domenica, 27 Settembre 2026

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ActionAid, dona il tuo profilo per dare voce a chi non ce l’ha

Valentina e Ormiya, una giovane donna proveniente dall’Italia e una bambina nata in Etiopia, sono due ragazze diverse, con due storie diverse, che condividono però nonostante tutto e nonostante le diverse latitudini geografiche, un unico sentimento: il desiderio di cambiare il proprio futuro e combattere per i propri diritti.

Sono loro le protagoniste della campagna Dona il tuo profilo di ActionAid, che ha come obiettivo quello di raccontare le storie di diritti negati. Dal 22 al 4 ottobre, con un semplice gesto del tutto gratuito, è possibile “donare” il proprio profilo social (Facebook o Twitter) alle storie di queste due ragazze, sostenendole così in Italia e nel mondo. Per chi volesse sostenere il progetto e dare il proprio contributo, basta condividere la foto profilo di una delle due protagoniste e un’immagine di copertina che ricorda l’iniziativa.

Valentina ha 24 anni e vive a Torino. Non studia, non lavora e non è inserita in alcun percorso formativo, come moli altri ragazzi della sua età. Lei fa parte della cosiddetta Neet Generation, ossia giovani tra 15 e 29 anni, che hanno sepsso di cercare un’occupazione. A trentadue di loro, però, è stata data la possibilità di cambiare le carte in tavola e rimettersi in gioco: con il progetto “Lavoro di squadra”, avviato a Torino da ActionAid, si cerca di contrastare l’esclusione sociale e la mancanza di motivazione di questi ragazzi attraverso il calcio e l’hip hop. I giovani partecipanti al progetto si allenano due volte a settimana e, progressivamente, vengono inseriti in un percorso motivazionale con l’obiettivo di trasformare gli stimoli ricevuti durante l’attività sportiva in elementi utili a riprendere in mano la propria vita e ripartire. Tra le situazioni personali e sociali più critiche, i giovani selezionati possono frequentare corsi di calcio e hip hop. Un allenamento motivazione che potrebbe trasformarsi in uno stimolo per la ripresa degli studi o la ricerca del lavoro. Fondamentale, per la riuscita del progetto, è la collaborazione con istituzioni e organizzazioni del territorio. Valentina è nel team di “Lavoro di squadra” e anche grazie a questa esperienza ha trovato nuovi stimoli e la motivazione a credere in se stessa e nel diritto di immaginare il proprio futuro.

Ormiya è una bambina di 10 anni, appartenente alla comunità di Eggu, nel distretto di Kombolcha. Le sfide che lei e altre sue coetanee devono affrontare sono molteplici e vanno ben oltre gli impegni che una bambina della sua età dovrebbe avere. Uno dei problemi più gravi che caratterizzano l’Etiopia è la siccità e la difficoltà di reperire acqua potabile. Mentre gli uomini sono intenti a lavorare nei campi, donne e bambine si dedicano alla raccolta di risorse idriche, camminando dalle quattro alle sei ore per fare scorte d’acqua, con il rischio di subire violenze o essere rapite lungo il tragitto. Tutto ciò toglie alle donne la possibilità di impegnarsi in attività lavorative proprie e alle bambine, come Ormiya, di andare a scuola. Per questo, ActionAid ha avviato in Etiopia interventi che mirano alla costruzione di nuove reti idriche che consentano un miglior collegamento fra i villaggi e le fonti d’acqua. Con l’accesso all’acqua potabile si è registrato un miglioramento generale nelle condizioni di salute, il tasso d’iscrizione scolastica è aumentato, c’è stata una riduzione del rischio di violenze subite dalle donne, è aumentata la conoscenza delle persone sulla sanità personale e ambientale e le donne possono investire il loro tempo in attività produttive.

Le situazioni di povertà e disagio sociale come quelle che caratterizzano le vite di queste due ragazze sono molteplici, in Italia, in Etiopia e in molti altri Paesi del mondo. Oggi, grazie alle grandi possibilità che la tecnologia e il mondo digitale mettono a disposizione, vi è la possibilità di raccontare e testimoniare storie che altrimenti non avrebbero voce. Si possono infatti condividere esperienze, sensazioni e storie con un pubblico vastissimo in poco tempo. È proprio per questo motivo che Action Aid ha deciso di “fare appello alla natura profondamente democratica del mezzo web” per dare la possibilità a Valentina e Ormiya di affacciarsi sulla piazza virtuale, raccontando la propria storia e il proprio sogno.

Le parti del corpo su cui si investe di più? Cuore e cervello

Milioni sono le malattie che colpiscono il corpo umano. Milioni, anzi miliardi, sono i denari investiti per avanzare con la ricerca e contrastare le difficoltà in cui, purtroppo, il nostro organismo si imbatte.

Ma ci sono alcune aree anatomiche più privilegiate rispetto alle altre. Il Wall Street Journal, sulla base dei finanziamenti giunti dai venture capitalist alle imprese del campo biomedico, ha stilato una classifica delle parti del corpo su cui si investe maggiormente.

