domenica, 1 Marzo 2026

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La donna della cabina numero 10: il thriller Netflix che gioca con la mente

C’è qualcosa di ipnotico in La donna della cabina numero 10, il nuovo thriller di Netflix diretto da Simon Stone e tratto dal romanzo di Ruth Ware. Uscito il 10 ottobre 2025, il film riporta sullo schermo una magnetica Keira Knightley in una storia che mescola paranoia, mistero e claustrofobia, sospesa tra il lusso di una crociera e l’angoscia di un segreto che nessuno vuole vedere.

La donna della cabina numero 10: un grido nell’oceano che nessuno sente

Laura “Lo” Blacklock, giornalista brillante ma tormentata, accetta un incarico all’apparenza rilassante: seguire la crociera inaugurale dell’Aurora, uno yacht esclusivo diretto ai fiordi norvegesi. L’eleganza dei saloni, le cene di gala e la calma del mare sembrano la cura perfetta per dimenticare un passato doloroso. Fino a quella notte. Dal vetro della sua cabina, Laura assiste a una scena che la gela: una donna che cade in acqua, forse spinta, dalla cabina accanto alla sua. Ma quando dà l’allarme, tutti le assicurano che nessuno manca all’appello. La cabina numero 10, dicono, è vuota.

Da quel momento, il film si trasforma in una danza tra realtà e illusione. Lo spettatore, come la protagonista, inizia a dubitare di tutto: dei ricordi, delle percezioni, perfino della propria sanità mentale. Ogni volto sull’Aurora diventa una possibile minaccia, ogni conversazione un indizio sfuggente.

Un cast di sguardi e sospetti

Keira Knightley regge il film con una performance intensa e trattenuta, perfettamente bilanciata tra fragilità e determinazione. Attorno a lei si muovono figure ambigue interpretate da Guy Pearce, Kaya Scodelario, Hannah Waddingham, Gugu Mbatha-Raw e David Ajala: tutti impeccabili, eleganti e un po’ troppo perfetti per non destare sospetto.

Lusso e isolamento: la doppia faccia della nave

La fotografia di La donna della cabina numero 10 è una delle sue carte vincenti. Lo yacht, simbolo di ricchezza e comfort, diventa progressivamente una prigione dorata. I corridoi lucidi si trasformano in labirinti, le finestre riflettono più paura che luce e ogni rumore ovattato alimenta l’ansia crescente. Il regista Simon Stone costruisce una tensione che non esplode mai davvero, ma resta lì, in sospeso, come un nodo alla gola.

Tra paranoia e verità

Pur con qualche difetto di ritmo e alcuni colpi di scena prevedibili, il film conquista per la sua capacità di toccare un tema attualissimo: la voce di una donna che denuncia qualcosa di terribile e viene messa in dubbio da tutti. È qui che La donna della cabina numero 10 trova la sua vera forza, non tanto nel mistero da risolvere, quanto nella sensazione inquietante che, a volte, la realtà sia proprio quella che nessuno vuole credere.

Wayward – Ribelli: il thriller Netflix che sta spiazzando tutti

Se sei un amante del thriller e delle storie che ti lasciano col fiato sospeso, non puoi perderti Wayward – Ribelli, la nuova miniserie di Netflix che ha già conquistato il pubblico e diviso le opinioni. In onda dal 25 settembre 2025, questa serie ha tutto: mistero, tensione e un pizzico di critica sociale, il tutto racchiuso in una trama avvincente.

Wayward – Ribelli: un mondo oscuro e affascinante

Ambientata negli inquietanti anni 2000 nella fittizia cittadina di Tall Pines, Wayward ruota attorno a Alex, un giovane poliziotto che si trasferisce con la moglie Laura per cercare una vita tranquilla. Ma le apparenze ingannano! La loro nuova casa è un dono di Evelyn, interpretata magistralmente da Toni Collette, la misteriosa leader di un collegio per adolescenti problematici. Qui, Alex e Laura si troveranno a fronteggiare segreti inquietanti e un passato che non vuole scomparire.

I protagonisti non sono solo Alex e Laura, ma anche due adolescenti ribelli, Abbie e Leila, che si ritrovano intrappolate in un sistema oppressivo. Con una scrittura brillante, Mae Martin riesce a dare vita a personaggi che sfuggono agli stereotipi, mostrando le sfide e le complessità della crescita in un ambiente ostile. La dinamica tra i giovani e gli adulti malati crea un contrasto che tiene lo spettatore incollato allo schermo.

