lunedì, 1 Giugno 2026

Food

Home Food Pagina 60
Proposte dal mondo del cibo: ristorazione, dieta, ricette e cucina

Olio di palma: ecco tutta la verità

credits photo: de-gustare.it

Qualche giorno fa, sul sito istituzionale del Ministero della Sanità, è stato pubblicato il parere dell’Istituto Superiore della Sanità sulle conseguenze per la salute dell’utilizzo di un discusso ingrediente: l’olio di palma.
In effetti, è già da qualche anno che il suddetto olio è al centro di molte polemiche, perché considerato dannoso. Ma qual è la verità?

Ecco di seguito, in sintesi, il responso del Ministero.
L’olio di palma è un ingrediente largamente impiegato nell’industria alimentare, rappresentando una valida fonte di acidi grassi saturi, perché composto per il 50% da acidi grassi saturi (quasi esclusivamente acido palmitico), per il 40% da acidi grassi monoinsaturi (acido oleico) e per il 10% da acidi grassi poliinsaturi (acido linoleico).
Fonti scientifiche non riportano l’esistenza di componenti dell’olio di palma capaci di influire negativamente sulla nostra salute, ma riconducono eventuali patologie al suo elevato contenuto di acidi grassi saturi. È infatti noto che, un eccessivo consumo di acidi grassi saturi nella dieta, può avere a lungo andare, effetti negativi sulla salute, aumentando il rischio di patologie cardio-vascolari.

L’Istituto Superiore di Sanità ha definito l’olio di palma “utile” per una corretta integrazione di acidi grassi saturi in una corretta alimentazione, insieme ad altri alimenti come latte e derivati, uova e carne.
Le principali organizzazioni sanitarie nazionali e internazionali raccomandano livelli di assunzione quotidiani di acidi grassi saturi non superiori al 10% delle calorie totali, valore che non è rispettato nella stragrande maggioranza dei casi. Infatti, secondo delle stime effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità – basate sui dati degli anni 2005 e 2006, perché gli unici disponibili – in media un adulto ne consuma circa 27 grammi al giorno, con un contributo dell’olio di palma stimato tra i 2,5  e i 4,7 grammi. Mentre i bambini di età compresa tra i 3 e 10 anni, consumano in media tra i 24 e 27 grammi al giorno di acidi grassi, con un contributo di saturi da olio di palma tra i 4,4 e i 7,7 grammi.

Un aggiornamento di dati, però, potrebbe portare a definire diversi livelli di consumo degli acidi grassi saturi da parte della popolazione italiana, perché è stato evidenziato che negli ultimi dieci è diminuito il consumo totale di acidi grassi saturi. Nella popolazione adulta è dell’11,2% contro i <10% raccomandati, mentre nei bambini tra i 3 e i 10 anni risulta superiore all’obiettivo raccomandato del <10%, anche perché nei bambini è maggiore il fabbisogno fisiologico di grassi saturi nei primi anni di vita.

Dopo attente analisi l’Istituto Superiore di Sanità ha affermato che non ci sono correlazioni tra il consumo di olio di palma e l’insorgenza di malattie, bensì le patologie sono le stesse che possono essere causate dai comuni oli e grassi, come il burro.
Nel contempo, determinate fasce di popolazione quali bambini, anziani, obesi, pazienti con precedenti problemi cardiovascolari o ipertesi possono presentare una maggiore predisposizione, rispetto alla popolazione generale, a sviluppare determinate patologie.

Per tanto, si consiglia un regime dietetico vario e bilanciato, comprendente alimenti naturalmente ricchi di acidi grassi saturi – carne, latticini, uova -, ribadendo la necessità di contenere il consumo quotidiano di alimenti contenenti elevate quantità di grassi saturi.

