domenica, 31 Maggio 2026

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S-Cambia Cibo, un progetto contro lo spreco alimentare (INTERVISTA)

Lo spreco alimentare è sicuramente una delle problematiche di maggior peso all’interno della società. Buttare cibo, di qualsiasi tipo e in qualsiasi condizione è pane quotidiano all’interno delle nostre case. Spesso, infatti, i nostri frigoriferi e le nostre dispense sono zeppi di prodotti in eccesso che finiscono nella spazzatura: infatti, secondo studi del settore, ogni anno si butta 1 miliardo e 300 milioni di tonnellate di alimenti e il 42 per cento avviene proprio nelle nostre case, per un costo medio annuo a famiglia di circa 350 euro. Un problema quindi non soltanto di natura etica, ma anche e soprattutto economica.

Ora però è possibile ridurre lo spreco alimentare grazie a una nuova pratica, quella del food sharing, già funzionante da molti anni in Germania e che ora si sta diffondendo anche in Italia, grazie al progetto del sito web S-Cambia Cibo. Un’iniziativa davvero semplice, che fa bene non solo al portafogli. S-Cambia Cibo è infatti uno strumento che mette in contatto le persone, facendo riscoprire loro il piacere della condivisione.

Com’è nato S-cambia Cibo, chi c’è dietro e come funziona la vostra attività di food-sharing?

S-Cambia Cibo è un progetto di consumo collaborativo che nasce da un’idea di petricorstudio, gruppo di ingegneri- architetti, dalle ricerche condotte per il progetto di un ristorante. Lavorando in un coworking, Kilowatt a Bologna, è facile mescolare idee e intuizioni con gli altri. Tra una pausa pranzo, un caffè e tante chiacchere SocialLAB, social media agency, Guglielmo Apolloni, web e service designer, e Indica srl, società di consulenza su sostenibilità, si sono appassionati al progetto e hanno deciso di collaborare al suo sviluppo. Dal luglio 2013, è iniziata l’avventura: a ottobre e dicembre 2013 sono stati realizzati due workshop a Kilowatt: il primo per prototipare l’utente tipo del servizio; il secondo ha visto coinvolti creativi, designer, urbanisti e vari professionisti per co-progettare il servizio S-Cambia Cibo.

A gennaio 2014 abbiamo partecipato a un bando sulla riduzione dello spreco alimentare promosso da The Hub Firenze e abbiamo vinto 3 mesi di incubazione – presso The Hub Firenze- per lo sviluppo del progetto. Dopo un percorso lungo oltre 1 anno e grazie al sostegno di Coop Adriatica il progetto si è concretizzato: domenica 7 settembre abbiamo presentato al SANA la versione beta della piattaforma, che sarà in continuo sviluppo fino a dicembre. In questi mesi coinvolgeremo alcuni tester per renderla il più possibile rispondente alle esigenze degli utenti. A dicembre verrà rilasciata la versione definitiva, ma speriamo che il servizio riscuota successo e che quindi nascano sempre più opportunità di miglioramento. Infine, ci teniamo a segnalare che S-Cambia Cibo fa parte dei progetti seguiti da RESILIA, neonata cooperativa per la ricerca e sviluppo sul tema della resilienza.

Per quanto riguarda il foodsharing, lo scambio di cibo avviene sempre offline. La piattaforma web serve solo come strumento di incontro e connessione tra le persone, che devono comunque incontrarsi fisicamente per effettuare lo scambio degli alimenti prescelti. Proprio per la forte connotazione urbanistica e sociale del progetto, questo non può prescindere da momenti di socialità e incontro, che servono per rafforzare relazioni e legami già esistenti – o neonati, conoscere o riappropriassi degli spazi della città, attraverso il cibo.

In che modo si sta evolvendo il vostro progetto e quale è la risposta degli italiani a questo tipo di iniziativa?

