mercoledì, 8 Luglio 2026

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#OpenHouse, l’hashtag della solidarietà a Bruxelles

Credits: www.newsweek.com

Siamo tutti Bruxelles. Siamo tutti vicini alle persone che hanno perso la vita, ai feriti degli attentati, a chi è stato chiuso in casa tutti il giorno, a chi ha perso tutto, gli amici, i parenti, i sogni, le speranze. Soprattutto quella di un futuro migliore, dove atti di questo tipo non dovrebbero nemmeno essere nominati. E, invece, sono sempre dietro l’angolo pronti a portare un po’ più di terrore in giro per il mondo.

Come è successo per gli attentati di Parigi lo scorso 13 novembre, anche per Bruxelles non sono mancati messaggi di solidarietà da tutto il mondo. In primis, però, tutto parte dalla stessa Bruxelles. Una città lacerata dal dolore e dalla sofferenza, dove non vengono meno la speranza e la richiesta di amore, dove non si smette di sperare in un futuro migliore.

Ed è proprio la città colpita dagli attacchi terroristici del 22 marzo che, non avendo nient’altro al momento, offre l’unica cosa che può: la solidarietà. A tutti coloro che sono rimasti bloccati nella capitale del Beglio, a causa di voli o treni cancellati o semplicemente della gran confusione che ha governato la città per ore, molti cittadini belga hanno aperto le porte delle proprie case, per ospitare chi era rimasto fuori, spaventato da tutto ciò che stava accadendo.

Tra i trend topic su Twitter, infatti, c’è l’hashtag #OpenHouse, accompagnato anche da #PorteOuvert, come era già successo quando gli attacchi terroristici avevano colpito Parigi, la capitale francese. Di messaggi ce ne sono di tutti i tipi: chi chiede di essere contattato in privato per avere più informazioni, chi indica sul tweet la propria zona o il proprio indirizzo. Sono tantissime le persone che chiedono ospitalità, ma per fortuna sono tante anche quelle che la offrono.

Tutto ciò ci fa capire che viviamo in un mondo che soffre ma che non smette di sperare in qualcosa di migliore, dove l’amore è l’unico sentimento in grado di trionfare su tutto e tutti. Anche su chi pensa che i sentimenti peggiori sono gli unici a poter sopravvivere in una società così brutta, buia, malata e lacerata.

Bruxelles era un sogno (LETTERA APERTA)

Credit: competitiontravel.it

Bruxelles era davvero un sogno.
C’arrivammo da Roma, con un volo pagato poco. Molto poco. E durato abbastanza, oltre 2 ore, con partenza all’alba. Era la prima tappa del nostro Interrail, la prima meta, la prima partenza. Il viaggio, non è importante ma è bene illuminare anche i contorni, era di quelli senza grandi ambizioni: zaino, amici, voglia di conoscere. Anche il Belgio.

Il primo ricordo di Bruxelles è l’odore di cornetti all’arrivo in una delle stazioni della metropolitana. Non lo so, e non lo voglio sapere, se la bomba è esplosa in una di quelle stazioni nelle quali sono stato. Credo che sia il particolare più insignificante, oggi. Sono atterrato in quell’aeroporto, questo purtroppo l’ho già capito. Ma a Bruxelles ci sono stato un giorno appena, dal mattino fino al mattino seguente. Senza un posto in cui dormire, in una giornata d’Agosto piovosa, con la temperatura che scendeva sotto i 20°. Vallo a spiegare a chi come me ad Agosto non sa dove dormire, per il caldo. Era solo la prima tappa, avevamo gli occhi riposati, non dormivamo da due giorni ma non avevamo sonno.
Avevamo una cartina, da turisti scrupolosi: visitammo tutti i punti d’interesse in un giorno. Andammo all’Heysel, in un pezzo di città desolato, quasi abbandonato. Come se ci fosse l’onta di una tragedia vergognosa, rimossa in maniera inconscia. Chissà se Bruxelles saprà cancellare così anche questa tragedia. Non sarebbe giusto, però.

A Bruxelles abbiamo provato a dormire in stazione, il pavimento di marmo era freddo ma bastava un tappetino per stare bene. Poi la polizia, l’avviso della chiusura della stazione per qualche ora nella notte. C’erano due ragazze poco più in là. Diciottenni o giù di lì. Con uno zaino grande almeno quanto il nostro, provenienti da chissà dove. Forse il sogno dell’Europa unita era lì. In quella stazione per 5 minuti: ventenni provenienti da chissà dove con la voglia di viaggiare, camminare, conoscere e conoscersi. Vivere.

Ma se alla stazione non si può stare nelle ore notturne ci fermiamo tutti nella Grand Place. C’è una persona che brandisce una bottiglia di vodka vuota e a malapena si regge in piedi, fa un po’ paura. C’è un mendicante dalla pelle scura, ci dice che si chiama Mohamed, fa molta meno paura. Lui non si regge in piedi per davvero, ma quando qualcuno gli regala dei soldi viene a darci 5 Euro. Chissà perché. Forse aveva scambiato anche noi per mendicanti, e chi ha fatto l’Interrail capirà perché. “This is for you”. Bisogna insistere per dirgli che con quei soldi può comprare da mangiare, piuttosto che regalarli a tre ragazzi che sono lì per divertirsi e per viaggiare. Chissà se l’ha capito, ma alla fine i soldi se li è ripresi, per fortuna. Non era europeo, non di nascita credo, ma quel giorno faceva parte della nostra Europa.
Di quella per cui basta un treno, due amici e uno zaino. Era quella l’Europa che avevamo sognato, e che muore lentamente, agonizzante, tra guerre perenni e strategie del terrore. Tra le bombe ad Ankara e quelle in Siria, che sembrano non esistere. Tra la follia religiosa e la follia bellicistica di chi non riesce, o non vuole, capire che questa guerra non nasce da motivi religiosi o razziali ma da motivazioni geopolitiche più profonde. E poi invoca bombe, guerre, pulizie etniche: come se le bombe che valgono sono solo quelle europee. In questo l’Europa sarebbe dovuta diventare mondo, ma non c’è riuscita. Ha tristemente fallito. S’è fatta Occidente esportando con la forza i propri valori ai danni di chi Occidente non è. In nome del Dio denaro, al quale ha risposto, col terrore, Allah.

