giovedì, 5 Febbraio 2026

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Felicità? Meglio tenerla per sé

Viviamo in attesa di cose belle, buone notizie, amore, lavoro, fortuna. Forse nell’attesa sopravviviamo. E quando finalmente arrivano, sentiamo la vita esploderci dentro, incontenibile. E parlarne, parlarne e ancora parlarne, è la cosa più istintiva. Con gli amici, i colleghi, la famiglia.

Perché si crede di riuscire a coinvolgere tutti in quel tornado di gioia che ci sta travolgendo. Ci sentiamo noi quel tornado. E scorrazziamo dappertutto condividendo l’evento che l’ha creata quella felicità.

Ma secondo una ricerca dell’Harvard University, pubblicata sulla rivista Psychological Science, parlare agli altri della nostra serenità non li avvicina a noi, ma li fa sentire fuori da quel piccolo paradiso.

Quando otteniamo ciò che vogliamo, la prima cosa che sentiamo di fare è dirlo ai nostri amici – spiega l’autore Gus Cooney – ma ho notato che la conversazione in cui ci ‘vantiamo’ di qualcosa alla fine viene ricondotta, in un modo o nell’altro, ai soliti argomenti. Mi sono chiesto se queste esperienze straordinarie che raccontiamo possano avere più lati negativi che positivi per chi ci ascolta e se le persone si siano accorte di questo ‘fenomeno’“.

In cosa consisteva il test? 68 volontari sono andati dallo staff dello studio in gruppi di quattro. Ad un solo partecipante per ogni gruppo è stato chiesto di guardare un video interessante, recensito con quattro stelline, mentre agli altri tre è stato fatto vedere un video più scadente, con due stelle. Dopo aver visto i filmati, il gruppo si è riunito intorno ad un tavolo e ha parlato per cinque minuti. Coloro che avevano visto il video più bello, che, insomma, avevano vissuto l'”esperienza straordinaria”, hanno ammesso di essersi sentiti esclusi nella conversazione.

I partecipanti al nostro esperimento – spiegano gli autori dello studio – credevano erroneamente che l’esperienza straordinaria vissuta da loro li potesse rendere le ‘star’ della conversazione. Ma si sbagliavano, perché l’interazione si basa sulle somiglianze e aver avuto un’esperienza diversa li ha resi semplicemente ‘distanti’“.

Cerchiamo negli altri punti di contatto, qualcosa di realmente condivisibile. Un avvenimento che coinvolge solo un interlocutore tende a far provare all’altro sentimenti di esclusione e in certi casi invidia. Così consiglia Cooney: “Quando decidiamo di condividere una determinata cosa con qualcuno, pensiamo all’impatto che potrebbe avere sulla nostra interazione sociale. Se proprio aver vissuto quell’esperienza ti fa diventare una persona che non ha nulla in comune con gli altri, beh, non importa quanto bella sia, non ti renderà felice a lungo”.

Credo che la felicità sia un sentimento troppo forte per restare tutto dentro. E penso anche che ci siano persone giuste e persone un po’ meno, con cui condividerla. Quelle giuste sono quelle tanto unite a noi da sentirsi parte della nostra gioia.

Il giro del mondo in un bacio (FOTO)

Credit: redesignrevolution.com

L’hanno dipinto i pittori, ne hanno parlato poeti e scrittori, e Edmond Rostand ha definito il bacio niente mano che “un apostrofo rosa fra le parole ‘t’amo'”.
E se invece il bacio fosse un apostrofo rosa fra le parole “vuoi girare il mondo con me”?

Kendrick Brinson e David Walter Banks, hanno fatto dei loro baci, o dei loro viaggi – dipende dai punti di vista – una vera e propria avventura romantica. Questa coppia della Georgia ha unito l’amore per i viaggi, l’amore per loro stessi, e l’amore per la fotografia in un unico, divertente ed emozionante fotoprogetto.
Loro due, coppia sposata, si sono incontrati per la prima volta all’Università della Georgia, entrambi studenti di fotografia. Innamorati di una fotografia fatto da un loro amico proprio durante il periodo universitario, Kendrick Brinson e David Walter Banks hanno deciso di ripetere fedelmente quel bacio.

Pochi mesi dopo dal fatidico scatto, mentre erano in vacanza in Kansas, si imbatterono in un campo vuoto, che attirò i due per la bellezza e i colori. E così, con grande attenzione alla posa, partì nacque il loro fotoprogetto – seguitissimo sopratutto su Instagram – #brinsonbanksing.

