mercoledì, 4 Marzo 2026

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Crescere i propri figli in mare porta numerosi benefici

Il nostro stile di vita comporta dei rischi. Ci sono tempeste in mare, malattie in località remote, momenti da brivido. Rischiamo salvataggi e abbiamo conosciuto persone che hanno perso le loro barche e altri che hanno perso la vita“. Sono le parole di chi non ha idea di cosa sia un paio di piedi fermi sulla terra; sono le testimonianze di chi ha deciso di trascorrere la propria vita sulle onde, nel mare, sulle barche a vela, attraverso mille acque diverse, rischi e pericoli ogni giorno, paura e adrenalina. Sembra essere il modo migliore per crescere ed educare i propri figli.

I marinai Eric e Charlotte Kaufman navigavano con loro nave, la Lebel Heart, dal Messico alla Nuova Zelanda, con le loro giovani figlie Lyra, di un anno, e Cora, di tre, quando, a 900 miglia nautiche dal Messico, hanno fatto una chiamata di emergenza alla Guardia Costiera: la loro figlia più giovane si era gravemente malata, la potenza del motore della barca diminuiva e lo sterzo funziona male. La situazione era di emergenza.

La famiglia Kaufman vive nel mare. La Rebel Heart è la loro casa. Hanno scelto di vivere una realtà diversa, originale, metter su famiglia tra le onde e crescere nel mare i propri figli.

“Mio marito ed io abbiamo navigato per tre anni e mezzo, oltre 12.000 miglia, attraverso 10 paesi, prima di arrivare in un porto straniero e avere un figlio – raccontano Diane Selkirk e suo marito Evan con la loro figlia MaiaA 12 anni di età, Maia ha raccolto più ore di navigazione che di shopping, ha più familiarità con le stelle nel cielo che con le App degli smartphone o le news dei tabloid. Lei è elegante e sicura di sé, in non piccola parte a causa della sua infanzia non convenzionale. Come i Kaufman, siamo parte di una rete internazionale di famiglie che vivono su “barche/navi da crociera, crescono lì. Esistono anche delle campagne di raccolta fondi per aiutare le famiglie con le spese, e in particolare i Kaufman, in quanto la loro barca era la loro casa e l’hanno persa in un battibaleno.

Quanto rischio? C’è troppo rischio? Domande che possiamo porci tutti i giorni. “Conosco un sacco di gente pensa che siamo egoisti – possiamo e non vogliamo rinunciare al nostro stile di vita avventuroso per fare ciò che è meglio per il nostro bambino. Ma la maggior parte di noi genitori in barca hanno scelto di intraprendere viaggi con i bambini perché si vuole condividere il viaggio della vita con loro”, commentano ancora.

La ricerca dell’Università di Harvard sostiene che le esperienze della prima infanzia sono biologicamente integrate con lo sviluppo di altri sistemi di organi e cervello e hanno un impatto importantissimo sull’apprendimento, sul comportamento e sulla salute mentale. Per i ragazzi più grandi ci sono altri benefici, misurabili in una maggiore autostima e un maggior senso di indipendenza.

I bambini che vivono l’esperienza del mare e crescono sulle navi assieme alla loro famiglia è assolutamente positiva: si imparano linguaggi comuni, culture e tradizioni di paesi sconosciuti e lontanissimi, si apprezzano le cose più semplici, si vive il lavoro di squadra e la collaborazione. “La semplice risposta a chi ci accusa di mettere nostra figlia in pericolo è che questa vita è il miglior regalo che sappiamo darle. È meraviglioso arrivare in un paese straniero, vedere la terra lentamente mentre rivela i suoi segreti. Stiamo lasciando che nostra figlia scopra cosa significa esplorare. Sì, c’è grande rischio, ma ci vuole coraggio”.

Sleeveface, l’ennesima frontiera dei selfie. Ecco come funziona

Credit: examplesof.com

Alla parola selfie la nostra mente divaga in tutte le direzioni possibili che ha intrapreso questa “moda dell’autoscatto”. Dal selfie #aftersex, al belfie; dal #selfieconlosconosciuto ai Bikini Bridge.
Ora poi c’è lo Sleeveface, nuovo fenomeno del web, ennesima evoluzione naturale dei selfie.

Nato nell’Aprile del 2007 grazie a Carl Morris che ha coniato il termine – dopo aver fotografato se stesso e un gruppo di amici con i visi coperti da altrettante custodie di dischi – ha una pagina su Wikipedia, ed è una pratica di lunga data praticata inizialmente dagli amanti del vintage, dai collezionisti, e dagli intenditori: si tratta di foto scattate con immagini o con la copertina di un vinile a sostituzione del proprio viso.