Go Cubes: arriva il cubo di caffè da masticare (FOTO)

credits photo: hypebeast.com

Non tutti sarebbero disposti a dire addio alla classica tazzina di caffè rigorosamente bollente, o all’inconfondibile profumo sprigionato dalla caffettiera. Ma per gli amanti delle novità c’è una moderna idea di caffè.
Il suo nome è Go Cube, ed è una caramella gommosa dalla forma cubica contenente circa 50 milligrammi di caffeina, l’equivalente di mezza tazza di caffè americano, o di quasi tre quarti di un espresso.

credits photo: lipstickalley.com
credits photo: lipstickalley.com

L’idea, che non rispecchia le abitudini e i gusti degli italiani, arriva dalla Spagna, dove il progetto è stato ideato, finanziato con il crowfunding su Internet e concretizzato negli Stati Uniti.
Le caramelle, oltre alla caffeina, contengono vari integratori, tra i quali teanina, vitamine B6 e B12 e acido folico, utili a migliorare la memoria e il livello di attenzione. Le troviamo in tre diversi gusti: moka, latte e classico.

credits photo: futuristech.info
credits photo: futuristech.info

Ultimo dettaglio è il prezzo: la confezione è composta da sei caramelle e costa 20 dollari, ovvero circa 18 euro, non di certo economico come acquisto.

Gli inventori sono Michael Brandt e Geoffrey Woo, secondo i quali le Go Cubes sostituiranno nel prossimo futuro le tazzine di caffè perché sono più pratiche, trasportabili e masticabili ovunque e in qualsiasi momento, senza la possibilità che possano rovesciarsi.

credits photo: cnet.com
credits photo: cnet.com

Per ora non sono ancora arrivate in Italia, ma è solo questione di tempo. Negli ultimi tempi le sfide al caffè sono sempre di più, dall’annuncio della prossima apertura di Starbucks a Milano, all’idea di masticare il caffè con le Go Cubes, eliminando così il tanto amato ‘sorseggio del caffè‘, pratica che accompagna la vita di quasi tutti gli italiani.

Urge fare qualcosa se non vogliamo dire addio ad una delle tradizioni più antiche della nostra Italia: ‘a’ tazzulella e’ cafè‘.

Millennials e Baby boomers, cambia il mercato americano dei vini

credits:diddlyybop.ru

Una nuova generazione riscrive le regole del consumo di vino negli USA a discapito dei Baby boomers. Gli appartenenti a questa generazione si chiamano Millennials, sono i nati fra il 1981 e il 1997; hanno una maggiore familiarità con la comunicazione istantanea resa possibile attraverso l’uso di internet e dei nuovi media utilizzati attraverso siti web come Youtube e siti di social networking come Facebook, Twitter e Instagram. Tutto questo può spiegare come la fama dei Millennials sia orientata allo scambio e al commercio grazie ad una più facile comunicazione attraverso la tecnologia.
I Baby boomers, invece, sono i nati dopo la seconda Guerra Mondiale; sono i ragazzi che hanno fatto la rivoluzione culturale degli anni sessanta.

Secondo il Wine Market Council, i Millennials più giovani che hanno ormai compiuto 21 anni ricoprono, con i loro acquisti di bottiglie di vino, il 42 % dei consumi complessivi. Il cambiamento più importante degli ultimi 5 anni tra i Millennials è la stabilità della fascia più matura, quella dai 30 ai 38 anni, sia in termini economici che di gusti; i wine lovers che, come spiega il presidente del Wine Market Council: ”stanno prendendo sempre più consapevolezza di sé, in quanto amanti del buon vino, e dei propri gusti”.

La generazione dei Millennials ha ridisegnato il modo in cui il vino in America viene commercializzato, confezionato e distribuito al consumatore.
I Millennials optano per la raffinatezza spesso associata al vino e non hanno bisogno di un’occasione speciale per bere, anzi è considerata un’attività sociale e rilassante. La conseguenza è che se i Millennials pagano meno per il vino rispetto ai Boomers, per una disponibilità economica chiaramente meno elevata, lo consumano molto più spesso.
Per un Millennial l’acquisto di vino inizia con la decisione di un range di prezzo che è largamente influenzata dall’occasione dell’acquisto, seguita dall’uvaggio, l’annata, la regione di provenienza e, infine, dalla bottiglia più attraente. In media spendono 20-30 dollari per una bottiglia da consumare a casa, 50 e più durante i pasti fuori.

