prima colazione aggiungendoli a dei cereali integrali oppure come snack spezza fame ed estremamente energetico durante la giornata.

Inoltre possono essere utilizzati come condimento per numerosi piatti tra cui insalate, pasta, riso, orzo, farro, miglio, quinoa, legumi, zuppe, minestre oppure essere aggiunti a frullati di verdura o di frutta, o ancora per insaporire piatti dolci quali macedonie, o plum-cake e dolci preferibilmente a cottura ultimata. Inoltre possono essere utilizzati anche come ingredienti per la preparazione del pane integrale casalingo.

Siccome non tendono ad irrancidire, possono essere conservati anche per anni in dispensa all’interno di un contenitore ben chiuso.

Una buona alimentazione è amica della salute.

Olio di palma: in quali alimenti lo troviamo

Credits photo: www.novarex-etichette.com

L’olio di palma è un olio vegetale non idrogenato, semi-solido a temperatura ambiente, ricavato dai frutti maturi della palma da olio, la Elaeis guineensis.

Analizzandone il profilo nutrizionale è composto principalmente da acidi grassi saturi, circa il 50% del peso tra cui acido palmitico, mentre gli acidi grassi polinsaturi e monoinsaturi contano rispettivamente per il 10% e il 40% circa del peso.

Rappresenta un ingrediente di cui si è ampiamente discusso negli ultimi mesi e che si è scoperto essere onnipresente nei prodotti alimentari preconfezionati sia dolci che salati, in quanto è un noto stabilizzatore e conservante.

Dato il suo basso costo e la sua elevata versatilità di impiego è stato quindi presto utilizzato da tante aziende alimentari in sostituzione di altri grassi trans idrogenati.

Ed è così che i prodotti preconfezionati a base di olio di palma nell’ultimo decennio sembrano aver invaso i supermercati.
Fino all’inizio del 2015 veniva riportato in etichetta con l’indicazione generica “olii e grassi vegetali”, da Giugno del 2015 invece, con l’entrata in vigore del regolamento (Ue) n. 1169/2011, è necessario indicare, nelle etichette degli alimenti prodotti in Unione europea, l’origine vegetale specifica di olii e grassi.

In questo modo il consumatore può semplicemente controllare, consultando le etichette, la presenza di olio di palma all’interno dei prodotti preconfezionati che acquista.

È bene ricordare che esistono tre tipologie di olio di palma: grezzo, palmisto e raffinato.
La tipologia grezza, viene estratta dai frutti della pianta e si presenta di colore rosso, dovuto all’elevata concentrazione di antiossidanti, e solido a temperatura ambiente.
La tipologia palmisto si ottiene invece dai semi del frutto e presenta una colorazione bianca, mentre la versione raffinata, quella maggiormente impiegata a livello industriale, è ottenuta attraverso lavorazioni industriali che lo rendono estremamente fluido e quindi simili ad altri oli di semi, ma che lo privano delle sue interessanti proprietà antiossidanti.

Tante le ricerche mediche e scientifiche in corso per investigarne gli effetti sul nostro organismo, tra cui uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’università di Bari che mostrerebbe come questo grasso potrebbe agire a livello delle cellule beta del pancreas, quelle deputate alla produzione di insulina, distruggendole e favorendo quindi l’insorgenza del diabete di tipo 2.

In generale la posizione della comunità scientifica nei confronti di quest’olio sembra essere chiaro, considerandolo quindi un prodotto non salutare per via del suo elevato contenuto di acidi grassi saturi, sebbene si tratti di un prodotto di origine vegetale.

Se consumato occasionalmente l’olio di palma non rappresenta un problema particolare per la salute delle persone.
Completamente diversa la situazione se questo olio viene assunto ogni giorno in maniera frequente poiché, come accade sempre quando si abusa di alimenti ricchi in grassi specialmente saturi, le conseguenze a carico del sistema cardiovascolare possono iniziare a diventare gravi.

Intanto, mentre gli studi scientifici vanno avanti, sono sempre di più le aziende alimentari, anche di marchi molto noti, che hanno iniziato a sostituire ed immettere sul mercato prodotti che non presentano questo olio al loro interno.

Quali alimenti controllare

Circa l’80% dell’olio di palma prodotto è utilizzato nell’industria alimentare.
In particolare, quello che fino all’anno scorso veniva indicato come “grasso vegetale” era nel 90% dei casi olio o grasso di palma.

L’olio di palma infatti è ampiamente utilizzato nella realizzazione di prodotti da forno sia dolci che salati.

E’ presente infatti in molti prodotti della prima colazione, cereali, biscotti (anche quelli della prima infanzia) e merendine, ma anche in cracker, pane in cassetta, focacce e altri lievitati da snack o accompagnamento del pasto.

Ma la lista degli alimenti da controllare è ancora lunga: gelati confezionati, creme spalmabili, dadi da brodo, verdure e minestroni surgelati, sughi freschi preconfezionati, pasta base come la sfoglia, patatine fritte, impanature di prodotti precotti come cotolette, bocconcini di pollo o tacchino, bastoncini di pesce, cioccolata.

Sul sito “Il Fatto Alimentare” è disponibile l’elenco completo di quei prodotti da forno che non contengono l’olio da palma, ad esempio: biscotti, creme alla nocciola, snack e grissini, merendine.
Un utile strumento per tutti coloro che vogliono informarsi e conoscere i prodotti che acquistano.

Una buona alimentazione è amica della salute