venerdì, 26 Giugno 2026

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Proposte dal mondo del cibo: ristorazione, dieta, ricette e cucina

È boom del foodie, nuovo profeta della cucina

credits: www.american-development.com

Il termine foodie fu coniato da Paul Levy e Ann Barr, che nel 1984 pubblicarono il libro: “The Official Foodie Handbook”; cioè il manuale ufficiale del foodie.
Il foodie non è un gourmet professionista, ma neppure uno che non capisce nulla di gusti e sapori e si accontenta di qualunque cosa sia commestibile. Il foodie è una persona molto interessata al cibo, forse un po’ fissata; è un intenditore che lo ama per hobby, lo studia, lo mangia ed è attento a tutte le novità culinarie.

Il significato del termine foodie si discosta dal classico concetto di gourmet, non è un critico o uno snob ma un vero appassionato che se ne intende e lo fa per pura passione. È capace di formulare giudizi attenti e precisi, in grado di fornire sempre qualche dritta sul luogo migliore in cui mangiare o sul vino ideale da abbinare; quello che non affronta mai un viaggio senza prima essersi informato sulla cucina locale e che non rientra senza aver acquistato prodotti tipici. Il vero foodie ha sempre con sé un tablet o uno smartphone corredato di tutte le migliori app del caso che lo guidano dal momento della spesa, alla preparazione dei piatti fino alla valutazione finale, che sarà ovviamente postata e condivisa.

Figlia della parola foodie è il termine food porn. Consiste nella preparazione dei piatti così tanto spettacolarizzata, che solo alla vista fanno venire l’acquolina in bocca.
É anche la mania di fotografare tutti i piatti al ristorante che imperversa non solo tra i giornalisti enogastronomici e i blogger, ma anche tra la gente comune, famiglie con bambini, teen-ager e coppie di una certa età.

credits:www.ejinsight.com
credits:www.ejinsight.com

Al giorno d’oggi viviamo in una società moderna dove da molto tempo non esiste il problema della fame; questo è il motivo principale perché sul cibo e sul mangiare si elaborano un’infinità di significati e di attenzioni particolari in senso culturale e sociale.
Oggi il cibo è diventato, un’ossessione morale e ideale, per cui non è sempre il sapore , il gusto, il palato ad essere soddisfatto quanto la fissazione.
Questo concetto è particolarmente evidente per noi italiani poiché il cibo diventa argomento principale delle conversazioni; infatti anche quando si sta facendo un pranzo più che abbondante si continua a parlare di mangiare. Mettersi a tavola è un momento speciale dove avvengono discussioni, litigi, riconciliazioni; infatti in Italia gli spettacoli teatrali e cinematografici entrano in crisi negli orari canonici della cena, mentre si affollano nella fascia pomeridiana perché lontani dalle ore di pranzo e cena.

credits:thefoodmakers.startupitalia.eu
credits:thefoodmakers.startupitalia.eu

Intorno al cibo si è ormai creato un tale business che sono nate tante figure nuove e più interessanti rispetto ai vecchi buongustai, tra questi ci sono i foodies. Che si tratti di un esercito di amanti del buon cibo e del buon vino, amateur dell’enogastronomia, o di gente solo fissata per stare al passo con le tendenze di moda, poco importa. Quando si parla di cibo siamo tutti pronti a dimenticare le diete per soddisfare i nostri sensi.

Olio di palma: ecco tutta la verità

credits photo: de-gustare.it

Qualche giorno fa, sul sito istituzionale del Ministero della Sanità, è stato pubblicato il parere dell’Istituto Superiore della Sanità sulle conseguenze per la salute dell’utilizzo di un discusso ingrediente: l’olio di palma.
In effetti, è già da qualche anno che il suddetto olio è al centro di molte polemiche, perché considerato dannoso. Ma qual è la verità?

