giovedì, 5 Febbraio 2026

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Quanto durerà il vostro amore? Il cervello lo sa

Credit: cristianobrizzi.net

Sperate che la vostra storia d’amore sia per sempre? Vi proiettate già un matrimonio con il/la vostro/a compagno/a attuale? Se volete sapere quanto durerà la vostra love story non vi resta che cercare la risposta dentro di voi. Si, ma dove? Nel vostro cervello.

Sembra strano che la risposta sia così semplice, è vero, ma pare proprio sia così. A detta dei ricercatori della Brown University di Providence (Usa), parte tutto dalla nostra materia grigia. Uno studio ha dimostrato, attraverso la risonanza magnetica, grosse differenze nell’attivazione cerebrale tra le coppie più solide e le più fragili.

Pare che l’amore è più solido quando si accompagna a una visione positiva del compagno.
Infatti, la relazione si è rivelata molto più duratura nelle coppie che hanno mostrato una maggiore attività cerebrale nell’area che reagisce alla bellezza visiva, e minore in quella più sensibile al senso critico.
In parole povere: l’amore è più duraturo quando si ha dell’altro una visione positiva e un’attitudine a moderare i conflitti.

Curiosità:

Bionda o mora? Un gruppo di ricercatori dell’Università di Westminster ha inviato una donna in tre diversi nightclub, con i capelli tinti ogni volta di un colore diverso: prima biondi, poi castani e infine rossi. Il risultato è che la donna è stata invitata a ballare più volte da bionda, ma è stata valutata più attraente e intelligente quando era mora. In parte questione di moda, e in parte di percentuali: la maggior parte delle persone ha una chioma scura, e in un locale scuro come un nightclub il biondo spicca.

L’amico buffone. Se il giullare del vostro gruppo non ha ancora trovato l’anima gemella un motivo c’è: pare che gli uomini sorridenti sono considerati meno attraenti dal pubblico femminile.

Per amore o per odore. Sembra strano, e invece esiste una correlazione strettissima tra odore corporeo, genetica e attrazione sessuale e amore. A confermarlo sono gli esperimenti scientifici che hanno dimostrato che le coppie durature e felici hanno infatti caratteristiche genetiche molto diverse tra loro. In particolare, a differire deve essere l’HLA, una sequenza di geni legata all’emissione degli ormoni che controllano gli odori emessi da una persona.

Sesso. Sicuramente è vero che gli uomini sono più inclini a pensare ai rapporti sessuali e ad avere relazioni con più partner – perchè la prospettiva di una gravidanza mette le donne nella condizione di essere più selettive nei confronti di eventuali pretendenti – ma non è vero che gli uomini pensano al sesso ogni 7 secondi. Secondo una ricerca dell’Università dell’Ohio ci pensano solo ogni 40 minuti.

Questione d’altezza. Il detto “altezza mezza bellezza” vale solo per il genere maschile. Quando si parla di centimetri (dal suolo) le ragazze preferiscono un partner alto, più alto di loro per un senso di protezione, mentre gli uomini apprezzano le donne più minute.

[Credit: focus.it]

Dopo 60 anni di matrimonio vogliono morire insieme

Credit: cultura.biografieonline.it

Morire fianco a fianco, mano nella mano, occhi negli occhi. Questo è l’ultimo desiderio di Francois e Anne, una coppia ottuagenaria belga che ha scelto il suicidio assistito per concludere un percorso di vita di coppia.
Dopo 60 anni di matrimonio, infatti, i due hanno paura di rimanere vedovi; per questo hanno deciso di morire insieme, rivolgendosi all’eutanasia.

Fa discutere in Belgio questo, ma loro dicono – al quotidiano Moustique – “Siamo soddisfatti del tempo vissuto, siamo stati sempre insieme. Se uno dei due morisse sarebbe impossibile per l’altro andare avanti: non vogliamo affrontare la sofferenza della solitudine”.
Niente di più semplice. Niente di più ammirevole. Niente di più che un vero atto d’amore.

