Rita De Crescenzo, il nulla cosmico: quando la viralità diventa spettacolo e i social trasformano la provocazione in un modello da imitare.
Rita De Crescenzo, ma chi continua a darle un palco e perché?
Ho evitato di parlarne fino ad ora, ma penso che sia ormai tempo.
Diciamolo senza troppi giri di parole: avere milioni di follower non significa avere qualcosa di importante da dire. Eppure nell’Italia dei social sembra ormai sufficiente diventare virali per ottenere telecamere, interviste, ospitate e persino indiscrezioni su possibili docuserie.
Il caso Rita De Crescenzo è emblematico. Non perché sia l’unica creator discutibile del panorama italiano, ma perché attorno al suo personaggio si è costruito un cortocircuito mediatico abbastanza surreale: più fa discutere, più viene raccontata; più viene raccontata, più diventa famosa; più diventa famosa, più il suo modo di comunicare viene percepito come qualcosa che merita attenzione.
E così il cerchio si chiude.
Da Roccaraso alla scimmietta: quando la polemica diventa carburante
Ricordiamo Roccaraso. I contenuti della tiktoker contribuirono a trasformare la località sciistica in una destinazione virale, con un afflusso enorme di persone e una discussione nazionale sul turismo generato dai social.
Poi è arrivata la scimmietta acquistata in Egitto, mostrata sui social come un animale domestico. Il caso ha provocato fortissime reazioni e una petizione che in pochi giorni ha superato le 13mila firme.
Il punto non è soltanto stabilire se ogni singolo episodio sia giusto o sbagliato. Il punto è chiedersi perché questi comportamenti diventino continuamente contenuto da consumare, commentare e rilanciare.
Perché indignarsi, oggi, è diventato un ottimo modo per fare pubblicità.
E adesso anche la docuserie? No, Netflix smentisce
La vicenda della presunta docuserie Netflix è quasi la fotografia perfetta di questo meccanismo. La notizia era stata rilanciata come un progetto destinato a raccontare la vita della creator. Poi Netflix ha smentito: nessuna docuserie su Rita De Crescenzo è in lavorazione per la piattaforma.
Ma il semplice fatto che l’ipotesi abbia generato tanto clamore dice già qualcosa.
Siamo arrivati al punto in cui una carriera costruita prevalentemente sulla viralità, sui tormentoni, sulle provocazioni e sulle polemiche rischia di essere automaticamente considerata materiale da prima serata.
Il vero problema sono i modelli che scegliamo di premiare
Qui sta il punto più scomodo.
Non si tratta di stabilire chi abbia diritto di parlare sui social. Tutti possono farlo. E tutti possono trovare il proprio pubblico.
Ma la televisione, i giornali e le piattaforme hanno una responsabilità diversa: decidono cosa trasformare da fenomeno passeggero a personaggio pubblico.
Se premiamo continuamente chi costruisce attenzione attraverso il rumore, rischiamo di insegnare una lezione semplicissima: non serve avere competenze, cultura o qualcosa di realmente interessante da raccontare. Basta diventare virali.
E forse sarebbe il caso di smettere di confondere la popolarità con il valore.
Perché un algoritmo può decidere chi vediamo.
Ma dovremmo ancora essere noi a decidere chi vale la pena ascoltare.



