martedì, 28 Luglio 2026

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Arriva il calcolatore online per stabilire quanto è forte un cocktail

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Durante le caldi serate estive a farla da padrone sono i cocktail, di ogni genere e di ogni formato. Dal Mojito al Cuba libre, dal Long Island alla Piña Colada le bevande alcoliche diventano le regine di aperitivi e uscite in discoteca.

Gli esperti del National Institutes of Health (NIH) degli Stati Uniti hanno creato un calcolatore in grado di stabilire quante unità alcoliche – ovvero quanto alcol – contiene un cocktail. Il rilevatore è disponibile online sul sito http://rethinkingdrinking.niaaa.nih.gov/ToolsResources/CocktailC alculator.asp.

Questo innovativo sistema oltre a calcolare la quantità di alcol che una bevanda contiene, offre anche la possibilità di conoscere le dosi alcoliche con cui andrebbero creati i cocktail più famosi.

La finalità dei ricercatori è quella di aiutare le persone e i giovani in particolare a diventare più consapevoli della quantità di alcol che assumono tramite un cocktail. Un modo utile per cercare di ridurre il numero di incidenti autostradali legati all’abuso di alcol. Incidenti che ogni anno mietono centinaia di vittime e distruggono intere famiglie.

Ma non solo: sempre più ragazzini – spesso minorenni – cadono in coma etilico o concludono i sabati sera fra risse e pestaggi, proprio perchè non riescono a rendersi conto dei litri e litri di alcol che assumono durante la serata.

Questo perchè bere cocktail su cocktail al giorno d’oggi è visto come un modo – alternativo alla droga – per sballarsi, perdere la cognizione del tempo e dello spazio fisico in cui si è e dimenticare per qualche ora i problemi della vita di tutti i giorni. Una scelta da condannare e da contrastare, anche e soprattutto con progetti utili ed innovativi come questo.

Svezzamento vegano, tutto ciò che c’è da sapere

La vicenda del bambino di Pisa, 11 mesi, ricoverato dopo un aggravamento al Meyer di Firenze per malnutrizione, ha fatto scalpore. Il motivo? Semplice, i genitori, vegani integralisti, avevano “scelto” questa strada anche per il piccolo, che aveva mostrato, con lo svezzamento veg, delle carenze nutritive e faceva fatica anche a stare seduto o a gattonare.

Chiaramente la notizia si è diffusa su tutti i giornali in men che non si dica, una notizia del genere è pane per i denti dei mass media che non se la sono lasciata sfuggire e che hanno trattato la news come meglio credevano. Di qui a poco anche le varie polemiche non si sono fatte attendere. Sotto accusa l’alimentazione vegana, in particolar modo per i più piccoli.

L’alimentazione è il motore primario del nostro organismo, ha da sempre e per sempre un ruolo fondamentale nella nostra vita e sulla nostra salute, ancor di più in fase neonatale e di crescita. Va chiarito una volta per tutte che lo svezzamento vegano è altamente consigliato da molti medici e pediatri, che al contrario ritengono quello onnivoro assolutamente non fisiologico per un bebè.
“Non esiste evidenza scientifica che identifichi il modello di svezzamento convenzionale adeguato alle esigenze del bambino.” Ad affermarlo è Luciano Proietti, pediatra tra i principali esperti italiani di nutrizione e alimentazione vegetariana nel bambino.
“I cibi che normalmente utilizziamo per lo svezzamento sono una conseguenza della nostra cultura e non della reale necessità dei lattanti”, ha spiegato il medico. “I cibi che si danno ai bambini nei primi mesi, oltre al latte, sono molto diversi da nazione a nazione: in Italia, ad esempio, si inserisce nelle pappette il parmigiano come toccasana per la salute, mentre è ovviamente assente in quelle dei bimbi inglesi o tedeschi”.
Cambiano le abitudini alimentari, ma col passare del tempo cambia anche il modo di affrontare le questioni dal punto di vista culturale e scientifico. “Mentre nel 1979continua Proiettiquando iniziai a fare ricerca e a esercitare la professione del pediatra, una dieta infantile vegetariana era appena tollerata, ora nel 2014 sta cominciando a essere caldamente consigliata. Siamo passati dal ‘si può’ al ‘si deve’”.