Originari di Bruxelles, 89 anni lui, 86 anni lei, entrambi hanno problemi legati all’età avanzata: come ad esempio assistenza nell’alimentazione e nelle uscite. Per di più, lui si sta curando da vent’anni per un cancro alla prostata, e non può fare a meno di una dose quotidiana di morfina, lei invece è parzialmente cieca e quasi totalmente sorda. Però sono autosufficienti, e riescono a vivere la loro vita e la loro quotidianità regolarmente, uscendo anche tutti i giorni a fare la spesa – ovviamente insieme “per il timore che l’altro possa non tornare”.

Anche i figli di Francois e Anne sono d’accordo a porre fine così al loro matrimonio, alla loro vita.
Jean-Paul, 55 anni, il maggiore dei tre figli, ha detto: “Non avremmo la possibilità di prenderci cura di nostro padre o nostra madre, una volta vedovi. È giusto che possano morire insieme, se è quello che vogliono. È la soluzione migliore”
È stato lui, inoltre, ad occuparsi degli aspetti pratici di tutta la vicenda, trovando, dopo vari tentativi, una clinica delle Fiandre – regione dove viene praticato l’82% dei casi di suicidio assistito nel Paese – disposta a procedere all’eutanasia anche in mancanza di condizioni mediche valide.

Per ottenere il via libera la coppia in questione dovrà ricorrere al concetto di “sofferenza psichica”, in questo caso dovuta alla paura di rimanere soli.
Si tratta di una possibilità ammessa dalla legge e che viene utilizzata sempre più di frequente. L’anno scorso, infatti, la transessuale Nancy Verhelst, 44 anni, aveva ricorso all’eutanasia dopo che i dottori avevano bocciato la sua richiesta di un’operazione per cambiare sesso. L’introduzione di di questo genere di motivazione ha però aumentato le polemiche su questa pratica di suicidio assistito.

Francois e Anne sono incuranti delle polemiche e si preparano, insieme, alla “dolce fine”, parlando della loro morte come se stessero fissando una vacanza. L’appuntamento è fissato al tre febbraio del prossimo anno, giorno del loro 62esimo anniversario di matrimonio; l’ultimo di un’intera vita affrontata insieme, anche nella morte.

[Credit: laStampa]

Quello che ho scoperto sulla felicità

Tutti ne parlano, nessuno sembra sapere esattamente cosa sia, come trovarla e dove. Una leggenda metropolitana, fino a quando non arriva l’amore, una proposta di lavoro, una bella notizia: allora sì, lo vogliamo urlare al mondo che la felicità esiste.

E basta poco a ritrovarla, magari anche per caso, come è capitato a me . Può bastare anche un laboratorio di cui lei è protagonista. “Un’idea di felicità-Laboratorio per il futuro“, questo è il nome della tre giorni, tenuta in seno ai Dialoghi di Trani e organizzata dall’associazione Faber. Così l’ho scoperta e riscoperta, la felicità. Così l’ho idealizzata, identificata, immaginata, toccata. Così l’ho condivisa.

Cosa saresti se fossi la felicità?“- mi è stato chiesto. Ho chiuso gli occhi e ho risposto, sicura: “Sarei una penna che scrive storie“. E in fin dei conti mi ritrovo qui, a raccontarvela questa storia. La storia di come ho capito che la felicità più che un obiettivo, un risultato, un premio, è un modo d’essere. È una scelta quotidiana.

Così andrò, felice, a elencare quello che ho scoperto su di me prima e sulla felicità poi. Perché a me è servito qualcuno che dicesse “chiediti come stai in questo momento” tanto quanto io spero serva a voi che state leggendo.

Ridi

Presentati al gruppo con nome e cognome e dopo prova a ridere“. Una richiesta spiazzante, insolita e a dir poco imbarazzante. Insomma, come si può ridere senza motivo o senza almeno un disturbo psichico degno di nota?

Provaci e basta“. E così il primo tentativo: una risata forzata, inibita, finta, imbarazzata. E poi l’imbarazzo che diventa contagioso e buffo, che genera altre risate, vere. E la tua, quella finta che si trasforma in lacrime di gioia.

Il nostro corpo non riesce a distinguere la risata vera dalla risata finta, è stata questa la scoperta. Così la sensazione di benessere, che sia spontanea o forzata, quella risata ce la libera dentro. Lascia che esploda in ogni cellula e il risultato straordinario è una persona che sta bene, per qualche minuto o per tutta la giornata.

