giovedì, 12 Febbraio 2026

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David e Victoria Beckham, 65 milioni guadagnati nel 2015

beckham

Quando l’amore è un affare da milioni di dollari. E’sicuramente il caso di una delle coppie più celebri dello star system quella formata dall’ormai ex calciatore David Beckham e sua moglie Victoria, ex spice girls, ma che ormai si dedica a tantissime altre attività, tutte più che remunerative.

La celebre coppia ha diverse imprese, sia legate al calcio che al mondo della moda. Victoria, dopo la separazione dalle Spice Girls ha tentato la carriera da solista, ma è con la moda che è arrivato il vero successo per lei e soprttutto tantissimi soldi. La posh spice ha creato nel corso degli anni diverse linee di abbigliamento e profumi, e attualmente Victoria Beckham è un brand di abbigliamento e accessori di livello alto venduto in tutto il mondo.

David non è però da meno della moglie in quanto a fatturato. Oltre 20 anni di carriera come calciatore, si è ritirato infatti dal calcio giocato nel 2013, dopo essere stato uno dei calciatori più pagati al mondo ed aver militato nei club più importanti, come il Manchester United, il Real Madrid, e il PSG. Beckham ha di fatto sfruttato al massimo il suo talento e la sua bellezza grazie non solo agli ingaggi dei club ma anche ai tantissimi sponsor. E’infatti titolare della Footwork Production Ltd che gestisce tutte le entrate generate dai vari sponsor. David e Victoria sono insieme poi titolari della Beckham Brand Ltd che si occupa di sfruttare il marchio generato dalla coppia tramite web e TV.

Nel 2015, la Holding Beckham ha realizzato profitti per 12,6 milioni di sterline, qualcosa in meno per Footwork Production che si è fermata a 12,5 milioni. Ma non sono solo i genitori a portare i soldi a casa. Gli introiti della famiglia Beckham cominciano ad arrivare anche dai figli, David e Victoria stanno già insegnando loro come guadagnarsi da vivere e i piccoli Brooklyn, Romeo, Cruz e Harper stanno apprendendo molto bene a quanto pare. Romeo è già stato infatti testimonial del marchio di abbigliamento Burberry e il fratello maggiore Brooklyn ha dichiarato a Vanity Fair di essere più cool del padre. Siamo sicuri allora che sentiremo ancora parlare molto della Beckham Family.

I 12 migliori selfie del 2015

www.ubergizmo.com

Ci scattiamo un selfie?’ Molto probabilmente si tratta della frase più pronunciata degli ultimi 3 anni e si riferisce alle immagini scattate sotto forma di autoscatto.
Vero è che il ‘selfie’ è stato sdoganato da Bradley Cooper durante la notte degli Oscar, ma la mania di scattare foto a se stessi, da soli o in compagnia, esisteva già da qualche tempo.
Ne sanno qualcosa le fashion blogger più famose e le celebrità come Paris Hilton e Kim Kardashian che, proprio grazie alle foto scattate a se stesse, sono diventate popolari. In alcuni casi anche vere e proprie icone.

Quest’anno sono state moltissime le immagini divenute famose sul web e riguardanti soggetti più o meno convenzionali che si scattano selfie come se stessero documentando un delitto. Dalla adorata Kim in compagnia di Kanye West e Hilary Clinton ai selfie che ritraggono animali.
Nella galleria che segue sono presenti fotografie di ragazze orientali che scattano selfie con i piedi, selfie scattati da elefanti e addirittura Tira Banks senza trucco in uno scatto che sarebbe stato meglio evitarci.


La fortuna di questa forma di ‘interazione’ deriva da una crescente attenzione nei confronti di se stessi; dalla voglia di mostrare per forza al mondo momenti (spesso finti) della nostra normalissima esistenza. Certo, è divertente osservare la simpatica galleria, ma non dobbiamo lasciarci prendere la mano da questo immenso mare di inutilità. Spesso mi chiedo: ‘Siamo sicuri che la cosa non ci stia fuggendo di mano? Che il niente di cui ci cibiamo oggi possa ripercuotersi su noi stessi in futuro?’

Natale vietato nel Brunei fa scandalo. Uno spunto di riflessione

Credits: www.huffingtonpost.it

L’estremismo non porta mai a nulla di buono. Lo sanno bene i cittadini del sultanato del Brunei, situato del Borneo, nel sud est asiatico, che si vedono vietato il Natale.

Il sultano Hassanal Bolkiah, ha rinnovato un bando uscito nel 2014 che vietava appunto i festeggiamenti pubblici di questa festività. Nel paese a maggioranza islamica, infatti, il Natale è visto come un pericolo dagli imam che hanno il compito di amministrare il culto islamico, soprattutto nel suo aspetto prettamente consumistico, che potrebbe attrarre anche fedeli musulmani e spingerli a convertirsi a loro avviso.

Così le esternazioni pubbliche della festività sono state negate, pena la reclusione che può arrivare anche a 5 anni di carcere. I ministri degli Affari religiosi perciò sono entrati in azione per evitare che negozi, esercizi pubblici e semplici cittadini espongano i simboli tipici quali luci, festoni, alberi e cappellini rossi. Non è stato vietato, però, ai fedeli cristiani di celebrare del tutto la festività ma a patto che venga celebrata in privato, dopo aver avvertito le autorità. Il divieto ha procurato un certo malcontento tra i cittadini del Paese che lo hanno manifestato apertamente pubblicando sui social le foto dei propri addobbi natalizi.