Ma facciamo chiarezza. L’unico cibo di cui un bambino ha bisogno è il latte materno. E questo mette più o meno d’accordo tutti. E dunque è bene allattare il più possibile, senza preoccuparsi che il bambino sia “troppo grande” per mangiare ancora dal seno. “È fondamentale allattare il bambino almeno sino a due anni e mezzo, se non si riesce a continuare più a lungo. La nostra cultura – afferma Proietti – spesso considera un lungo allattamento contrario al buon senso svezzando un lattante precocemente, per poi paradossalmente trasformarlo in un lattante a vita: consumatore di latticini e latte di altre specie”.
Chiaramente ogni bambino è diverso e quindi lo svezzamento o l’integrazione con del cibo solito ci verrà chiesto direttamente dal piccolo, perché magari non si sazierà con la poppata e vorrà esplorare nuovi sapori.

Ma perché lo svezzamento vegetariano o vegano sia positivo per il bambino è importante, come sempre d’altronte, che sia ben pianificato. È stato dimostrato, infatti, che nel caso di svezzamento veg, il piccolo cresce in modo adeguato come i suoi coetanei onnivori ed è meno esposto a obesità infantile e alle malattie infiammatorie tipiche dell’infanzia. Probabilmente avrà un’ottimale qualità della vita da adulto.

L’errore dei genitori del bambino ricoverato è stato solo uno: non farsi seguire da un medico appropriato in questa fase delicata per il piccolo. Anche qui, apriremmo un capitolo a parte sul sostegno o meno di molti pediatri non aperti a stili di vita e scelte alimentari differenti che lasciano soli i genitori in queste fasi della vita del piccolo. Ma concentriamoci sulle informazioni che possono servire per avere un quadro completo dello svezzamento “alternativo” a quello onnivoro.

Il dott. Proietti chiarisce che “dopo il sesto mese si possono inserire succhi di frutta freschi e brodi vegetali senza le fibre e in seguito creme di cereali raffinati: questo è uno dei rarissimi casi in cui sono da preferire a quelli integrali. Infatti, l’intestino del bambino non è ancora pronto a digerire le fibre e i fitati presenti nei cereali integrali rendono più difficoltoso l’assorbimento di alcuni nutrienti”. In generale, ha ricordato il medico, “l’introduzione di cibi sbagliati, ma soprattutto la mancanza di latte materno, nell’alimentazione infantile possono determinare disturbi di vario genere come allergie, infezioni respiratorie, obesità, diabete, celiachia e persino alcune tipologie di tumori”

E la carne? “La carne che spesso viene inserita negli omogenizzati sin dai primi mesi è assolutamente non fisiologica per l’alimentazione infantile ed è altamente sconsigliata. L’errore comune – ha spiegato Proietti – è quello di inserire formaggi e carne nella dieta del bambino credendo che la dose di proteine debba essere alta per la sua crescita. Se consideriamo i dati LARN dagli anni ’80 a oggi la quantità consigliata di proteine si è dimezzata, ma nel credo comune esiste ancora la preoccupazione di non somministrarne abbastanza per la crescita del bambino”.

La questione proteine è molto sentita da parte di tutti, nell’opinione pubblica un vegano non assume le proteine necessarie all’organismo. Anche questa credenza è da smentire. “Secondo gli attuali Larn, la bibbia dei nutrizionisti, è davvero complicato non eccedere nelle proteine e lo è anche nello svezzamento vegano – dice Roberta Bartocci, vegCoach, biologa nutrizionista – E’ più facile esagerare, mettendo a rischio reni e fegato”. “Nessun problema di carenze sul fronte proteine”, dunque.