La risata ha un potere enorme e non costa nulla. Ed è il primo passo verso la felicità.

Liberati del superfluo

La vita va affrontata a mani vuote. In caso di tempesta, come fai a reggere il timone con due valigie? E se fa bel tempo, sei più leggero a testa sgombra” – scrive Emmanuel Gallot-Lavallée in Clown Celeste.

Siamo partiti da questa riflessione, per il secondo esercizio. Presentarsi agli altri, solo con nome e cognome. “Il mio nome è Anita Casalino” – in apnea e con i pugni chiusi. Ma ero in dolce compagnia. Le valigie degli altri erano mani sudate, spalle basse, deglutizione, tic, iperventilazione.

Cose normali, a cui non facciamo neanche caso. Cose che in realtà sono le mille maschere che poniamo tra noi e gli altri, per apparire al meglio, strafighissimi nel nostro alone di mistero. Questo è il superfluo che aggiungiamo al “noi stessi” di base. Riconoscerlo è il primo passo per mollarlo via.

Un respiro profondo, prima di parlare, prima di agire e poi, in scena.

Senti te stesso, senti gli altri

Ci siamo presentati ad un gruppo di persone. Ma cosa succede quando l’interlocutore è uno? Come rifuggiamo il contatto? Neghiamo parti del corpo, tendiamo la mano evitando uno sguardo diretto, non ricordiamo il nome dell’altro perché siamo troppo occupati a costruire la nostra immagine, facciamo un passo indietro. Siamo assenti, in parole povere.

Toccare fisicamente chi abbiamo di fronte, sentire la sua energia, parlare con gli occhi: così si è presenti, così si crea una storia, anche se brevissima, con l’altro. Perché la comunicazione vera non ha parole. Quelle usiamole dopo.

E poi chiediamoci, “cosa mi ha lasciato questo incontro? Quale sensazione? Come mi sento adesso? Cosa trasmetto?“. Domande piccole, che ci concederanno risposte inestimabili.

Agita il sedere

Provate a cantare col culo” – ci è stato detto. Sarebbe stato più facile chiedermi di arrivare puntuale ad un appuntamento o rinunciare al dessert dopo pranzo. Ma non sempre quello che si crede complicato lo è.

Sulla base di Micheal Jackson – riposi in pace – abbiamo agitato, a gruppi di cinque, il sedere. Eravamo buffi e ridicoli. Abbiamo esposto insieme la nostra goffaggine e la vulnerabilità che ne deriva. Ne abbiamo riso. Abbiamo riso di quel poliziotto, Flick, che si trova nella mente di ognuno e che interviene automaticamente a giudicarci e a giudicare gli altri. Abbiamo condiviso la gioia e sentito il nostro corpo.

Secondo le culture tribali, il centro delle emozioni si trova proprio nella zona del sedere. Confluiscono tutte lì: gioia, rabbia, delusione, tristezza, nervosismo, serenità. Dominare quell’area anatomica, lasciare che si scarichi, trasformare le emozioni in movimento: sarà incredibile, ma fa stare bene. E fa ridere a crepapelle.

Idealizza la felicità, costruiscila, comprendi cosa le manca

Spesso la identifichiamo in qualcuno o qualcosa, la felicità. Ma la più grande scoperta che ho fatto è che la felicità siamo noi. Così: “Immagina la felicità. Cosa saresti?” – Una nuvola, un sole, il mare, una stella, è venuto fuori da tutti. “Bene, ora disegnala la tua felicità“.

Così è nato il mio disegno, un libro con una penna e su una facciata, scritte in rosso, le cose che vorrei nella mia vita, quelle che compongono i miei sogni: amore, passione, gentilezza, famiglia.

La mia idea di felicità era lì, di fronte a me. E una volta costruita, la domanda che mi ha dato a sua volta LA risposta è stata: “cosa manca al tuo disegno?“. Mancava una mano che reggesse la penna. Mancava qualcuno che leggesse. Mancava una pagina bianca.