Lo Sleeveface sta già conquistando tutto il mondo, ma come funziona di preciso?
Non è poi così difficile, il principio è quello dell’illusione ottica. Basta prendere la copertina di un vinile, creare la giusta prospettiva – curando i dettagli – nascondere la parte di sé che deve essere sostituita dal vinile, e poi clic, si scatta.
Molto più facile a farsi, che a dirsi.

La tecnologia ha pensato anche ai più pigri, o a chi non ha a disposizione copertine di dischi di quel genere, adatte a un vero Sleeveface, creando un’App apposta – per ora solo per Iphone – che aiuta a diventare Sleevefacer grazie a una collezione di copertine digitali che compaiono direttamente nello scatto.

Se poi siete particolarmente soddisfatti del vostro autoscatto potete condividerlo sul social network di riferimetno: Sleeveface.com.

Nel caso non sia ancora chiaro, ecco un video – tutorial per realizzare Sleeveface perfette.http://www.youtube.com/watch?v=NVt4jOasujc

Sergio Assisi lascia l’Italia per mancanza di lavoro

gossipday.it

L’attore Sergio Assisi sta prendendo sul serio la possibilità di andare a lavorare all’estero. Il motivo? Nessuno lo chiama più come attore.

In effetti l’artista napoletano è da un po’ di tempo che non compare più sul piccolo schermo. Certo è che i suoi esordi non sono stati legati al mondo della televisione: Sergio infatti ha debuttato a 16 anni sul palcoscenico di un teatro, passando poi per il cinema ed approdando infine al piccolo schermo.

Dopo lo straordinario successo nelle due serie della fiction “Capri” – dove interpretava il viveur Umberto Galiano – in “Elisa di Rivombrosa 2” e nella serie “Il commissario Nardone”, per Assisi si sono aperte ben poche porte nel mondo dello spettacolo.

Tutto questo è dovuto al fatto che, secondo l’attore, il nostro è un Paese strano: “se non hai una raccomandazione e non appartieni al giro dei privilegiati sei fuori” ha infatti dichiarato. In Italia insomma non viene data alcuna importanza alla professionalità e alle capacità recitative degli attori. È tutto un gioco di potere, dove solo chi è figlio d’arte o ha strette amicizie nel campo dello spettacolo riesce a fare carriera.

L’attore napoletano è davvero dispiaciuto di dover lasciare il proprio amato Paese. Ma ha già dei progetti per il suo futuro: una sceneggiatura da realizzare in Francia e un possibile viaggio in America. Ma l’augurio resta sempre quello che possa tornare in Italia per un lavoro che valorizzi veramente le sue potenzialità.

The Beautiful Gene e l’estinzione dei capelli rossi

Dura la vita per i rossi naturali. Il colore che tutti i parrucchieri cercano di riprodurre invano sulle teste altrui, che ha sempre infuocato l’immaginario maschile e affascinato quello femminile. Un colore unico, perché raro e destinato a scomparire. Lo dice la legge scientifica basata sulla genetica mendeliana e l’attuale processo evolutivo e riproduttivo lo conferma. Nel 2011 infatti la Cryos di Arhus, la banca del seme più grande del mondo situata in Danimarca, ha smesso per un certo periodo di accettare donatori dai capelli rossi, perché la domanda risultava troppo scarsa. In Italia i rossi sono davvero pochi, circa l’1% della popolazione, mentre nei paesi nordici, questi superano il 10% e si riuniscono spesso in raduni.

Questo è stato lo spunto di partenza della ricerca fotografica “The Beautiful Gene” e dell’omonimo libro da cui è tratta, eseguita dalla fotografa Marina Rosso di Fabrica, con la direzione creativa di Enrico Bossan. La fotografa ha stilato, con un metodo pari a quello dei biologi conservazionisti, una classifica dei caratteri estetici che potessero rappresentare il gene dei capelli rossi e ha elencato 48 categorie diverse di uomini e donne, tutti uniti solo dal colore della capigliatura. Il risultato della ricerca è la mostra intitolata The Beautiful Gene. 47 fotografie, più 1 cornice vuota, esposte al Museo della Scienza e della tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano.

Marina Rosso è andata alla ricerca di persone rosse che corrispondessero alle sue matrici. Queste includevano diverse combinazioni, tutte di tipo estetico, come sesso, altezza, peso, corporatura e colore degli occhi. Sei mesi in giro per l’Europa immortalando gli esempi più vicini ai suoi canoni, tutti felici di partecipare al progetto, anche se dispiaciuti per la discriminazione. La cornice vuota corrisponde invece alla matrice numero 15, una combinazione ben precisa che la fotografa non è riuscita a trovare durante la sua ricerca. Un uomo con occhi azzurri, capelli ricci e rossi, basso e con corporatura robusta, che forse non è mai esistito.