mercoledì, 18 Maggio 2022

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“The other side of the ink” mostra i tattoos al femminile (FOTO)

C’è chi sulla pelle si tatua l’amore per la sua metà, per la mamma, per la nonna, per il cane o per qualcosa. C’è chi si tatua ricordi che vuole indelebili, comandamenti raccolti in qualche parola, data o simbolo. C’è chi si tatua poi, perché è di moda.

Oggi il nuovo trend è quello del New Traditional, uno stile che rende protagonisti oggetti e soggetti anni ’20, rivisitandoli in chiave moderna e che sta dilagando come dilagò il tribale negli anno ’80 e il giapponese negli anni ’90.

E in questo nuovo genere retrò chic, il gentil sesso si diletta alla grande dalla parte degli aghi: la convention romana “The other side of the ink”, interamente dedicata alle tatuatrici in cerca del successo, ha ottenuto gran seguito, esibendo proprio i capolavori delle giovani promesse rosa.

Paolo Core, ideatore dell’evento, parla, infatti, di come le donne si stiano ritagliando un posto sempre più consistente nel mondo dei tattoos. “C’è bisogno di valorizzare le tante tatuatrici brave che ci sono sia in Italia che nel resto del mondo, molte delle quali crescono artisticamente all’ombra di un artista famoso e non riescono a trovare il giusto spazio. Le donne non hanno nulla da invidiare ai loro colleghi uomini e anzi, molte riescono ad aggiungere la famosa “sensibilità femminile” alla loro arte”.

Molti dunque i capolavori disegnati da mani femminili, pensati per qualsiasi esigenza, a disposizione di qualsiasi ricordo e filtrati dall’empatia femminile. “Si tratta di prendere i temi del passato, dagli anni Venti agli anni Cinquanta, e rivisitarli in chiave moderna chiaramente con tecniche migliorate” continua Paolo Core. “Ecco che per esempio una classica rosa, realizzata con colori e sfumature moderne, sembra quasi staccarsi dalla pelle con un effetto che molti definiscono 3D”.

Le tecniche migliorano e la storia di quella che è diventata una vera e propria arte si evolve. Con essa il valore del tatuaggio, un mezzo per rendere vissuti e desideri, vittorie e sconfitte, indelebili sulla propria pelle.

Troppi compiti a casa fanno male agli studenti

Questa non è la solita scusa di bambini e adolescenti con scarsa voglia di fare e di impegnarsi a scuola. Questa non è la solita scusa dei genitori che spesso – ed esageratamente – si lamentano dell’eccessivo carico di studio dei loro ‘piccoli’.
Troppi compiti a casa, portano a un accumulo di stress, che a sua volta causa problemi a livello fisico. Questo è il risultato di uno studio scientifico.

La Stanford Graduate School of Education ha intervistato oltre 4.300 studenti, provenienti da 10 diverse scuole superiori ad alte prestazioni, sia pubbliche che private, della California.
I risultati lasciano senza parole e li comunica alla CNN Denise Papa, co-autore dello studio “We found a clear connection between the students’ stress and physical impacts: migraines, ulcers and other stomach problems, sleep deprivation and exhaustion, and weight loss”.

Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Experimental Education, e ha rivelato che il tempo medio che gli studenti passano sui libri è di tre ore, e il 56% dei soggetti dichiara che questo loro lavoro è la principale fonte di stress della loro vita.

Poveri piccoli si potrebbe dire molto sarcasticamente. Ancora non sanno cosa gli aspetta nella vita dopo la scuola, ancora non sanno che non sarà tutto rosa e fiori il loro futuro.
Vero è, però, che in alcuni istituti superiori la competizione tra gli studenti è feroce, e la pressione per un buon rendimento scolastico travolgente.

Il fatto che i bambini crescano in condizioni di povertà può portare loro disturbi, tra cui droga e alcool, ma un recente corpo di ricerca, compreso uno studio condotto proprio dal Papa, rivela che i bambini nati in condizioni più avvantaggiate possono avere ricadute fisiche a causa dell’incessante pressione scolastica.
E non si tratta soltanto di liceali, ma anche di ragazzini e bambini più piccoli.

“When you say that poverty is a risk factor, that doesn’t mean that all poor kids are troubled – spiega Suniya S. Luthar, professore di psicologia presso l’Arizona State University – it’s exactly the same for upper-middle-class children of upwardly mobile families”.

Tutto questo però non vuol dire lasciare i figli nell’ignoranza più assoluta; non si deve tramutare in una feroce campagna “no compiti a casa” da parte dei genitori troppo protettivi contro le istituzioni scolastiche.
I ricercatori consigliano, proprio per diminuire lo stress che causa malattie fisiche, una riduzione del carico di lavoro che i ragazzi devono svolgere a casa: non più di due ore per le scuole superiori e non più di 90 minuti per elementari e medie.

Se questo poi sia un consiglio utile ed efficace lo scopriremo solo con il tempo. Va ricordato però che lo studio è un diritto-dovere grazie al quale, impariamo, cresciamo e maturiamo. Noi e il nostro senso critico. E imparare a farcela da soli, con i compiti a casa, significa anche (o soprattutto) acquisire l’attitudine a lavorare con impegno, sforzo e sacrificio.
È qualcosa che non soltanto stimola il senso di responsabilità, e addestra allo sforzo inerente a qualsiasi attività lavorativa, ma è la via maestra, che si percorre già dai primi anni, per realizzare l’obbiettivo tanto proclamato dai pedagogisti moderni: la capacità di “saper fare”, e, aggiungerei, “saper fare da sé”.