Ecco di seguito, in sintesi, il responso del Ministero.
L’olio di palma è un ingrediente largamente impiegato nell’industria alimentare, rappresentando una valida fonte di acidi grassi saturi, perché composto per il 50% da acidi grassi saturi (quasi esclusivamente acido palmitico), per il 40% da acidi grassi monoinsaturi (acido oleico) e per il 10% da acidi grassi poliinsaturi (acido linoleico).
Fonti scientifiche non riportano l’esistenza di componenti dell’olio di palma capaci di influire negativamente sulla nostra salute, ma riconducono eventuali patologie al suo elevato contenuto di acidi grassi saturi. È infatti noto che, un eccessivo consumo di acidi grassi saturi nella dieta, può avere a lungo andare, effetti negativi sulla salute, aumentando il rischio di patologie cardio-vascolari.

L’Istituto Superiore di Sanità ha definito l’olio di palma “utile” per una corretta integrazione di acidi grassi saturi in una corretta alimentazione, insieme ad altri alimenti come latte e derivati, uova e carne.
Le principali organizzazioni sanitarie nazionali e internazionali raccomandano livelli di assunzione quotidiani di acidi grassi saturi non superiori al 10% delle calorie totali, valore che non è rispettato nella stragrande maggioranza dei casi. Infatti, secondo delle stime effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità – basate sui dati degli anni 2005 e 2006, perché gli unici disponibili – in media un adulto ne consuma circa 27 grammi al giorno, con un contributo dell’olio di palma stimato tra i 2,5  e i 4,7 grammi. Mentre i bambini di età compresa tra i 3 e 10 anni, consumano in media tra i 24 e 27 grammi al giorno di acidi grassi, con un contributo di saturi da olio di palma tra i 4,4 e i 7,7 grammi.

Un aggiornamento di dati, però, potrebbe portare a definire diversi livelli di consumo degli acidi grassi saturi da parte della popolazione italiana, perché è stato evidenziato che negli ultimi dieci è diminuito il consumo totale di acidi grassi saturi. Nella popolazione adulta è dell’11,2% contro i <10% raccomandati, mentre nei bambini tra i 3 e i 10 anni risulta superiore all’obiettivo raccomandato del <10%, anche perché nei bambini è maggiore il fabbisogno fisiologico di grassi saturi nei primi anni di vita.

Dopo attente analisi l’Istituto Superiore di Sanità ha affermato che non ci sono correlazioni tra il consumo di olio di palma e l’insorgenza di malattie, bensì le patologie sono le stesse che possono essere causate dai comuni oli e grassi, come il burro.
Nel contempo, determinate fasce di popolazione quali bambini, anziani, obesi, pazienti con precedenti problemi cardiovascolari o ipertesi possono presentare una maggiore predisposizione, rispetto alla popolazione generale, a sviluppare determinate patologie.

Per tanto, si consiglia un regime dietetico vario e bilanciato, comprendente alimenti naturalmente ricchi di acidi grassi saturi – carne, latticini, uova -, ribadendo la necessità di contenere il consumo quotidiano di alimenti contenenti elevate quantità di grassi saturi.

Go Cubes: arriva il cubo di caffè da masticare (FOTO)

credits photo: hypebeast.com

Non tutti sarebbero disposti a dire addio alla classica tazzina di caffè rigorosamente bollente, o all’inconfondibile profumo sprigionato dalla caffettiera. Ma per gli amanti delle novità c’è una moderna idea di caffè.
Il suo nome è Go Cube, ed è una caramella gommosa dalla forma cubica contenente circa 50 milligrammi di caffeina, l’equivalente di mezza tazza di caffè americano, o di quasi tre quarti di un espresso.

credits photo: lipstickalley.com
credits photo: lipstickalley.com

L’idea, che non rispecchia le abitudini e i gusti degli italiani, arriva dalla Spagna, dove il progetto è stato ideato, finanziato con il crowfunding su Internet e concretizzato negli Stati Uniti.
Le caramelle, oltre alla caffeina, contengono vari integratori, tra i quali teanina, vitamine B6 e B12 e acido folico, utili a migliorare la memoria e il livello di attenzione. Le troviamo in tre diversi gusti: moka, latte e classico.

credits photo: futuristech.info
credits photo: futuristech.info

Ultimo dettaglio è il prezzo: la confezione è composta da sei caramelle e costa 20 dollari, ovvero circa 18 euro, non di certo economico come acquisto.