I Millennials frequentemente acquistano marche di vino sconosciute, perché hanno competenza ad accedere ed ottenere informazioni sui vini; si fidano del parere dei loro amici di Facebook o di un sito di recensioni fatte dai consumatori molto di più rispetto a quelle di esperti e professionisti. Per questo motivo l’industria del vino sta prendendo misure importanti per garantire che il loro marchio sia rappresentato in questa luce.

bellinicantine.blogspot.com
bellinicantine.blogspot.com

Dopo la California, è italiano il vino più amato dai figli dei Baby boomers, riconosciuto per eleganza, versatilità ma soprattutto per la qualità. Le regioni italiane più scelte sono Toscana, Veneto, Sicilia e Piemonte, mentre una nota a parte merita il Prosecco, considerato un vero must per i Millennials. Senza dubbio è su questo target che le aziende devono puntare, intercettando il loro bisogno di prodotti unici e differenziati, il loro forte senso di individualità e di identità personale.

Il lato oscuro dell’alta cucina

Alta cucina e chef stellati
CREDIT: www.viagginews.com

Ogni grande Chef ha un grande sogno nel cassetto: ottenere le fantomatiche stelle della guida Michelin, cosi’ come i grandi atleti aspirano alle medaglie olimpioniche per raggiungere i tre podi.
Tale riconoscimento rappresenta, infatti, un segno distintivo dell’alta cucina e conferisce prestigio e maggiore visibilità. La stella nasce dalla Guida Michelin, che oggi è uno dei riferimenti più autorevoli nel campo del turismo enogastronomico, uno strumento nelle mani di ogni viaggiatore che si rispetti, e che cerca l’eccellenza della tavola in tutti i luoghi che decide di visitare.

Oggi, considerarla una semplice guida è riduttivo: è un fenomeno di massa che ha la capacità di orientare le scelte culinarie dei ristoratori e di chi fa cucina, prima ancora che vengano presi in considerazione i gusti degli utenti della ristorazione. Ma le stelle influenzano anche le scelte del viaggiatore. Con una stella la cucina è di buon livello, ma tradizionale. Due stelle significa che la cucina è l’espressione creativa dello chef. Con tre stelle si tratta davvero di un grande ristorante, dove tutto deve essere perfetto, in ogni dettaglio.

Sebbene sia vero che la Michelin Star è riconosciuta al ristorante, il credito è riferito allo chef responsabile della cucina. La stella permette di entrare in un mondo diverso in cui la considerazione da parte degli altri chef è molto elevata. Successo, fama, interviste e nuovi clienti: il tutto tradotto in visibilità. Se poi si è in gamba si cresce, altrimenti la stella può essere anche un’arma a doppio taglio e causare parecchi disastri.

Il potere che questo strumento ha di decidere le fortune o le sfortune dei ristoranti di alta cucina ha sempre creato forti pressioni sui cuochi e i ristoratori. Tormentati dalla ricerca della perfezione, in molti hanno deciso di togliersi la vita per motivi legati alla professione che li mette costantemente alla prova: tra la necessità di inventare sempre nuovi piatti, la volontà di non deludere le aspettative dei clienti, il perfezionismo nel proporre sempre un impeccabile servizio e una vita privata spesso vittima dei ritmi forsennati. La presenza di guide, blog, siti di recensioni dei ristoranti non ha certo migliorato le cose negli ultimi anni.

Il caso più celebre è quello che riguardò Bernard Loiseau, cuoco francese tra i più famosi e apprezzati, proprietario di La Côte d’Or in Borgogna e di altri tre ristoranti, autore di libri di cucina e di prodotti gastronomici di larga distribuzione, che nel 2003 si suicidò pochi giorni dopo aver appreso che il suo locale avrebbe potuto perdere la terza stella, che deteneva fin dal 1991 (cosa che poi non avvenne: La Côte d’Or ha tre stelle Michelin tutt’ora). A lui dedicato “Il perfezionista”, un romanzo che cerca di raccontare i retroscena della vita del grande chef francese, le implicazioni del successo, la lotta estenuante per restare ai vertici della haute cuisine, ma anche il suo eccessivo perfezionismo, la paranoia, i vizi e gli eccessi che, forse, lo hanno spinto a compiere il gesto estremo.

L’ultimo chef a decidere di farla finita è stato Benoît Violier, a capo del ristorante con tre stelle Michelin all’Hotel de Ville a Crissier vicino Losanna, da poco eletto primo del mondo dalla classifica francese “La Liste”. A 44 anni, il giorno prima della presentazione dell’edizione francese della guida Michelin, Violier si è sparato nella sua casa svizzera.
Il mestiere di chef è delicato, serve una vocazione vera. Servono talento, la calma ascetica di un monaco zen e molta resistenza alla fatica.