Cuore e cervello

Regnano sovrani per lo sviluppo di farmaci e di strumenti a essi dedicati. Non a casa, dal momento che nei prossimi anni, secondo le stime, il numero di persone colpite dal morbo di Alzheimer subirà un importante incremento, a causa dell’invecchiamento della popolazione. Lo stesso vale per il cuore: le malattie cardiovascolari sono ancora sul podio tra le cause di mortalità e nel 2013 sono stati investiti 710 milioni di dollari, l’investimento tuttavia più basso dal 1999.

Ossa

A seguire cuore e cervello è proprio lo scheletro: sono stati investiti circa 480 milioni di dollari in campo ortopedico, lo scorso anno, meno della metà degli anni 2000, a causa di ritardi nell’approvazione di nuovi dispositivi.

Occhi e orecchie

I disturbi della retina sono quelli per cui si intravede un’ascesa in termini di investimenti. Per quanto riguarda le orecchie, i primi mesi del 2014 hanno visto un picco di finanziamenti, seppur esiguo rispetto alle altre parti del corpo.

Ghiandole endocrine

Molto proficuo è stato l’ultimo biennio per lo studio e la ricerca su organi come il Pancreas e lo studio di trattamenti per il diabete.

Apparato urinario

A fare da Cenerentola è proprio questo apparato, finanziato da un unico grande investitore, che sta sviluppando un trattamento per la cura delle infezioni urinarie.

Il tuo cane ti aspetta: lo spot contro la guida in stato di ebbrezza (VIDEO)

Dare il messaggio giusto nel modo giusto è la chiave di lettura di questo commovente e d’impatto spot USA.

Il noto marchio americano di birra Budweiser, in Italia commercializzata con il nome di Bud, ha creato uno spot emozionante, centrando l’obiettivo della diffusione del messaggio. Infatti, più di 9 milioni di utenti hanno visto lo spot creato per sensibilizzare alla guida in stato di ebbrezza, facendolo diventare subito virale. Budweiser aveva incantato milioni di persone circa un anno fa, quando creò lo spot memorabile dell’amicizia tra un cane e un cavallo.

Questo è incentrato sul legame tra un ragazzo e il suo adorabile labrador, e l’annuncio punta sul ricordare ai giovani che qualcuno aspetta sempre il tuo rientro quando esci la sera, i genitori, i fratelli e anche gli amici pelosi che ci aspettano per le coccole.

Si intitola “Gli amici aspettano“, e nello spot vediamo il protagonista, che dopo le coccole con l’amico a 4 zampe, esce di casa con l’auto e gli amici con alcune bottiglie di birra, salutando il cane con le parole “Ci vediamo più tardi, amico“. La scena cambia e dal tono felice della coppia, pieno di ricordi, passeggiate e momenti vissuti insieme, si passa all’immagine del cane triste che guarda fuori dalla finestra in attesa del suo padrone.

A quel punto si legge: “Per alcuni l’attesa non è mai finita. Ma possiamo cambiare la situazione“.
Con queste parole il ragazzo apre la porta la mattina successiva, accolto calorosamente dal suo cane.
“Mi dispiace, ho deciso che non avrei dovuto guidare fino a casa ieri sera, sono stato da Dave“.

Lo spot di Budweiser termina con la didascalia: “La prossima volta che esci, assicurati di fare un piano per tornare a casa in sicurezza. I tuoi amici contano su di te“. Non dimentichiamolo!

Barbie Vergine Maria e Ken Gesù, storie di sacrosanta polemica (FOTO)

Credevamo che il cerchio si fosse chiuso con Barbie Principessa Incas, ma poi è arrivata Barbie McDonald. E fin qui ok, una bambina appassionata di cheeseburger può capitare a chiunque.

Ma poi il colpo di scena: una sfilata religiosa, made in Argentina, di Barbie Maria Maddalena, Barbie Vergine Maria, Barbie Maria Addolorata, Barbie Santa Lucia e al seguito – solo perché il peggio non ha fondo – Ken Gesù, Ken San Rocco, Ken San Gaetano e così via.

A dare forma a questa diabolica idea sono stati due artisti del gruppo “Pool and Marianela“, che in occasione della mostra “Barbie, la religione di plastica“, organizzata a Buenos Aires, hanno riprodotto le note bambole della Mattel, sotto le spoglie delle osannate figure sacre.

E ora vi chiederete, quale è stata la reazione della chiesa? Emorragie nasali, congiuntivite, finte stigmate e polemica. Sacrosanta polemica. Soprattutto per quanto riguarda la bambola raffigurante la Difunta Correa, molto venerata in Argentina, e per la cui riproduzione sembra che i due artisti dovessero chiedere una speciale autorizzazione.

“La nostra opera cerca di omaggiare e di non arrecare alcun tipo di offesa a nessuna religione. Ci siamo impegnati molto per rispettare tutte le credenze e infatti non rappresentaremo Maometto perché l’Islam considera offensivo raffigurare il Profeta“, spiegano Pool&Marianela.

Da sempre, in effetti, si riproducono figure sacre su qualsiasi tipo di oggetto, anche sui ditali da cucito. Ma, di grazia, vestire degli abiti sacri una Barbie che in passato ha vestito quelli di Cher e Liz Taylor, è una di quelle cose lì, in equilibrio, con il tacco 12, su un filo tra sacro e profano.

Non resta che implorare: “Signore, pietà”.