Ma in tutto questo, ha perso quella nostra Europa, radunata per cinque minuti in una stazione di Bruxelles.
Perché Bruxelles era un sogno, d’Europa. Un sogno svanito.

[A cura di Giuseppe Andriani]

Bruxelles: quando la lotta al terrorismo è scritta per le strade (FOTO)

credits: Repubblica.it

A Bruxelles anche l’asfalto soffre. Ci sono delle scritte che ti rimangono nel cuore, altre che, poi, vengono proprio da lì. Come quelle parole dette, gridate, soffocate, di libertà. Poter conoscere una vita ancora da vivere e poterlo fare liberamente, è la speranza di tutti, fin dal primo giorno in cui apriamo gli occhi alle luci del sole. “Che pena, sperare, intendo”, diceva uno che ha cambiato qualche vita e che ha fatto un po’ di storia. Sperare di vivere, sembra così facile. Eppure fa pena, chi spera in qualcosa di impossibile. In un mondo ben al di sotto della semplice umanità, vivere non è permesso a tutti.

Perché se una mattina qualcuno si alza e si veste di esplosivi per creare terrore, tu devi smettere di sperare di vivere, perché tanto la tua vita finisce qui. E fa pena, sì, chi spera che il Mondo sia ancora all’altezza di quell’ultima umanità persa. Privati di ogni dignità, che non a caso fa rima con libertà, respiriamo accentando che la nostra vita valga una cintura esplosiva o una bomba lanciata su folle di uomini.

Oggi le strade di Bruxelles hanno retto i piedi di chi il fuoco delle esplosioni lo ha dentro, divorato da qualche ossessione religiosa che ha davvero poco a che vedere con l’amore e la salvezza eterna. Le stesse strade che poche ore più tardi si sono macchiate di colori luminosi di gessetti spezzati, impugnati da mani stanche di chiedere di vivere in pace.

credits: Repubblica.it
credits: Repubblica.it

Se la libertà deve essere richiesta allora il Mondo ha proprio fallito. “Freedom, Love, Bruxelles”. Il cemento di Place Fontainas e di Gran Place urla richieste disperate di libertà e di pace. Vivere in pace e poterlo fare liberamente, dovrebbe essere così semplice che non andrebbe nemmeno discusso. Ma, evidentemente, 2016 anni di storia non ci hanno fatto da maestri.

credits: Repubblica.it
credits: Repubblica.it

“Unis contre la haine”, uniti contro l’odio, contro il terrorismo, contro le morti inspiegate. Quanto ancora siamo disposti ad esistere mentre ci viene negata anche la libertà? Perché la gente, fuori dalle nostre stanze, porti sicuri della noncuranza e dell’indifferenza, sta morendo e sta morendo ogni volta di più. Non si tratta di morti più morti di altri, tutte le vite hanno lo stesso valore, in ogni angolo della Terra. Le scritte sull’asfalto, pronto a versare lacrime di gesso colorato, sono l’ultimo tentativo disperato di aiuto a chi, magari, può aiutarci ad uscire da questo che ha tutto l’aspetto di essere l’Inferno. Gridiamo per essere liberi, aggrappati a quell’ultimo pezzo di umanità che ci è rimasto.

credits: Repubblica.it
credits: Repubblica.it

Le vignette di solidarietà per la città di Bruxelles (FOTO)

photo credits: VIrgola

Un’altra dolorosa data, piena di tristezza e dolore, si unisce ai giorni che ricorderemo come l’inizio di un timore sempre più vicino.

La città di Bruxelles, oggi, porta le ferite di una lotta sempre più aspra e spietata che colpisce ed uccide persone ed ideali.
L’umanità non è più degna di essere chiamata tale e diventa sempre più difficile vivere senza paura per la propria incolumità e le sorti del mondo intero. Un unico sentimento unisce tutti, indistintamente: un dolore immenso.

Sul web impazzano le opere dei vignettisti delle maggiori testate giornalistiche europee e di disegnatori, tutti con lo scopo di ricordare le vittime di Bruxelles in questo giorno così amaro.
Bandiere che si abbracciano, bandiere che piangono e fiori in onore delle vittime, sono solo alcuni dei soggetti disegnati per l’attentato di Bruxelles.

Non basteranno lacrime e testi di cordoglio a fermare questa furia omicida. Tuttavia, in queste vignette, leggiamo un unico e chiaro, messaggio: c’è bisogno che il mondo ritrovi un briciolo di amore verso il prossimo, mettendo da parte barriere ed odio.

C’è bisogno di cooperare per un benessere comune e condivisibile da tutte le persone che popolano questo pianeta, c’è bisogno di essere uniti e tornare umani.