Quanto alla possibile carenza di vitamina B12, risultata anche nel caso del piccolo di Pisa, Bartocci spiega all’AdnKronos che “la necessità di assumere questa vitamina è dovuta allo stile di vita artificiale che si conduce. Se vivessimo in campagna, immersi nella natura, non ne avremmo bisogno. Quindi, considerato lo stile di vita urbano è il caso di prevedere degli integratori”. Poi “c’è un problema di qualità degli alimenti, abbiamo un suolo che è stato violentato ed è povero e di conseguenza i vegetali che coltiviamo su questi terreni sono a loro volta poveri di micronutrienti”.

Oltre a questi suggerimenti di base bisogna sempre considerare la necessità di affidarsi ad un esperto, per evitare appunto che a pagarne le spese siano i nostri piccoli. Adoperare buon senso ed equilibrio è fondamentale, non considerare il bambino un adulto in miniatura, perché le esigenze di un cucciolo che si sta formando sono palesemente diverse da un uomo adulto. Affidatevi ad un pediatra, la salute dei bambini deve essere la priorità.

Troppe abbuffate e tante calorie: ecco come smaltire le uova di Pasqua

Uova di Pasqua da 800 calorie. Non serve rabbrividire al solo odore di cioccolato o pensare già alla prova costume tra qualche mese. Come “smaltirlo”? Bisogna escogitare. Per un uovo di quelle “dimensioni” caloriche serviranno sicuramente più di 4 ore di camminata (meglio se a passo svelto).
Per i più dinamici un’ora e venti di corsa o anche 61 minuti di burpees, esercizi a corpo libero che fanno lavorare i muscoli. Questa la “scheda” dinamica e fitness dell’esperto inglese Darren Casey, che, in occasione delle festività pasquali, regala soprattutto ai vecchi e saggi trasgressori della linea un vero e proprio insieme toccasana per rimediare allo “sgarro” delle feste.

Se il gusto è cioccolato al latte e ci lasciamo andare a mezzo uovo di Pasqua, pari a 180 calorie – spiega Casey – l’equivalente per smaltirlo è di circa 50 minuti di camminata o 20 minuti di corsa a velocità molto sostenuta – insomma, per chi è già avvantaggiato. Per chi ha la “tartaruga al contrario”, chi l’ha donata al WWF e chi quest’estate punterà sulla simpatia, si consiglia un viaggio di pellegrinaggio a Lourdes. In alternativa ci sono il training metabolico, costituito da esercizi molto duri da sostenere per 8 minuti circa, o i burpees, gli esercizi a corpo libero, per 13 minuti. Se invece avete scelto un uovo al cioccolato fondente e se ne mangia poco meno della metà – circa 250 calorie – serviranno un’ora e 15 minuti di camminata non-stop, 35 minuti di corsa a ritmo sostenuto oppure 17 minuti di training metabolico o 19 di burpees.

Insomma, che siano fondenti o al latte, colorate, fai da te, decorate, grandi o piccole, le uova di cioccolato sono da sempre le protagoniste della nostra Pasqua e delle nostre tavole. Basta non esagerare.

La dieta del supermetabolismo: meno 10 kg in 28 giorni

Da un po’ di tempo si sente parlare di un nuovo tipo di dieta chiamata dieta del supermetabolismo che sta facendo letteralmente impazzire il web. Ideata e provata dalla nutrizionista Haylie Pomroy, la dieta del supermetabolismo è stata definita da molti come una dieta miracolosa che ha fatto perdere peso, con risultati strabilianti, a migliaia di persone e a personaggi famosi dal calibro di Jennifer Lopez e Robert Downey jr.
Sicuramente starete pensando che si tratti della solita triste dieta simile alla Dukan, tutta verdure scondite e proteine, ma in realtà, al contrario di altre, il motto di questa dieta è “mangia di più perdi più chili”.