Perchè non perderla

La serie non si limita a essere un classico thriller; gioca anche con elementi di commedia nera e satire sociali. Tra momenti di intensa drammaticità e attimi di ironia, Wayward riesce a mantenere un ritmo incalzante, perfetto per chi ama le storie che fanno riflettere. E non dimentichiamo il finale aperto, che ha già acceso dibattiti tra i fan!

Se ti piacciono le serie che mescolano suspense, dramma e una buona dose di critica sociale, Wayward – Ribelli è ciò che fa per te. Con un cast stellare e una trama avvincente, è già diventata uno dei titoli più discussi del momento. Non lasciartela sfuggire!

Pronto a immergerti in questo incubo sociale?

Trump e l’autismo: mette in discussione vaccino epatite B e paracetamolo ma non esistono correlazioni


Trump e l’autismo: eravate all’oscuro del fatto che il presidente USA fosse un esperto medico/scienziato? Anche io.
Ci svegliamo in queste ore con una notizia che non dovrebbe sorprenderci troppo: Trump afferma che il vaccino dell’epatite B, e udite udite, il paracetamolo causano l’autismo.

Spoiler: no.


Trump e l’autismo: mette in discussione vaccino epatite B e paracetamolo

Donald Trump ha sollevato forti polemiche con dichiarazioni che mettono in guardia le donne incinte dall’uso del paracetamolo e che suggeriscono di rimandare la vaccinazione contro l’epatite B nei neonati, affermando che questi interventi sarebbero collegati a un rischio aumentato di autismo nei bambini.
Secondo quanto riportato da ANSA e da altre fonti, Trump ha dichiarato che le donne incinte non dovrebbero assumere paracetamolo, e che non c’è motivo per somministrare il vaccino contro l’epatite B ai bambini subito dopo la nascita. Secondo il non specialista Trump è meglio rimandarlo a quando il bambino avrà circa 12 anni.

Durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, inoltre, il segretario alla Salute USA Robert F. Kennedy Jr. ha raccomandato l’uso dell’acido folinico come terapia per l’autismo, citando studi che coinvolgerebbero “oltre 40 pazienti”.

E questo fa già ridere così.


Cosa dicono davvero gli studi scientifici su autismo, vaccini e paracetamolo?


L’idea che i vaccini possano causare autismo è stata messa in giro da molti anni, ma l’ampia letteratura scientifica finora non ha trovato prove convincenti di un legame causale.
Uno dei casi più noti è lo studio pubblicato nel 1998 da Andrew Wakefield che suggeriva un collegamento tra vaccino MMR (morbillo-parotite-rosolia) e autismo, ma che è stato ritirato dopo che sono emersi gravi difetti metodologici e falsificazioni.
Studi successivi molto più ampi, in cohort di popolazione, hanno confrontato bambini vaccinati e non vaccinati, oppure fratelli, e non hanno riscontrato differenze significative nel rischio di autismo connesso alla vaccinazione.


Il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) sottolinea chiaramente che “gli studi hanno mostrato che non c’è legame tra ricevere i vaccini e sviluppare autismo” e che “nessun componente dei vaccini è stato dimostrato causare ASD (Autism Spectrum Disorder)”.


Paracetamolo in gravidanza e rischio di autismo

Ci sono alcune ricerche che hanno esplorato possibili associazioni tra uso di paracetamolo durante la gravidanza e sviluppo neurologico nei bambini.

Ma queste ricerche presentano limitazioni concrete: sono per lo più studi osservazionali, che non possono stabilire causalità, e spesso affrontano il problema di fattori confondenti che potrebbero spiegare l’associazione.


Un grande studio svedese, ad esempio, che include milioni di nascite, non ha trovato un legame causale chiaro tra esposizione prenatale a paracetamolo e autismo o ADHD quando si controllano fattori genetici e familiari.


Quindi come al solito siamo di fronte ad un enorme panzana che contraddice il consenso attuale della comunità scientifica. Nessun ente regolatorio serio, fino ad oggi, ha modificato le linee guida sulla vaccinazione neonatale contro l’epatite B, né ha decretato che il paracetamolo sia da evitare in gravidanza salvo casi specifici.


Ma vallo a spiegare ai complottisti.

