lunedì, 2 Marzo 2026

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Jack Robinson, la storia di un bambino che ha commosso il mondo(FOTO)

dailymail.co.uk

Jack Robinson era un bambino di soli 4 anni, con tutta la vita davanti. Ma lo scorso 10 aprile, a Denmead nello Hampshire in Inghilterra, è stato celebrato il suo funerale.

Ucciso da un tumore al cervello che gli era stato diagnosticato agli inizi di gennaio e contro il quale i medici avevano provato a combattere – asportando il 40% della massa cancerogena – ma senza ottenere i risultati sperati.

Prima di morire però Jack ha avuto una serie di incontri e di sorprese che hanno sicuramente allietato i suoi ultimi giorni, esaudendo anche alcune richieste che il piccolo aveva fatto nella sua “lista dei desideri”. Il cantante dei Take That Gary Barlow gli ha infatti fatto visita al Southampton General Hospital, l’ospedale in cui veniva curato.

E l’attore britannico Matt Smith, celebre per aver interpretato l’Undicesimo Dottore nella serie televisiva di fantascienza “Doctor Who”, gli ha inviato un video personale dagli Stati Uniti, in cui ha cantato la colonna sonora del programma.

Ma il gesto più dolce e commovente che possa essere stato compiuto per il piccolo e sfortunato Jack è stato quello che hanno messo in atto i suoi genitori, Terence e Marie Robinson. Spinti dalla volontà di celebrare le passioni di loro figlio, i due coniugi hanno deciso di mettere in scena un funerale speciale, con costumi e personaggi ispirati alla saga di “Star Wars”, di cui Jack era un grandissimo fan e appassionato.

Una bara di Star Wars portata sopra una carrozza bianca che recava le scritte “Jedi” e “Jack” fatte di fiori blu e bianchi, trainata da cavalli bianchi e con al seguito una schiera di assalitori.

E papà Terence ha voluto anche registrare per il proprio figlioletto la famosa canzone di Ellie Goulding intitolata “How Long Will I Love You”, la cui melodia cantata dal signor Robinson è stata diffusa per tutta la chiesa durante il funerale. “Perché questi sono il mio messaggio e le mie parole per Jack”, ci ha tenuto a sottolineare Terence.

In tutto questo è consistito l’ultimo regalo che la famiglia – oltre ai genitori Jack aveva anche tre sorelle maggiori e un fratello gemello, Liam – ha voluto fare al piccolo campione. Peccato che lui non lo potrà mai sapere.

Scomparse le vetrine di New York in soli dieci anni

credits: The Guardian

A dieci anni dall’uscita del loro libro Store Front: The Disappearing Face of New York (Vetrine: il volto sparente di New York), i fotografi James e Karla Murray sono tornati nuovamente a fotografare gli stessi luoghi immortalati allora, con un risultato sconcertante: tutti gli esercizi commerciali a conduzione familiare che avevano preso a soggetto tra il 2001 e il 2007 hanno chiuso, lasciando il posto a catene di negozi, banche e condomini di lusso.

Un lavoro fotografico che ha il chiaro intento di mostrare come le leggi di mercato esercitino inesorabilmente il proprio potere generando, più che cambiamenti, delle vere e proprie perdite, soprattuto per quanto riguarda il senso comunitario che un tempo caratterizzava i quartieri della Grande Mela. Il progetto “prima e dopo” di James e Karla Murray, perciò, testimonia non solo l’effettiva perdita delle vetrine di New York, ma denuncia anche l’impressione di manchevolezza che suscita ciò che si sostituisce loro: mettendo le immagini a confronto, è impossibile non avvertire il senso di privazione che le pervade.

Una privazione già cominciata all’epoca del primo shooting, quando i due fotografi si accorsero che i negozi a rischio facevano parte di palazzine che non erano proprietà dei gestori: i negozianti, insomma, erano alla mercé dei proprietari dei locali all’interno dei quali portavano avanti la loro attività. Spesso, gli spazi giudicati troppo piccoli o inadatti a ospitare negozi afferenti a catene sono rimasti inutilizzati per anni. Fortunatamente, però, in alcune circostanze a vecchi negozietti se ne sono sostituiti di nuovi – sebbene si tratti, purtroppo, di casi isolati.

Il rincaro dei fitti, difatti, impedisce ai negozianti restare: gli unici a potersi permettere affitti tanto costosi (fino a 30.000 $) sono, appunto, le grandi catene commerciali, le banche e le imprese edili. Il lavoro fotografico di James e Karla Murray spezza, così, una lancia a favore dei piccoli commercianti, ricordando a chi ne prende visione quanto sia vitale acquistare in piccoli negozi indipendenti se non si vuole che il volto di New York scompaia definitivamente.

Gli Hunza, la popolazione più longeva al mondo

Volevate il segreto della vita eterna o quasi? La popolazione degli Hunza ha trovato il modo per vivere a lungo, in media 130-140 anni, ed evitare le terribili malattie degenerative come il cancro o le malattie del sistema nervoso, che affliggono le altre popolazioni.

