mercoledì, 11 Febbraio 2026

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Giornata della memoria: perché non dobbiamo dimenticare (FOTO)

Credits: viaggi.corriere.it

Il 27 gennaio del 1945 i soldati sovietici dell’Armata Rossa superarono il cancello del campo di sterminio nazista di Auschwitz e misero a nudo gli orrori del più grande omicidio di massa della storia. Secondo i dati dell’US Holocaust Memorial Museum, infatti, le SS tedesche uccisero almeno 960 mila ebrei, 74 mila polacchi, 21 mila rom, 15 mila prigionieri di guerra sovietici e 10 mila persone di altre nazionalità. La data di oggi, 27 gennaio, è stata designata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Uniti come Giornata della Memoria, la Shoah, per non dimenticare lo sterminio del popolo ebraico. Il concetto del ‘non dimenticare’ deve essere rivolto sopratutto alle nuove generazioni affinché comprendano quanto è accaduto e capiscano fino a che punto può arrivare l’orrore dell’essere umano. Come e perché dobbiamo ricordare la Giornata della memoria?

Per capire la storia dobbiamo fare un passo indietro. Nel 1939 iniziò la Seconda Guerra Mondiale con l’invasione della Polonia da parte della Germania e con l’invasione dell’Unione Sovietica da parte dei tedeschi (giugno 1941). Le SS iniziarono a mettere in pratica operazioni di eliminazione di massa di intere comunità di ebrei, cominciando con l’introduzione di camere a gas nei diversi campi di concentramento, ma la “soluzione finale” del piano si concentrò ad Auschwitz, in Polonia.

Nell’estate del ’44, l’offensiva sovietica portò l’esercito sempre più vicino al cuore della Germania e al campo di concentramento. I vertici nazisti si resero conto che dovettero smantellare il lager, sopratutto mano a mano che i sovietici avanzavano nei campi di Majdanek, vicino a Lublino, conquistando le zone in cui si trovavano i campi di sterminio di Belzec, Sobibor e Treblinka. Nel novembre del 1944, il ministro dell’interno nazista Heinrich Himmler ordinò di distruggere le camere a gas di Birkenau rimaste ancora in funzione (ma non quelle di Auschwitz) e il 17 gennaio del 1945 ad Auschwitz venne fatto l’ultimo appello generale dei prigionieri.

Nel giugno del ’45 le SS iniziarono ad evacuare il campo, costringendo circa 60mila prigionieri a marciare in due direzioni: verso nord-ovest, fino a Gliwice, e verso Wodzislaw, ad ovest. Si stima che circa 15mila ebrei siano morti durante queste marce. Le truppe sovietiche entrarono nel campo di Auschwitz il 27 gennaio 1945, trovando circa 7mila prigionieri ancora in vita, molti di loro bambini che erano stati usati come cavie per la ricerca medica. I sovietici trovarono anche cumuli di vestiti e tonnellate di capelli pronti per essere venduti, insieme a diversi oggetti personali, occhiali, valigie, utensili da cucina e scarpe. Tutte queste cose si trovano attualmente nel museo di Auschwitz.

La Giornata della Memoria viene celebrata ogni anno in questa data specialmente nelle scuole con l’obbiettivo di sensibilizzare gli studenti, ma anche insegnanti e qualunque persona nella speranza che simili orrori non si ripetano mai più.

Giulia Latorre: “Mi appello ai parlamentari”

Credit: gay.it

In queste non si fa altro che parlare di Giulia Latorre, la ragazza figlia di uno dei Marò, Massimiliano Latorre. Si parla di lei perché a pochi giorni dal Family Day e in pieno clima di contrasto per la step-child adoption ha deciso di “uscire allo scoperto” e fare coming out con un post su Stop Omofobia.

"Ciao sono Giulia Latorre , 22 anni di Taranto e sono la figlia del MARO' Massimiliano Latorre, la cui vicenda e' ormai…

Pubblicato da OmofobiaStop su Lunedì 25 gennaio 2016

La vicenda però ha preso una piega decisamente particolare: prima viene annunciato che Giulia smentisce la notizia quando viene contattata da Roberto Arduini e Andrea di Ciancio a Radio Cusano Campus, dopodiché lei stessa pubblica un status in cui smentisce la smentita: le sue parole sono vere e sentite.

È di qualche ora fa poi il suo ultimo post sull’argomento: Giulia si sfoga su Facebook, tra amici, curiosoni e aspre critiche. Si appella alla politica, non solo per quanto riguarda i diritti di ogni persona omosessuale, ma anche per i diritti che ha una figlia di crescere con il proprio padre; quel diritto che a lei è stato vieto da una “da una divisione parlamentare troppo accesa”.

Il post su "Stop omofobia" è molto chiaro, il mio è un sostegno forte e chiaro alla battaglia per i diritti LGBT….

Pubblicato da Giulia Latorre su Martedì 26 gennaio 2016

I Social network uccidono la verità (e la vita)

www.golcondakunst.blogspot.it

Vi siete mai chiesti il motivo della nostra insoddisfazione cronica? Quella sensazione di disagio perenne dinnanzi alle gioie della vita? E se non si tratta di disagio, avete mai pensato al fatto di non essere mai felici al cento per cento? Vi spiego io il motivo di questo malessere con una sola parola: i social.
Pensateci: in quale mondo perverso riusciremmo ad essere felici guardando h24 ciò che fanno tutti gli altri? È biologicamente impossibile gioire di cuore della fortuna altrui, potreste affermare il contrario, ma io la penso così.