Urlare allo scandalo e condannare questo ennesimo gesto di estremismo sfrenato è facile e forse verrebbe spontaneo. Sicuramente i capi religiosi del Brunei, né tanto meno il Sultano, brillano per tolleranza ed è quanto meno triste costatare come nel 2015 non si sia arrivati ad una maturità religiosa e morale tale da non essere spaventati da una festa. Ma questa notizia apre almeno due spunti di riflessione.

Il primo pensiero riguarda appunto la tolleranza del diverso, cosa che fa scandalizzare quando accade in un sultanato a migliaia di chilometri da noi, ma passa tutto sommato sotto silenzio quando invece accade tutti i giorni in molto posti del cosiddetto “occidente civilizzato”. Quando guardiamo con sospetto chi professa una religione diversa dalla nostra o ha un differente colore di pelle.
La seconda riflessione che scaturisce dal divieto imposto nel Brunei è ciò che il Natale è diventato e come è visto. Una manifestazione estrema del proprio potere finanziario o una festività religiosa? Se il timore degli imam sono appunto le manifestazioni esterne, la corsa ai regali e al festeggiamento estremo, le conclusioni sono presto fatte.

Sicuramente allora, il divieto imposto nel Brunei è ingiusto e da condannare in quanto lede la libertà di culto, ma ci faccia riflettere anche sulle nostre abitudini, non condanniamo solo per il gusto di farlo, quando siamo i primi che sono dalla parte del torto.

Miss Universo? Imbarazzante, ma non per la gaffe del presentatore

Il momento più imbarazzante dell’edizione di Miss Universo di quest’anno non è stato tanto quando il presentatore Steve Harvey ha nominato la vincitrice sbagliata in diretta televisiva, no. La cosa più grottesca, in realtà, è che nel 2015 esistano ancora concorsi di bellezza con reginette che sfilano in bikini, nell’intento di vincere una fascia e una corona. Questa è la cosa veramente imbarazzante.

Che Harvey non sia riuscito a distinguere una bella donna dall’altra è quasi poetico, perché nel corso di spettatoli come anche Miss Italia o Miss America, le donne non sono considerate come esseri individuali. Sono letteralmente delle figure simboliche, prive di nome, dato che non sono indicate se non con quello dello Stato di provenienza: in sostanza, è una prospettiva da cui le donne sono viste come esseri interscambiabili la cui unica ambizione è quella di diventare l’oggetto più luccicante sul palco.

Questo genere di competizioni antiquate costituiscono un promemoria che ci ricorda cosa non vogliamo per le donne, cosa non dovrebbe proprio aver spazio un domani per quanto riguarda il futuro della donna. I contest di bellezza, del resto, sono forse qualcosa di più della mera possibilità di ammiccare tutte in tiro, di svestirsi, di mettere le une contro le altre le concorrenti o addirittura di ridicolizzarle? Nonostante si dica da tempo che programmi come Missa America provvedano a fondi per l’educazione femminile, la verità è che offrono una parte di questo denaro a loro disposizione sono per poter affermare di farlo. Anche le donne che partecipano alle gare di bellezza, del resto, sono più propense a spendere i propri soldi nella loro scalata verso la vittoria, piuttosto che nella loro formazione: basti pensare agli abiti, ai capelli, al make-up.

I concorsi di bellezza in sé, oltre ad essere delle insulse competizioni in costume da bagno, presentano politiche e regole che mettono le donne nella condizione di dipendere completamente dalla propria sessualità e dall’abilità di esibirsi secondo dei rigorosi modelli di femminilità. Figurarsi che solo nel 1999 Miss America riuscì finalmente a fare uno stappo alla regola, eliminando la clausola che escludeva le concorrenti che erano divorziate o che avevano abortito.

E nel 2002, Miss North Carolina, Rebekah Revels, fu costretta a restituire la corona perché era venuto fuori che il suo ragazzo le aveva scattato delle foto in topless, così come Miss Kentunky, Tara Conner, divenne un personaggio scandaloso perché andava a ballare, beveva qualche drink e forse si concedeva qualche scappatella sessuale. Come avranno mai osato?

Il co-proprietario del programma Miss USA, Donald Trump la perdonò pubblicamente e la mandò in riabilitazione: “Ho sempre creduto nelle seconde possibilità“, disse all’epoca. Poco dopo, la stampa riportò che proprio Trump stava prendendo in considerazione l’idea di dare il suo benestare perché la Conner posasse su Playboy: perciò, mostrare il tuo corpo è qualcosa di accettabile, ma solo se lo dice un uomo.

Nonostante tutti i progressi che le donne hanno fatto nel corso degli anni, ci sono ancora troppe cose che ci ricordano quant’altro c’è da fare, sebbene talvolta si tratti delle stesse problematiche che si affrontavano decine di anni fa. Perché, a quanto pare, c’è ancora chi dopo anni e anni non si rende conto che i concorsi di bellezza sono evidentemente degli spettacoli retrogradi e misogini, e nulla di più.