Gli hunza vivono al confine nord del Pakistan all’interno di una valle sulla catena Himalayana, al confine con la Cina, e senza ricorrere ai prodigi della nostra scienza medica, a cento anni sono vivi ed incredibilmente attivi, lavorano ancora nei campi e curano i loro figli con estrema vitalità. Le donne Hunza sono ancora prolifiche anche oltre i 70 anni. Chiaramente per riuscire a concepire a tale età, il loro fisico è ancora piuttosto giovanile e non ha nulla a che vedere con le nostre novantenni.

Da sempre lavorano la terra, ma a migliaia di metri di altezza. Vicini al cielo, lontani dagli altri uomini e dal “mondo sviluppato”. Ralph Bircher, uno dei massimi esperti di questa civiltà ultracentenaria ha dedicato loro un libro dal titolo “Gli hunza, un popolo che ignorava la malattia”.

I motivi di tale longevità sono da attribuirsi soprattutto allo stile di vita, basato su un’alimentazione vegetariana, frutto solo delle proprie coltivazioni. Si cibano prevalentemente di miglio, orzo, grano saraceno, frutta come noci e albicocche, ciliegie, more, pesche, pere e melograni, germogli di piselli, noci, legumi lessati, verdure come spinaci, rape e pomodori. Nella loro dieta rientrano anche formaggi, ma solo freschi o fermentati, pochissima carne e quasi nessun condimento.

Gli Hunza vivono dei frutti della natura e soffrono anche un lungo periodo di carestia nei mesi invernali, quello che i naturopati definiscono “digiuno terapeutico”. L’altopiano su cui vivono è un luogo in gran parte inospitale e non dà raccolto sufficiente per alimentare i 10.000 abitanti Hunza per tutto l’anno. Questa “bizzarra” consuetudine, invece di portare debolezza e morte, nel corso degli anni ha prodotto nella popolazione straordinarie capacità di vigore. Un Hunza può andare camminare tranquillamente per 200 km a passo spedito senza mai fermarsi, grazie alle forti doti di resistenza conosciute in tutto l’oriente, tanto che nelle spedizioni Himalayane, sono assoldati come portatori.

Tra i segreti della longevità degli Hunza ci sarebbe anche la particolare acqua alcalina che bevono: diversi studi hanno appurato che l’acqua bevuta da questa popolazione ha un elevato pH, con notevole potere antiossidante e un elevato contenuto di minerali colloidali, che renderebbero più sopportabile anche il digiuno. L’acidosi metabolica innescata dal digiuno prolungato viene infatti compensata e il ph rimane più stabile.

Oggi il territorio degli Huntza però è stato intaccato dalla società “evoluta” e anche lì sono arrivati cibi spazzatura, farina 0 impoverita, zucchero bianco, sale sbiancato chimicamente, e con loro le prime carie, le prime problematiche cardiovascolari, i primi problemi reumatici che l’Occidente evoluto conosce bene. In pochi sono riusciti a scampare da questo inquinamento “evolutivo” evitando ogni forma di “contagio”.

L’aspetto che affascina di questo popolo è la loro predisposizione naturale al sorriso, infatti sono molto gioviali, d’umore costante, anche quando hanno problemi di poco cibo e di freddo. Non sono mai arrabbiati, non sono attaccati dall’ansia, e dall’impazienza, sono sempre sereni, e forse il loro segreto sta proprio nella loro inconsapevole felicità.

L’arte e la letteratura risultano pressoché assenti tra gli Hunza. La religione e la preghiera venivano vissute intimamente. Diversamente dai popoli limitrofi, non hanno nessuna pratica esteriore, né rituali, né preghiere, né templi. Non esiste superstizione, malocchio, magia, come avviene invece per i popoli vicini, dai quali si distinguono ancor più per il fatto che le donne non portano il velo ed hanno parità di diritti. Però, tutte queste eccezionali caratteristiche si stanno attenuando con l’arrivo dello “sviluppo” e dell’alfabetizzazione.

Forse tutti noi dovremmo imparare da questi popoli, soprattutto nella capacità di reagire alla vita guardando sempre il lato positivo, seguendo una dieta sana, per prevenire invece che curare, arrivando ad ottenere un benessere sia mentale che fisico.

#selfieconlosconosciuto, l’ultima frontiera della selfie mania

Fermare per strada un perfetto sconosciuto, non per chiedere un’indicazione (o il numero di telefono come tentativo di abbordaggio) ma bensì per fare una semplice domanda: “ci facciamo un selfie?”. È questa la mania delle ultime ore ed è Twitter che svela la nuova frontiera del selfie, facendo balzare ai primi posti dei trends di oggi l’hashtag #selfieconlosconosciuto.

Ma chi è lo sconosciuto? Per i tanti selfie dipendenti, non necessariamente una persona e come al solito è la fantasia a regnare sovrana sul social. Così spopolano autoscatti con in mano banconote, oggetti più svariati, maschere o ancora animali.

E c’è chi fa del #selfieconlosconosciuto un concetto più profondo, riferendosi a valori perduti, regole non rispettate.

Ma se ne leggono di tutti i colori: c’è chi cerca uno sconosciuto all’interno del proprio ufficio, chi, pur di essere al passo con la moda del giorno, celebra il nuovo autoscatto con in mano un disegno.

L’hashtag del giorno non risparmia neanche il tema di oggi, ovvero il caso Dell’Utri: come non associare il #selfieconlosconosciuto al #trovadellutri ?

D’obbligo poi taggare lo sconosciuto. Con tutti i rischi del caso.