Come funziona la dieta del supermetabolismo?

La dieta del supermetabolismo ha una durata di 28 giorni che devono essere eseguiti impeccabilmente per riuscire a perdere fino a 10 kg; finito questo ciclo si dà inizio al mantenimento. La dieta è suddivisa in tre fasi: la F1 che dura i primi due giorni (es. lunedì e martedì), F2 che dura dal terzo al quarto giorno (es. mercoledì e giovedì) e infine la F3 che dura tre giorni (es. venerdì, sabato e domenica). Finite tutte e tre le fasi si ricomincia da capo la settimana con la F1 per poi proseguire con le altre fasi fino a quando non saranno passati 28 giorni.

Come tutte le diete anche quella del supermetabolismo prevede che siano consumati cinque pasti al giorno con una distanza che va dalle 2 alle 4 ore l’uno dall’altro. Questo tipo di alimentazione non conta le calorie ma si basa su delle quantità chiamate cup che variano in base ai chili da perdere, più peso si deve perdere e più l’organismo deve assumere cibo aumentandone così le quantità, in quanto ciò favorisce l’acceleramento del metabolismo.

Cibi da evitare

La dieta del supermetabolismo offre un ampio elenco di cibi da poter consumare ma bandisce caffè, teina, farina di grano, soia, mais, latticini, nitrati e zuccheri raffinati (che vengono sostituiti con stevia o xilitolo)

Prima fase F1

La F1 è la fase glicemica. Moderatamente proteica, povera di grassi e ricca di carboidrati e verdure. Gli alimenti da consumare durante questa fase sono: pasta o riso integrale, avena, quinoa, latte di riso, tacchino, affettati senza nitritati, tonno al naturale, lenticchie, frutta ricca di zuccheri naturali (anguria, fragole, ananas, pere, arance, kiwi etc), uova (solo albume), carote, pomodori, lattuga, funghi, zucca, zucchine, spinaci, melanzane etc. I piatti possono essere conditi solo con sale, limone e aceto.

Per quanto riguarda l’attività fisica durante questa fase è necessario fare un allenamento aerobico come la corsa. Inoltre la F1 ha l’obbiettivo di allentare la tensione e lo stress.
Durante i primi giorni di F1 è probabile che si soffra un po’ di mal di testa, è una fatto normale dato dalla pulizia del nostro organismo dai cosiddetti “cibi cattivi”.

Seconda fase F2

E’ la più dura tra le tre fasi ed è quella altamente proteica, ricca di verdure e povera di carboidrati e grassi. Per ben due giorni bisogna mangiare verdure e proteine cinque volte al giorno, comprese colazione e spuntino. Con questa fase si sblocca il grasso accumulato e si mette massa muscolare.

E’ consigliato un allenamento anaerobico ovvero costituito solo da pesi.

Terza fase F3

La terza fase è ricca di grassi sani (frutta secca, cocco, olive etc) e di frutta e verdura poco glicemica (pompelmo, mirtilli, lamponi, carciofi, fagioli, melanzane, spinaci etc), ma povera di carboidrati e proteine. Durante questa fase si può aggiungere un elemento di condimento: l’olio evo.

Durante la F3 è necessario fare un’attività fisica che combatta lo stress come lo yoga oppure fare dei massaggi.

Alla fine dei 28 giorni si fa il mantenimento, chiamato F4, che prevede un mix delle tre fasi ma con l’aggiunta, ogni quattro giorni, di un elemento precedentemente bandito dalla dieta come la pizza, gli zuccheri, la farina di grano etc. La dieta del supermetabolismo non solo aiuta a svegliare e accelerare un metabolismo lento, ma è anche consigliabile a chi ha problemi di diabete e di cuore, in quanto prevede degli alimenti con un basso indice glicemico.