Dopo la presentazione al SANA il progetto sta riscuotendo un grandissimo interesse, anche da parte di media nazionali, cosa che ci fa molto piacere e ci dà una grande energia. Molte persone ci scrivono per saperne di più e per chiedere di partecipare: sembra dunque che gli italiani stiano rispondendo bene. Speriamo solo che tutto questo si traduca in effettiva partecipazione al progetto, che le persone inizino davvero a scambiare cibo tra di loro.
Il numero di iscritti è in aumento e si stanno verificando anche i primi scambi. Le persone sembrano curiose e ben disposte. Avendo diffusione nazionale, non ci sono limiti geografici. Il nostro lavoro da qui in avanti sarà quello di coinvolgere quante più persone e fare in modo che il progetto si diffonda il più possibile. Per facilitare l’espansione del progetto e facilitare gli scambi stiamo anche pensando a delle campagne virali per attivare le diverse città italiane che hanno dimostrato interesse. A Bologna, dove il progetto è nato e quindi è più conosciuto, ci sono diverse community che ci hanno dato la loro disponibilità ad essere coinvolte nel test, che riguarderà principalmente la user experience della piattaforma. Ma tutti possono partecipare: più siamo più il servizio migliorerà velocemente. S-Cambia Cibo è caratterizzato da una alta scalabilità e può essere adattato a qualsiasi territorio o città, italiana e non.

Ne approfittiamo per lanciare una call: se avete una community di riferimento (il vostro coworking, il condominio, la vostra associazione ecc) non esitate a contattarci e partecipate alla fase di testing: iscrivetevi
alla piattaforma www.scambiacibo.it, spuntate la casella “voglio rimanere aggiornato” così potremo contattarvi via mail e spiegarvi in cosa consiste il test.

È possibile vivere solo di food-sharing?

Al mondo ogni cosa è possibile, quindi mai dire mai. S-Cambia Cibo però non nasce con questo obiettivo: non vuole sostituire i canali di vendita tradizionali. Quello che il progetto si propone non è disincentivare le persone a andare a fare spesa: il progetto vuole essere solo uno strumento che dia loro la possibilità di non buttare cibo e soprattutto di riscoprire le relazioni di vicinato e comunità che si sono indebolite. Nè più nè meno quello che succedeva nei piccoli paesi (e in alcuni succede ancora) tra parenti, amici e vicini di casa: chiedersi lo zucchero, scambiare prodotti dell’orto con una gallina. Cose semplici, che sono sempre esistite; noi proviamo a farle tornare attuali, ampliando solo la base di utenti, grazie al web, che non è altro che uno strumento per mettere in contatto le persone.

Ci sono supermercati o enti che percepiscono questa pratica come una sorta di concorrenza?

Si, ci è capitato. Stavamo organizzando un evento di presentazione del progetto e abbiamo dovuto all’ultimo momento modificare l’installazione perchè gli esercenti avevano paura che facessimo loro concorrenza. E’ un peccato, perchè come abbiamo spiegato nella domanda precedente, non è nostra intenzione.

Che rapporto c’è in Italia tra cittadini e rispetto per l’ambiente/risparmio e socialità?

L’attenzione dei cittadini italiani rispetto a queste tematica sta crescendo e noi siamo fiduciosi che aumenti sempre di più. Ma ne abbiamo di strada da fare: è ancora forte una visione legata ai benefici ambientali ed economici soggettiva e personale. Secondo noi, invece, deve iniziare a crescere la consapevolezza sociale. Solo in questo modo questi tre elementi (ambiente, risparmio e socialità) potranno effettivamente creare un sistema forte e duraturo. È necessario accrescere il senso civico delle persone, diffondere una visione non individualistica, ma legata alla collettività, e questo obiettivo può essere raggiunto incentivando i processi di partecipazione attiva dei cittadini alle scelte pubbliche, ma anche alla progettazione di servizi che riguardano tutti. In questo modo è più semplice rendere le persone consapevoli del fatto che l’attenzione al bene comune (l’ambiente in questo caso) e la sua salvaguardia producono un risparmio economico e di risorse che ricade sull’intera comunità. Il primo passo per raggiungere questi obiettivi è quello di riscoprire la socialità e le relazioni; ci sentiamo di dire che in generale il fenomeno della sharing economy sta andando verso questa direzione: c’è più fiducia nell’altro e si scopre sempre più il piacere della condivisione.

Quali sono i vostri obiettivi?

S-Cambia Cibo nasce con lo scopo di ridurre lo spreco alimentare attraverso lo scambio diretto di alimenti in scadenza, che, invece di diventare rifiuti, sono rimessi in circolo. Ma l’obiettivo non è solo quello di ridurre lo spreco alimentare, ce ne sono molti altri. Innanzitutto è un progetto urbano e sociale.

