martedì, 14 Luglio 2026

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Quanto costa essere gentili?

Credit: www.pourfemme.it

Mancano poche ore al Natale e l’aria di generosità e bontà (a Natale puoi fare quello che non puoi fare mai) dovrebbe aver già pervaso i nostri cuori. Sull’onda di altruismo che il Natale dovrebbe portare, ecco rivelato un interessante confronto sul “Pay it forward” e cioè sul pagare in anticipo, per qualcun’altro che magari nemmeno conosciamo.

Perché? – vi starete chiedendo – Perché dovrei pagare qualcosa per qualcun’altro che nemmeno conosco?
A rivelarci i motivi di tali azioni ci pensa la psicologa Sandi Mann, che una volta entrata nel solito bar con i suoi bambini, si è resa conto che anche offrire un caffè a uno sconosciuto può diventare un’impresa titanica in una società così cinica e fredda come quella che è diventata la nostra.

La psicologa, che non si è fatta abbattere dalle reazioni avute dal resto dei clienti del bar di fronte alla sua offerta, che hanno rifiutato la tazza di espresso pensando che fosse avvelenata o che avesse qualcosa che non andasse, ha deciso di provare per due settimane a coinvolgere i suoi pazienti e il resto dei conoscenti in questa catena di generosi gesti che dovrebbero essere presi come abitudine per arrivare a cambiare il mondo.
Sulla scia delle reazioni di imbarazzo o di piacere che i destinatari del gesto gratuito hanno avuto, la Mann ha scritto un libro dal titolo “Come una tazza di caffè può cambiare il mondo“, donando (coerentemente con quanto proposto) il ricavato delle vendite ai pazienti affetti da distrofia muscolare.

Il concetto di base è che un gesto di altruismo disinteressato, e cioè senza il desiderio di aver nulla in cambio, può essere di esempio per altri che a loro volta lo rifaranno al prossimo, creando una catena che potrebbe avere poi il famoso effetto farfalla.

Andando a fondo nella questione del “paying it forward”, la psicologa ha scoperto che il gesto era già presente nella cultura italiana (per una volta, possiamo essere più avanti degli americani, godiamo) dove a Napoli, come nel resto del sud soprattutto, era già da tempo radicato l’uso del “caffè in sospeso“,e cioè del saldo di un caffè per uno sconosciuto che non se lo sarebbe potuto permettere.
Ma anche Benjamin Franklin fu uno dei precursori della generosità disinteressata. Infatti, prestando dei soldi ad un amico gli chiese di non ridarli a lui quando li avesse riavuti, ma di saldare il “debito” donandoli ad un’altra persona che ne avrebbe avuto bisogno quanto lui.

Il “paying it forward” è diventato un movimento così popolare da essere stato trasformato prima in un romanzo e poi in un film. Vi renderete conto che non esistono solo brutte notizie in questo mondo, ma googlando il termine, troverete diverse storie confortanti di persone che anonimamente hanno contribuito al benessere altrui in qualche modo, arrivando anche a pagare le operazioni ospedaliere.
Una tra tutte, la storia di un ragazzino dodicenne che, avendo ritrovato un telefono smarrito sul treno, rispose così all’offerta del proprietario di lasciargli una mancia per il disturbo: “Non ti preoccupare dei soldi, basta che fai un gesto gentile nei confronti di qualcun’altro”.

Le ricerche hanno generato risultati evidenti e innegabili: essere gentili verso il prossimo fa bene all’anima e al corpo, riducendo lo stress e abbassando le possibilità di ammalarsi. La soddisfazione che si prova dando una mano a qualcuno, inoltre, contribuisce al senso di appartenenza alla vita e alla terra, rendendoci più consapevoli, felici ed entisiasti.

Credit: www.nonsprecare.it
Credit: www.nonsprecare.it

Testando personalmente diversi piccoli gesti altruisti quotidiani, la dottoressa Mann ha testimoniato di aver fatto amicizia e di essere rimasta in contatto con alcune delle persone che avevano accettato i suoi “piccoli doni”, allargando il suo cerchio di conoscenze e di affetti.
Ovviamente non è sempre necessario pagare o attivarsi attraverso il mero denaro, anche sorridere a uno sconosciuto o essere carini verso una commessa può fare la differenza.

La Mann ha poi così concluso: “Essere gentili verso il prossimo ha sicuramente qualcosa a che fare con il benessere e il guadagno personale, ma non c’è sempre bisogno di pensare ai motivi per i quali fare gesti carini, a volte bisogna essere gentili solo per il gusto di esserlo”.

David e Victoria Beckham, 65 milioni guadagnati nel 2015

beckham

Quando l’amore è un affare da milioni di dollari. E’sicuramente il caso di una delle coppie più celebri dello star system quella formata dall’ormai ex calciatore David Beckham e sua moglie Victoria, ex spice girls, ma che ormai si dedica a tantissime altre attività, tutte più che remunerative.

La celebre coppia ha diverse imprese, sia legate al calcio che al mondo della moda. Victoria, dopo la separazione dalle Spice Girls ha tentato la carriera da solista, ma è con la moda che è arrivato il vero successo per lei e soprttutto tantissimi soldi. La posh spice ha creato nel corso degli anni diverse linee di abbigliamento e profumi, e attualmente Victoria Beckham è un brand di abbigliamento e accessori di livello alto venduto in tutto il mondo.