Gli inventori sono Michael Brandt e Geoffrey Woo, secondo i quali le Go Cubes sostituiranno nel prossimo futuro le tazzine di caffè perché sono più pratiche, trasportabili e masticabili ovunque e in qualsiasi momento, senza la possibilità che possano rovesciarsi.

credits photo: cnet.com
credits photo: cnet.com

Per ora non sono ancora arrivate in Italia, ma è solo questione di tempo. Negli ultimi tempi le sfide al caffè sono sempre di più, dall’annuncio della prossima apertura di Starbucks a Milano, all’idea di masticare il caffè con le Go Cubes, eliminando così il tanto amato ‘sorseggio del caffè‘, pratica che accompagna la vita di quasi tutti gli italiani.

Urge fare qualcosa se non vogliamo dire addio ad una delle tradizioni più antiche della nostra Italia: ‘a’ tazzulella e’ cafè‘.

Millennials e Baby boomers, cambia il mercato americano dei vini

credits:diddlyybop.ru

Una nuova generazione riscrive le regole del consumo di vino negli USA a discapito dei Baby boomers. Gli appartenenti a questa generazione si chiamano Millennials, sono i nati fra il 1981 e il 1997; hanno una maggiore familiarità con la comunicazione istantanea resa possibile attraverso l’uso di internet e dei nuovi media utilizzati attraverso siti web come Youtube e siti di social networking come Facebook, Twitter e Instagram. Tutto questo può spiegare come la fama dei Millennials sia orientata allo scambio e al commercio grazie ad una più facile comunicazione attraverso la tecnologia.
I Baby boomers, invece, sono i nati dopo la seconda Guerra Mondiale; sono i ragazzi che hanno fatto la rivoluzione culturale degli anni sessanta.

Secondo il Wine Market Council, i Millennials più giovani che hanno ormai compiuto 21 anni ricoprono, con i loro acquisti di bottiglie di vino, il 42 % dei consumi complessivi. Il cambiamento più importante degli ultimi 5 anni tra i Millennials è la stabilità della fascia più matura, quella dai 30 ai 38 anni, sia in termini economici che di gusti; i wine lovers che, come spiega il presidente del Wine Market Council: ”stanno prendendo sempre più consapevolezza di sé, in quanto amanti del buon vino, e dei propri gusti”.

La generazione dei Millennials ha ridisegnato il modo in cui il vino in America viene commercializzato, confezionato e distribuito al consumatore.
I Millennials optano per la raffinatezza spesso associata al vino e non hanno bisogno di un’occasione speciale per bere, anzi è considerata un’attività sociale e rilassante. La conseguenza è che se i Millennials pagano meno per il vino rispetto ai Boomers, per una disponibilità economica chiaramente meno elevata, lo consumano molto più spesso.
Per un Millennial l’acquisto di vino inizia con la decisione di un range di prezzo che è largamente influenzata dall’occasione dell’acquisto, seguita dall’uvaggio, l’annata, la regione di provenienza e, infine, dalla bottiglia più attraente. In media spendono 20-30 dollari per una bottiglia da consumare a casa, 50 e più durante i pasti fuori.

I Millennials frequentemente acquistano marche di vino sconosciute, perché hanno competenza ad accedere ed ottenere informazioni sui vini; si fidano del parere dei loro amici di Facebook o di un sito di recensioni fatte dai consumatori molto di più rispetto a quelle di esperti e professionisti. Per questo motivo l’industria del vino sta prendendo misure importanti per garantire che il loro marchio sia rappresentato in questa luce.

bellinicantine.blogspot.com
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Dopo la California, è italiano il vino più amato dai figli dei Baby boomers, riconosciuto per eleganza, versatilità ma soprattutto per la qualità. Le regioni italiane più scelte sono Toscana, Veneto, Sicilia e Piemonte, mentre una nota a parte merita il Prosecco, considerato un vero must per i Millennials. Senza dubbio è su questo target che le aziende devono puntare, intercettando il loro bisogno di prodotti unici e differenziati, il loro forte senso di individualità e di identità personale.