giovedì, 21 Maggio 2026

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Millennials e Baby boomers, cambia il mercato americano dei vini

credits:diddlyybop.ru

Una nuova generazione riscrive le regole del consumo di vino negli USA a discapito dei Baby boomers. Gli appartenenti a questa generazione si chiamano Millennials, sono i nati fra il 1981 e il 1997; hanno una maggiore familiarità con la comunicazione istantanea resa possibile attraverso l’uso di internet e dei nuovi media utilizzati attraverso siti web come Youtube e siti di social networking come Facebook, Twitter e Instagram. Tutto questo può spiegare come la fama dei Millennials sia orientata allo scambio e al commercio grazie ad una più facile comunicazione attraverso la tecnologia.
I Baby boomers, invece, sono i nati dopo la seconda Guerra Mondiale; sono i ragazzi che hanno fatto la rivoluzione culturale degli anni sessanta.

Secondo il Wine Market Council, i Millennials più giovani che hanno ormai compiuto 21 anni ricoprono, con i loro acquisti di bottiglie di vino, il 42 % dei consumi complessivi. Il cambiamento più importante degli ultimi 5 anni tra i Millennials è la stabilità della fascia più matura, quella dai 30 ai 38 anni, sia in termini economici che di gusti; i wine lovers che, come spiega il presidente del Wine Market Council: ”stanno prendendo sempre più consapevolezza di sé, in quanto amanti del buon vino, e dei propri gusti”.

La generazione dei Millennials ha ridisegnato il modo in cui il vino in America viene commercializzato, confezionato e distribuito al consumatore.
I Millennials optano per la raffinatezza spesso associata al vino e non hanno bisogno di un’occasione speciale per bere, anzi è considerata un’attività sociale e rilassante. La conseguenza è che se i Millennials pagano meno per il vino rispetto ai Boomers, per una disponibilità economica chiaramente meno elevata, lo consumano molto più spesso.
Per un Millennial l’acquisto di vino inizia con la decisione di un range di prezzo che è largamente influenzata dall’occasione dell’acquisto, seguita dall’uvaggio, l’annata, la regione di provenienza e, infine, dalla bottiglia più attraente. In media spendono 20-30 dollari per una bottiglia da consumare a casa, 50 e più durante i pasti fuori.

I Millennials frequentemente acquistano marche di vino sconosciute, perché hanno competenza ad accedere ed ottenere informazioni sui vini; si fidano del parere dei loro amici di Facebook o di un sito di recensioni fatte dai consumatori molto di più rispetto a quelle di esperti e professionisti. Per questo motivo l’industria del vino sta prendendo misure importanti per garantire che il loro marchio sia rappresentato in questa luce.

bellinicantine.blogspot.com
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Dopo la California, è italiano il vino più amato dai figli dei Baby boomers, riconosciuto per eleganza, versatilità ma soprattutto per la qualità. Le regioni italiane più scelte sono Toscana, Veneto, Sicilia e Piemonte, mentre una nota a parte merita il Prosecco, considerato un vero must per i Millennials. Senza dubbio è su questo target che le aziende devono puntare, intercettando il loro bisogno di prodotti unici e differenziati, il loro forte senso di individualità e di identità personale.

Lo zucchero, un nemico invisibile in cucina

Lo zucchero si trova da anni al centro dell’attenzione di nutrizionisti, scienziati e medici di tutto il mondo, perchè considerato uno dei principali nemici per la salute umana. Si tratta di uno degli elementi basilari della comune alimentazione, presente in qualsiasi tipo di preparato, oppure pronto per essere inserito all’interno di una varia gamma di cibi e bevande, con il fine di addolcire. Eppure i risultati delle ricerche effettuate dagli studiosi sembrerebbero spingere in una sola direzione, ossia verso la riduzione del consumo dello zucchero bianco.

Perché?

Lo zucchero è uno dei principali responsabili dello stato di obesità in cui riversa la maggior parte della popolazione, per non parlare di alcune malattie a diversi organi, provocate proprio dall’uso di questo dannosissimo prodotto industriale. Si prevede che il 95% degli americani, infatti, sarà obeso o gravemente sovrappeso nei prossimi 20 anni, mentre un terzo soffrirà di diabete. Queste previsioni sono allarmanti quanto veritiere, visto che l’80% del cibo che può essere acquistato negli USA contiene zuccheri nascosti per migliorarne il sapore.

Non solo, a farne le spese vi è anche il cervello, poiché con i carboidrati gli zuccheri alterano la struttura e la funzionalità della mente. Una ricerca del Charité University Mental Center di Berlino, pubblicato dalla rivista Neurology, afferma che il glucosio può far diminuire la memoria restringendo l’ippocampo, l’area del cervello dove risiedono le capacità mnemoniche. Lo zucchero è anche in grado di far produrre più acido urico al fegato, alzando la pressione arteriosa, la principale causa di aumento del rischio cardiovascolare, ma anche di elevare i livelli di colesterolo. Ci sarebbero poi dei collegamenti tra il consumo di zucchero e l’insorgere della demenza.

La difficoltà consiste proprio nel liberarsi dal consumo di zucchero bianco, poiché il nostro cervello reagisce alla sua assunzione come all’uso di certe sostanze stupefacenti, ed è per questo che diventarne dipendenti è molto facile. Questo ingrediente è stato infatti ribattezzato dagli studiosi come il nuovo tabacco.