David non è però da meno della moglie in quanto a fatturato. Oltre 20 anni di carriera come calciatore, si è ritirato infatti dal calcio giocato nel 2013, dopo essere stato uno dei calciatori più pagati al mondo ed aver militato nei club più importanti, come il Manchester United, il Real Madrid, e il PSG. Beckham ha di fatto sfruttato al massimo il suo talento e la sua bellezza grazie non solo agli ingaggi dei club ma anche ai tantissimi sponsor. E’infatti titolare della Footwork Production Ltd che gestisce tutte le entrate generate dai vari sponsor. David e Victoria sono insieme poi titolari della Beckham Brand Ltd che si occupa di sfruttare il marchio generato dalla coppia tramite web e TV.

Nel 2015, la Holding Beckham ha realizzato profitti per 12,6 milioni di sterline, qualcosa in meno per Footwork Production che si è fermata a 12,5 milioni. Ma non sono solo i genitori a portare i soldi a casa. Gli introiti della famiglia Beckham cominciano ad arrivare anche dai figli, David e Victoria stanno già insegnando loro come guadagnarsi da vivere e i piccoli Brooklyn, Romeo, Cruz e Harper stanno apprendendo molto bene a quanto pare. Romeo è già stato infatti testimonial del marchio di abbigliamento Burberry e il fratello maggiore Brooklyn ha dichiarato a Vanity Fair di essere più cool del padre. Siamo sicuri allora che sentiremo ancora parlare molto della Beckham Family.

I 12 migliori selfie del 2015

www.ubergizmo.com

Ci scattiamo un selfie?’ Molto probabilmente si tratta della frase più pronunciata degli ultimi 3 anni e si riferisce alle immagini scattate sotto forma di autoscatto.
Vero è che il ‘selfie’ è stato sdoganato da Bradley Cooper durante la notte degli Oscar, ma la mania di scattare foto a se stessi, da soli o in compagnia, esisteva già da qualche tempo.
Ne sanno qualcosa le fashion blogger più famose e le celebrità come Paris Hilton e Kim Kardashian che, proprio grazie alle foto scattate a se stesse, sono diventate popolari. In alcuni casi anche vere e proprie icone.

Quest’anno sono state moltissime le immagini divenute famose sul web e riguardanti soggetti più o meno convenzionali che si scattano selfie come se stessero documentando un delitto. Dalla adorata Kim in compagnia di Kanye West e Hilary Clinton ai selfie che ritraggono animali.
Nella galleria che segue sono presenti fotografie di ragazze orientali che scattano selfie con i piedi, selfie scattati da elefanti e addirittura Tira Banks senza trucco in uno scatto che sarebbe stato meglio evitarci.


La fortuna di questa forma di ‘interazione’ deriva da una crescente attenzione nei confronti di se stessi; dalla voglia di mostrare per forza al mondo momenti (spesso finti) della nostra normalissima esistenza. Certo, è divertente osservare la simpatica galleria, ma non dobbiamo lasciarci prendere la mano da questo immenso mare di inutilità. Spesso mi chiedo: ‘Siamo sicuri che la cosa non ci stia fuggendo di mano? Che il niente di cui ci cibiamo oggi possa ripercuotersi su noi stessi in futuro?’

Natale vietato nel Brunei fa scandalo. Uno spunto di riflessione

Credits: www.huffingtonpost.it

L’estremismo non porta mai a nulla di buono. Lo sanno bene i cittadini del sultanato del Brunei, situato del Borneo, nel sud est asiatico, che si vedono vietato il Natale.

Il sultano Hassanal Bolkiah, ha rinnovato un bando uscito nel 2014 che vietava appunto i festeggiamenti pubblici di questa festività. Nel paese a maggioranza islamica, infatti, il Natale è visto come un pericolo dagli imam che hanno il compito di amministrare il culto islamico, soprattutto nel suo aspetto prettamente consumistico, che potrebbe attrarre anche fedeli musulmani e spingerli a convertirsi a loro avviso.

Così le esternazioni pubbliche della festività sono state negate, pena la reclusione che può arrivare anche a 5 anni di carcere. I ministri degli Affari religiosi perciò sono entrati in azione per evitare che negozi, esercizi pubblici e semplici cittadini espongano i simboli tipici quali luci, festoni, alberi e cappellini rossi. Non è stato vietato, però, ai fedeli cristiani di celebrare del tutto la festività ma a patto che venga celebrata in privato, dopo aver avvertito le autorità. Il divieto ha procurato un certo malcontento tra i cittadini del Paese che lo hanno manifestato apertamente pubblicando sui social le foto dei propri addobbi natalizi.

Urlare allo scandalo e condannare questo ennesimo gesto di estremismo sfrenato è facile e forse verrebbe spontaneo. Sicuramente i capi religiosi del Brunei, né tanto meno il Sultano, brillano per tolleranza ed è quanto meno triste costatare come nel 2015 non si sia arrivati ad una maturità religiosa e morale tale da non essere spaventati da una festa. Ma questa notizia apre almeno due spunti di riflessione.

Il primo pensiero riguarda appunto la tolleranza del diverso, cosa che fa scandalizzare quando accade in un sultanato a migliaia di chilometri da noi, ma passa tutto sommato sotto silenzio quando invece accade tutti i giorni in molto posti del cosiddetto “occidente civilizzato”. Quando guardiamo con sospetto chi professa una religione diversa dalla nostra o ha un differente colore di pelle.
La seconda riflessione che scaturisce dal divieto imposto nel Brunei è ciò che il Natale è diventato e come è visto. Una manifestazione estrema del proprio potere finanziario o una festività religiosa? Se il timore degli imam sono appunto le manifestazioni esterne, la corsa ai regali e al festeggiamento estremo, le conclusioni sono presto fatte.

Sicuramente allora, il divieto imposto nel Brunei è ingiusto e da condannare in quanto lede la libertà di culto, ma ci faccia riflettere anche sulle nostre abitudini, non condanniamo solo per il gusto di farlo, quando siamo i primi che sono dalla parte del torto.