Sto esagerando? Probabilmente. Ma con gli anni ho capito che l’uomo è competitivo oltre ogni limite e, anche se solo inconsciamente, è per natura portato a invidiare il prossimo. Quello più bello, più bravo, più ricco.
Come godere di una pizza quando c’è chi posta le foto di un viaggio alle Maldive? Come rimanere impassibili se c’è chi vola a New York con la stessa frequenza con la quale noi comuni mortali usciamo a buttare l’indifferenziato? Purtroppo le informazioni sulla vita altrui sono per noi accessibili cliccando su una semplice icona blu, che anziché aprire le porte al gioco e alla spensieratezza, ci fa sprofondare in un vortice di paragoni impossibili, dal quale inevitabilmente emergiamo con le ossa rotte. O con il broncio di chi non può andare a sciare ogni sacrosanto fine settimana.

Avete mai fatto caso al senso di soddisfazione, naturalmente più breve della vita di un fiammifero, provata quando facciamo qualcosa di figo o quando ci geotagghiamo nei luoghi più cool? A me è successo poco tempo fa, in un noto ristorante di Londra. Non vedevo l’ora di geolocalizzare la mia foto. Poi dopo qualche giorno mi sono ravveduta e ho pensato: ma si può essere più tristi di così? Vi rispondo io: No.
Senza considerare il messaggio lampante che emerge spulciando i profili di Instagram, ovvero quello che ci convince di potere far soldi facendo il nulla totale. Pubblicando semplicemente le foto di quanto siamo belli e coccolosi con le ultime Prada.
Ed in effetti ciò è possibile in alcuni noti casi, come la storia moderna ci insegna. Il problema reale però siamo noi comuni mortali e la nostra difficoltà concreta di uscire da un vortice asfittico che schiaccia senza rimedio. Ma dal quale io stessa fatico a tirarmi fuori. Facebook, Instagram, Snapchat: le tre fiere dantesche disposte in fila indiana, risorte in una beffarda chiave ultramoderna.

Un poeta a me molto caro diceva: ‘La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola.‘ Ecco, questa frase potrebbe tornare utile, ovviamente considerata in un’accezione molto meno nobile: se Pirandello non viveva la vita per scriverla, noi altri per quale motivo lo facciamo? Cosa produce la nostra alienazione dal presente? Da un concerto, un evento oppure da un semplice momento? Una galleria bellissima, certo. E poi? Quando ci accorgeremo di essere invecchiati con il cellulare in mano, cosa ci rimarrà? Non lo sappiamo, e quel che è peggio, non ci interessa. L’importante è far sapere che partiamo per Ibiza.

Una nuova campagna contro la violenza sulle donne (FOTO)

credits: http://d.repubblica.it/

Sono milioni le donne che, ancora oggi, subiscono violenze sessuali e psicologiche, anche tra le mura domestiche.
Rory Banwell, fotografa australiana, ha deciso di dire basta con la nuova campagna “Still Not Asking For It“. Le foto, realizzate in bianco e nero, sono state scattate in alcune città australiane, tra cui Sydney, Newcastle e Coffs Harbour.
Inizialmente i soggetti erano amici e amici di amici, di Rory, alcuni dei quali hanno subito violenze, o avvocati sensibili alla causa, ma pian piano il progetto ha preso piede, coinvolgendo sempre più persone.

Uomini e donne hanno posato con delle scritte sul proprio corpo, che denunciano i soprusi, come “Solo sì significa sì“, “Il silenzio copre la violenza“, “Nessuno chiede uno stupro” e “L’alcool non è una scusa“.

Non voglio che mia figlia nasca in una società che accetti la violenza sessuale”: è questo il messaggio che l’autrice stessa della campagna tiene tra le mani in uno scatto.
L’idea è nata quando, nel giugno del 2014, io e mio marito abbiamo scoperto che avremmo avuto una bambina” racconta la Banwell, spiegando quanto questo progetto le stia a cuore e la riguardi da vicino.

credits: http://d.repubblica.it/
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L’idea che vuole trasmettere, attraverso le foto di persone in topless e nastro adesivo, è quella che non esistono scuse o giustificazioni di nessun tipo, alla violenza. Ogni donna ha il diritto di poter uscire indossando ciò che più le piace, senza il timore che qualcuno possa pensare che il suo abbigliamento costituisca un invito ad abusare di lei.
La fotografia“, dice la donna “è un linguaggio universale e un mezzo perfetto per esplorare questioni sociali e ispirare al cambiamento“.

Il suo obiettivo è quello di poter aprire un dialogo attraverso questo progetto e poter contribuire, nel suo piccolo, alla sensibilizzazione verso questo delicato ed importante argomento.
È bello che anche gli uomini abbiano partecipato alla campagna, a dimostrazione che non tutti sono violenti e che non è corretto formulare generalizzazioni. Sono loro, infatti, i primi che dovrebbero educare i propri figli al rispetto nei confronti di tutto il genere femminile e umano.

credits: http://d.repubblica.it/
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La violenza, in tutte le sue manifestazioni, è qualcosa di sbagliato e, in quanto tale, bisogna cercare, ognuno a modo proprio, di fare il possibile per sconfiggerla.