Inoltre, una ricerca olandese condotta su 600 persone ha mostrato come lo zucchero sia anche in grado di accelerare l’invecchiamento. La stima dei ricercatori è 5 mesi in più per ogni 180 gr di zucchero ingerito. Questo succederebbe poiché nel momento in cui l’organismo scompone lo zucchero, rallenta anche la produzione di collagene ed elastina, componenti che rendono la pelle giovane ed elastica.

Cosa fare?

Ridurre il consumo di zuccheri all’interno del proprio nucleo familiare e della propria alimentazione è un primo passo verso la completa rinuncia a questo ingrediente. Anche la ricerca di cibi meno dolci, la rimozione delle macchinette di bevande zuccherate e l’utilizzo dello zucchero grezzo, invece di quello raffinato, possono essere delle valide opzioni, così come il perenne controllo degli ingredienti contenuti nei cibi acquistati.

Latte: fa più bene intero o scremato?

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Non si sa veramente se il latte faccia bene o meno: sono tanti gli studi che si occupano di delineare un profilo ‘coerente’ di quello che è considerato uno degli alimenti più importanti per la crescita umana. Non a caso si tratta del prodotto ‘indicato’ e maggiormente consumato dai bambini di tutto il mondo ma che vede ogni anno un cospicuo aumento del numero di chi fatica ad assumerlo perché intollerante.
Tom Vilsack, segretario al ministero dell’agricoltura degli Stati Uniti d’America, questa settimana ha illustrato davanti alla Commissione agricoltura della Camera le linee guida dei prossimi Dietary Guidelines.

Il dibattito che lo tiene impegnato dentro e fuori dal Campidoglio verte sui benefici del latte a basso contenuto di grassi: secondo alcuni studi pare che i suoi pregi siano davvero significativi in termini di nutrizione.
Le linee guida che riguardano la corretta alimentazione vengono aggiornate ogni 5 anni e vengono rilasciate dal Dipartimento di Salute e Servizi Umani e dal Department of Agriculture (USDA). Essi prevedono una dieta a base di verdure, frutta, cereali integrali, legumi, noci, frutti di mare e prodotti lattiero-caseari a basso contenuto di grassi.
Ma non ci sono prove definitive che dimostrino che il latte magro è una scelta alimentare sana. Infatti un numero crescente di indizi sembra indicare che il latte intero grasso potrebbe essere una scelta migliore.

Il latte scremato, ovvero quello a basso contenuto di grassi, e quello intero sono entrambi trattati allo stesso modo negli Stati Uniti. La crema viene separata dal siero e poi nuovamente aggiunta in quantità diverse a seconda che si tratti di intero o scremato. I tipi di latte a basso contenuto di grassi possono contenere circa l’1% o 2% di grassi, mentre il latte intero contiene 3,25% di grassi. Di contro il latte intero ‘grasso’ contiene meno carboidrati rispetto a quello scremato perché più del suo volume si compone di grassi, che a sua volta non contengono lattosio. Secondo gli studi pare anche che abbia leggermente meno proteine. Qual è, dunque, la scelta migliore?

Al via Cibus: il 17° Salone Internazionale dell’Alimentazione

Credit: cibus.com

Cresce rapidamente la richiesta di cibo Made in Italy, che, grazie all’alta qualità, sta lottando per uscire dalla classificazione del prodotto di nicchia, con l’obiettivo di arrivare niente meno che sugli scaffali della grande distribuzione estera.

Per raggiungere questo scopo 2700 aziende alimentari italiane scendono in campo, al Cibus di Parma: il 17° Salone internazionale dell’Alimentazione.
Si tratta di una sorta di prova generale per l’Expo 2015, che si terrà da oggi, lunedì 5 maggio, a giovedì 8.
Sono circa 10 mila gli operatori commerciali che arriveranno a Cibus da 115 Paesi diversi, e i principali saranno: Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera e Benelux dell’Europa; Stati Uniti d’America, Canada, Brasile, Giappone e Russia del resto del mondo. Si riserva un’attenzione particolare anche per i Paesi del mercato del Sud Est Asiatico “ASEAN”.

Per raggiungere primati e conquistare nuovi mercati esteri le aziende italiane hanno creato centinaia di nuovi prodotti, che verranno presentati la prima volta proprio a Parma, in questi giorni, e hanno aumentato esponenzialmente gli espositori presenti al salone: dai 2.100 del 2010 agli attuali 2.700.

Mercoledì 7 maggio sarà presente a Cibus anche Maurizio Martina, il Ministro delle Politiche Agricole, che terrà una conferenza stampa sui temi più rilevanti del comparto agroalimentare e sulla partecipazione di circa 500 aziende alimentari ad EXPO 2015.

Centinaia gli show cooking e le degustazioni nei vari stand, con la presenza di grandi chef come Cracco, Oldani e Vissani, e di molti vip come testimonial.
Anche molti convegni, eventi, degustazioni e workshop, non solo all’interno della fiera, ma anche nel “Cibus Land”, il grande fuori salone nelle strade di Parma.

[Credit: Comunicato Stampa n°7]