Come la religione sta rovinando il mondo: da Charlie Kirk a Gaza

Avrete visto lo show che si è tenuto ieri in America per i funerali di Charlie Kirk e questo pezzo parte proprio da qui. Sì lo so che il titolo è provocatorio, ma sarete d’accordo con me che credenze e testi sacri vengono spesso strumentalizzati da movimenti politici, estremisti e attori statali per giustificare violenza, esclusione e politiche aggressive.

È sotto gli occhi di tutti.

Charlie Kirk e il ritorno alla Bibbia

La morte di Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA e figura-chiave del conservatorismo giovanile americano, è stata rapidamente trasformata in simbolo e strumento politico, con leader che hanno parlato di «martirio» e di una guerra culturale con connotati religiosi.

In sostanza di cosa parlava Kirk nelle sue campagne? No aborto, ovviamente, no diritti dei gay e dei trans, xenofobia, sì alle armi (chissenefrega di chi ci muore sotto, “è un prezzo da pagare” parole di Kirk non mie), razzismo e ciliegina sulla torta: le donne dovrebbero fare le donne, figli e marito, no lavoro, meno diritti possibili.

Kirk sostenevaanche che la religione debba avere un ruolo attivo nella vita pubblica.

Negli USA è cresciuto negli ultimi anni un movimento di “Christian nationalism” la cui narrativa sostiene che la nazione debba essere esplicitamente cristiana e che la politica sia parte di una battaglia spirituale. Sondaggi e studi (PRRI, Pew, Brookings) mostrano che una quota significativa della popolazione simpatizza con idee che mescolano patriottismo, religione e autoritarismo, e che queste idee sono correlate a posizioni più ostili verso pluralismo e minoranze.

L’America sta tornando al Medioevo?

Dalla Bibbia alla terra: religione e politica nel conflitto israelo-palestinese

Nel cuore del Medio Oriente, la linea che separa fede e politica si è fatta sempre più sottile. Per molti coloni religiosi che vivono in Cisgiordania, la Bibbia non è solo un libro sacro, ma una sorta di mappa che indica quali terre appartengano al “popolo eletto”. A partire da quei versetti, intere comunità giustificano insediamenti ed espropri, dando vita a tensioni quotidiane che spesso sfociano in scontri violenti.

Dall’altro lato, gruppi come Hamas attingono a testi e interpretazioni religiose per trasformare la resistenza in un dovere sacro. La lotta diventa così non soltanto politica, ma spirituale: un sacrificio legittimato dalla fede. Il risultato è che i testi sacri, nati per dare senso e speranza, finiscono trasformati in armi retoriche capaci di alimentare conflitti e divisioni.

La guerra di Gaza lo dimostra con chiarezza. Le rivendicazioni nazionali e religiose si intrecciano con la logica militare e con la sicurezza di Stato. Mentre l’ONU lancia accuse pesanti, fino a evocare crimini contro l’umanità, la narrazione religiosa contribuisce a irrigidire le posizioni. Invece di aprire al dialogo, diventa un terreno fertile per la radicalizzazione e l’odio reciproco.

Perché la religione può aggravare i conflitti

Gli studiosi lo ripetono da anni: non è la religione in sé a generare violenza, ma il suo uso politico. Secondo ricerche come quelle di Mark Juergensmeyer e i dati raccolti dal Pew Research Center, i conflitti scoppiano quando la fede si mescola con identità etniche, disuguaglianze sociali e governi che legittimano esclusioni. Al contrario, la maggior parte delle persone religiose vive la propria fede in modo pacifico, e in molte tradizioni esistono insegnamenti che promuovono compassione, giustizia e convivenza.

Il problema, quindi, non è credere in Dio, ma come alcuni leader strumentalizzano Dio per rafforzare il proprio potere, mobilitare masse e giustificare violenza.

Fondamentalismi: oltre la teologia

Dietro al fondamentalismo non c’è soltanto un’interpretazione rigida delle Scritture. C’è povertà, frustrazione sociale, perdita di fiducia nelle istituzioni, propaganda identitaria e giochi geopolitici. Tutto questo rende la religione un carburante per i conflitti.

Negli Stati Uniti, ad esempio, la miscela di nazionalismo religioso, disinformazione e mobilitazione identitaria ha creato un clima in cui la violenza politica sembra più vicina e accettabile. In Medio Oriente, l’occupazione e lo sfollamento forniscono il contesto materiale in cui argomenti religiosi diventano la miccia perfetta per nuove escalation.

Purtroppo finché ci saranno persone che nel 2025 pensano ancora di poter vivere secondo la Bibbia (o le parti che fanno più comodo) continueremo ad assistere a queste situazioni.