Se ne va a 95 anni Robert Duvall, e con lui un pezzo di quel cinema che non aveva bisogno di effetti speciali per restare impresso. È morto nella sua casa, in silenzio, come in fondo è sempre stato: un gigante discreto, uno che dominava la scena senza strafare, senza smorfie, senza rumore.
Robert Duvall: il consigliere che rubava la scena senza fare il boss
Per molti resterà per sempre Tom Hagen ne Il Padrino, il consigliere più leale e glaciale della famiglia Corleone. Non il padrino, non il figlio impulsivo. Il cervello. La calma.
Quello che parlava poco ma quando parlava pesava ogni parola. Duvall lavorava così: di sottrazione. Ti inchiodava con uno sguardo, con una pausa calibrata al millimetro.
Quel monologo sul napalm che è diventato leggenda
Poi c’è stato il colonnello Kilgore in Apocalypse Now. Cappello da cavalleria, surf sotto le bombe e quella frase entrata nella storia del cinema.
Un personaggio gigantesco, sopra le righe, eppure mai caricaturale. Duvall riusciva nell’impresa più difficile: rendere umani anche gli uomini più inquietanti.
L’Oscar, la fede e le scelte controcorrente
La statuetta arrivò con Tender Mercies, un ruolo intimo, doloroso, lontano dai riflettori urlati di Hollywood.
E quando firmò The Apostle, portando sullo schermo una storia profondamente personale, fu chiaro che non inseguiva le mode. Le ignorava con eleganza.
Settant’anni di carriera senza diventare mai la caricatura di sé stesso. In un’industria che consuma e sostituisce, Duvall è rimasto una certezza: solido, autorevole, necessario. Non era l’attore delle copertine patinate. Era quello che rendeva credibile una storia.
E adesso che se n’è andato, Hollywood perde un monumento. Noi perdiamo uno di quei volti che, appena comparivano sullo schermo, ti facevano pensare: “Tranquilli, qui siamo in buone mani.”