Sperduti in un deserto, avvolti dal muschio di un bosco canadese, vezzosi al lunapark di Santa Cruz, con lo sfondo del Pyramid Lake in Nevada. Ovunque viaggiano, in qualsiasi luogo visitato, non può mancare la foto.
Il loro giro del mondo è questo, immortalato in un bacio.

Questo progetto ha catturato l’attenzione di migliaia di loro follower in tutto il mondo, ispirando addirittura altre coppie, estranee ai fotografi della Georgia, a ricostruire la posa, pubblicandola poi con l’hashtag #brinsonbanksing.

Alla domanda “Riuscirete a continuare questo fotoprogetto sui baci?” Kendrick Brinson risponde: “As long as David’s back holds out, we hope to do it until my hair is gray”.

[Credit: huffingtonpost.co.uk]

L’Iphone 6 rovina i capelli

credits photo www.startmag.it

Neanche una settimana fa sul web impazzavano video in cui si mostrava quanto fosse facile che l’Iphone 6 si piegasse, stando in tasca, per esempio, perchè troppo sottile lanciando su Twitter l’hashtag #BendGate. Questa settimana invece è buona già per passare ad un’altra critica: l’Iphone 6 rovina i capelli. E via con #HaireGait. Insomma pare che per l’azienda di Cupertino non ci sia tregua.

Qual è il vero problema?

I tweet di denuncia si concentrano tutti sul fatto che chi ha chiome lunghe ma anche chi gode di barbe fluenti, dopo una telefonata, rimane “incastrato” nello stesso gioiellino.
Pare che la causa sia la fessura microscopica in cui la parte posteriore del telefono, quella in alluminio per intenderci, incontra quella dello schermo. Pare che sia proprio quella linea a fare da ventosa e imprigionare i capelli e/o peli.

Dunque non solo belle donzelle dai capelli lunghi ma anche buona parte di hipster rischiano di rimanere con la barba incastrata al tanto desiderato cellulare.

Sembra che a casa Apple si senta molto la mancanza di Steve Jobs. A confermarlo anche alcuni tabloid oltreoceano i quali scrivono : «Di certo Steve Jobs non avrebbe mai permesso una cosa simile».

Nonostante tutto Apple ha registrato record di vendite, raggiungendo (e superando) i 10 milioni di pezzi solo nel primo week end.
Non avranno un pò esagerato questa volta? Aspettiamo la risposta di Tim Cook.

Le reazioni positive del cervello alla nostra canzone preferita

La canzone dedicataci dalla nostra dolce metà, quella che abbiamo dedicato ad un amico o a una persona cara: la reazione del nostro corpo, dalla testa ai piedi, è sempre la stessa. La ascoltiamo col cuore, ma il nostro cervello attiva meccanismi di introspezione che ci fanno viaggiare con la testa, per quei pochi minuti di durata.

I neuroscienziati dell’Università del North Carolina, e della Wake Forest School of Medicine di Winston-Salem (USA), hanno studiato e capito perché si attivi questo specifico network di connessioni cerebrali all’ascolto di una melodia a cui si è emotivamente legati, a prescindere dalle parole o dal genere di musica,che può essere magari anche diverso dal nostro preferito.

Le risonanze magnetiche funzionali (fMRI) di 21 volontari, sottoposti all’ascolto di brani musicali di vario genere, in particolare un pezzo del genere che piace, un pezzo di un genere a cui si è indifferenti e il brano preferito, hanno infatti evidenziato come all’ascolto dell’ultimo, il cervello attivi un vero e proprio circuito fondamentale per il lavoro di introspezione che ne scaturisce. Il suo nome è default mode network (DMN) ed è la rete di aree del cervello che si attiva all’ascolto di un brano altamente emozionale per l’ascoltatore e che, viceversa, si disattiva all’ascolto di una canzone che non ci piace.

Inoltre l’ascolto del nostro brano preferito, potenzia la connettività tra l’apparato uditivo e l’ippocampo, zona cerebrale imputata alla memoria e alle emozioni. “Questi risultati possono spiegare perché persone che ascoltano brani molto diversi, come quelli di Eminem o Beethoven, sperimentino gli stessi stati emotivi e mentali“, hanno dichiarato gli autori dello studio.

Fondamentali sono queste scoperte per l’avanzamento di tecniche mediche come la musicoterapia.

Dunque, più musica, più immaginazione, più felicità.