Il coraggio di guidare il mio percorso, qualcuno che mi ascolti, un nuovo inizio. Questo ostacola la mia felicità. Ed è bastato un disegno o forse solo un po’ di tempo, quello che non ritaglio mai, per rifletterci su.

La consapevolezza rende felici.

La perfezione non esiste

Ultimo step per provare a essere felici? Non farsi promesse. La promessa è l’anti qui e ora. Non prometterti di non rifare un errore. Prova a farne uno diverso.

Quante persone perfette conosci?” – è stato chiesto a una combattiva e stacanovista signora.
Nessuna” – ha risposto lei.
E vorresti davvero essere l’unica?

Siamo tutti imperfetti, viviamo nei tentativi di felicità. Il massimo che possiamo fare è augurarci un tentativo diverso, se il precedente non ci ha resi felici. E poi alla fine arriva, il benessere.

Scottarsi fa parte del gioco e la missione di questo videogioco è vivere gli anni che abbiamo a disposizione, nella maniera più serena possibile. “Siamo quello che siamo e non possiamo cambiarlo. Possiamo cambiare quello che facciamo“.

È stato augurato a me, io lo auguro a voi. Vi auguro di fare errori diversi.

Ti amo, ma non te lo dico (LETTERA APERTA)

Credit Photo: static.pourfemme.it

Care Voi,

donne, tutte. È da un po’ che pensavo di scrivervi.

“A quante cavolate crediamo pur di assaporare un attimo di felicità?”

Ok. Però, poi, quanto lo facciamo pagare caro? Mi spiego meglio: non amiamo tutti allo stesso modo.
Questa dovrebbe diventare l’unica regola di un sentimento talmente nobile e libero che regole non ne ha. Dovremmo smetterla di pretendere. Il vero amore non conosce pretese. Sarebbe più educato e rispettoso quando una storia non la sentiamo più nostra, tirarcene fuori. Invece l’unica cosa che siamo in grado di tirare fuori è il peggio di noi: l’ostinazione. Che li fa ammalare i sentimenti. Iniziamo a puntare il dito contro verso il nostro uomo per ogni cosa detta e non. Iniziamo a stridulare per ogni cosa che fa e – poverino – non ha molta via di scampo, tutto quello che fa è sbagliato. Tremendamente sbagliato. Non ne fa una giusta. Beh, è quello il momento in cui dovreste chiedervi se quelle sbagliate, almeno per questa storia, non siete voi. Perché lui magari vi ama come il primo giorno, solo che non ve lo dice. Ma ve lo dimostra.

Non mi dice mai che mi ama. Capisci?

Io capisco, sì. Capisco loro (anche io ho dimenticato come si fa a dire ti amo).
Eppure..
– Scommetto che ti ha domandato com’è finita tra Derek e Meredith ieri sera. E pure a lui di Grey’s Anatomy (dai, vi pare?) non gliene frega un niente.
– Conosce tutti i tuoi gusti. E ordina sempre prima per te quando siete fuori.
– Si ricorda di ogni tuo avvenimento importante e ti chiede come è andato.
– Se tu dimentichi un suo avvenimento importante te lo racconta lo stesso. E senza fartelo notare (incredibile!).
– Fa di tutto per piacere alle tue amiche. E fa di tutto per non portarti in mezzo ai suoi amici con i quali non ti senti a tuo agio.
– Ma ricorda: lui è orgoglioso di presentarti ai suoi amici.
– Ti osserva senza un motivo apparente. Anche se spesso come unica risposta riceve un “Perché mi fissi? Ho per caso qualcosa che non va? Smettila”.
– Fa di tutto per farti sorridere. Soprattutto se la giornata è andata storta.
– Quando è fuori con gli amici mangia a sbafo. A te lascia pure l’ultimo boccone del dessert (tienitelo stretto).

E no. Credetemi no, non lo fa per farvi ingrassare ancora di più così nessuno vi guarda.
Che tanto a lui piacereste ugualmente – ma solo perché tanto gli uomini non ne capiscono – bensì perché chi ama, anche quando non lo dice, ha un’unica priorità. E porta il nome della persona che ha al suo fianco.
Alle volte troppo vicino. Altre troppo lontano.