Anche in fabbrica Fiat a Melfi si balla Happy (VIDEO)

Si moltiplicano sul web i video contagiati dalle note di “Happy”, la canzone di Pharrell Williams. L’ultimo della serie è quello girato dagli operai dello stabilimento Fiat di Melfi, che sta spopolando sul web.

Ballano tra le linee di montaggio operai e amministrativi, direttore compreso. Il video realizzato dai dipendenti della casa automobilistica sulle note della famosa canzone, sembra quasi un inno alla felicità, con i dipendenti scatenati lungo la catena di montaggio.

In due giorni, il filmato ha avuto già 25 mila visualizzazioni, diventando immediatamente virale e scatenando critiche ed elogi. C’è chi apprezza l’iniziativa e lo spirito di squadra e di rinascita, commentando: “È stato un giorno di allegria che ha coinvolto tutti. Insieme dobbiamo rilanciare questa fabbrica. Basta con questa cappa di negatività. L’unico obiettivo del video è l’aggregazione“, e chi lo critica parlando di “pagliacciata“. Ecco alcuni dei post negativi: “Ma come mio marito si alza alle 4.30, in linea gli è vietato ascoltare musica e poi tutti ballano? Lì il lavoro è duro“. “Nel video solo capi, capetti e leccapiedi“, scrive un altro.

A Melfi si produce la Punto, e a partire dalla prossima estate produrrà la nuova Jeep Renegade e in autunno anche la 500X. Tutte ragioni per essere “happy” e per sperare nel completo riassorbimento della forza lavoro.

Cento secondi di simpatia e felicità pura, con decine di facce spesso imbarazzate, ma sempre sorridenti. Per Fiat, dopo anni di rotture e sconfitte con gli equilibrismi italiani, “Happy Melfi” rappresenta una novità rilevante. Un messaggio destinato a segnalare l’esistenza di una realtà “positiva” e coinvolgente, un segnale di sfida lungo il cammino della rinascita delle fabbriche italiane.

Chissà cosa ne penserà Marchionne. Per il momento è la rete ad esprimersi.

Chapeau, Madame!: cappellini dal 1920 al 1970 in mostra a Torino

credit: marieclaire.it

Cinquant’anni di cappellini, di storia della moda e dello stile di vita delle signore, dal 1920 al 1970, saranno in mostra a Torino, nella Sala Tessuti di Palazzo Madama. La mostra di chiama “Chapeau, Madame!” e sarà aperta al pubblico dal 26 marzo 2014 al 1 marzo 2015.

L’inaugurazione è prevista per il 25 marzo proprio a Palazzo Madama, alle ore 18 e tutte le signore partecipanti sono invitate ad indossare copricapi particolari ed estrosi.

La mostra non poteva che essere allestita nella città dove la moda è nata e dove sartine e modiste hanno mosso i loro primi passi con ago e filo. A scrivere i primi capitoli delle moda torinese fu Giuditta Brasseur, ragazzina orfana che apprese l’arte del taglio e cucito nel Collegio Figlie dei Militari o dei coniugi Angela e Filippo Gallia.

L’esposizione propone un percorso interessante dalle cloches negli anni Venti ai baschi alla Greta Garbo, i volumi alla Schiaparelli degli anni Trenta, fino ad arrivare a modelli semplici realizzati con materiali poveri del tempo di guerra alle calotte fiorite. Come dimenticare le piume e le velette, ornamenti dei cappellini anni Cinquanta e i ballon di pelliccia e i cappelli a larga tesa della fine degli anni Sessanta.

Ottanta cappellini per raccontare il gusto e lo stile della moda femminile dagli anni Venti agli anni Sessanta del Novecento. La varietà delle forme e delle fantasie dei cappellini nell’arco di cinquant’anni segnano l’importanza di questo accessorio, che era un complemento abituale per le signore del XIX secolo. Il cappello diventa nel Novecento un accessorio indispensabile per le donne di ogni classe sociale, un vero must-have, che riflette l’immagine e il mutamento della figura femminile in quegli anni, specchio dell’emancipazione femminile.

I cappelli provengono dalla collezione del Liceo Artistico Musicale “A. Passoni” di Torino, formatasi grazie alle donazioni cittadine da parte delle madame torinesi. Accanto alle famose firme parigine, dal respiro internazionale, come Dior, Jean Barthet e Pierre Balmain, ci sono i modelli delle torinesi Vassallo e David, Chiusano e Rigo, Cerrato, Maria Volpi, Gina Faloppa, che hanno mantenuto un rapporto privilegiato con la capitale francese proponendo, accanto alle proprie creazioni, modelli originali o copie su licenza delle maison francesi di successo.

Insieme alla mostra Chapeau Madame!, Palazzo Madama lancia il progetto Storie di moda, che vuole raccontare i mestieri della moda a Torino 1860-1960, indagando sulle sartorie, le modisterie e le calzolerie torinesi. Il museo chiederà l’aiuto e la collaborazione del suo pubblico per raccogliere documentazione e testimonianze su attività che hanno rappresentato un’eccellenza della creatività e dell’industria torinese. L’obiettivo è creare un nuovo archivio per tutti, che sarà disponibile sulle piattaforme web di Palazzo Madama.

Tanto di cappello.