Urbano perchè, attraverso i dati che ci saranno forniti dalla piattaforma (numero e qualità degli scambi) potremo avere una rilettura nuova della città: S-Cambia Cibo ci darà la possibilità di creare mappe narrative delle città, che ci racconteranno, per esempio, la quantità di cibo scambiato e le relazioni che si instaureranno.
Sociale perchè mette al centro la comunità: il progetto si è sempre proposto di andare a intercettare comunità cittadine già esistenti dalle quali partire per effettuare scambi diretti di cibo tra persone conosciute, per poi estenderli, volendo, anche tra sconosciuti. In questo modo si propone di generare benefici sociali, rafforzando le relazioni già esistenti – condividere il cibo in eccesso è un modo per fortificare il legame con i nostri amici, vicini, colleghi, conoscenti- e dando l’opportunità di incontrare nuove persone: gli scambi, infatti, possono avvenire anche tra sconosciuti.

Il progetto ha poi anche altri obiettivi: economici: scambiare alimenti ancora consumabili, invece di comprarne di nuovi, è un ottimo modo per risparmiare qualche euro; ambientali: scambiando alimenti ancora consumabili si riduce la produzione di rifiuti e di conseguenza le emissioni di CO2, il consumo di acqua e il degrado del suolo necessari per il loro smaltimento.

Le 10 cose che devi assolutamente sapere sul sushi

Credit: onehallyu.com

Sushi, sushi e ancora sushi; in tutte le salse, e anche in tutti gli all you can eat che abbiate mai provato. Come si può fare a meno del sushi? La risposta è una sola: non si può.
Ma dopo anni su anni, cene su cene, a perfezionare la tecnica di presa con le bacchette, siamo davvero sicuri di conoscere bene l’amato piatto a base di pesce e riso?

1. Il sushi non ha origine giapponese

Molti dei simboli culturali giapponesi sono stati importati dalla Cina. Così come la scrittura, il buddhismo Zen e i bonsai, anche il sushi è di importazione cinese. Lì, già dal quarto secolo si usava abbinare al pesce il riso, per permetterne la conservazione tramite la fermentazione. Però, il sushi moderno – per intenderci, il classico nighiri che ordiniamo al ristorante – prende davvero vita nelle bancarelle di Tokyo.

2. Il wasabi non-wasabi

La salsa wasabi che ci troviamo nel piatto quando il cameriere ci porta le ordinazioni non è vera salsa wasabi, ma solo un fac simile: quella che in giappone chiamano western wasabi, un’imitazione composta da radice di rafano e colorante verde. Quello originale invece si chiama l’hon wasabi e viene prodotto con una rara piantina difficile da coltivare, e molto costosa: la Wasabia Japonica.

Un’accortezza: l’uso più corretto del wasabi è quello di associarlo direttamente al sashimi, e non aggiungerlo alla salsa di soia.

3. Lo zenzero

No, lo zenzero non è solamente decorativo. Ha funzioni reali, dimenticate le teorie più disparate che avete complottato durante le abbuffate con i vostri amici. La realtà è che lo zenzero serve per pulirsi la bocca quando si cambia tipologia di pesce. L’alta scuola del sushi, tra l’altro, prevede che questo cambio vada fatto in un preciso ordine: i vari tipi di pesce devono essere consumati dal più delicato al più deciso.

4. La salsa di soia

Per concludere il discorso salse, non poteva mancare la soia. Secondo la tradizione la salsa di soia era fatta con tre semplici ingredienti: semi di soia, sale e acqua; fermentati per mesi con muffe particolari. La soia di oggi è invece prodotta in pochi giorni con soia idrolizzata.

5. Niente salmone in Giappone

Ebbene si, in Giappone niente salmone; si trova solo nei ristoranti occidentali. Non essendo un pesce autoctono – il salmone viene infatti importato dalla Norvegia – difficilmente lo troverai nei ristoranti di Tokyo (soprattutto quelli di fascia alta), dove viene servito solo pesce fresco.

6. Il tonno non è tutto uguale

Vi siete mai accorti che il tonno sul vostro nighiri non è sempre identico? Questo perché con diverse parti del tonno si possono ricavare tre diverse pietanze: l’akami, cioè la parte più magra, scura ed economica del tonno; il chutoro, più chiaro, mediamente costoso e grasso; e infine l’otoro, la parte extra grassa, rosa, dolce e particolarmente costosa.

7. Il polpo perfetto

Un bravo shokunin – maestro di sushi – sa che ogni pesce va scelto, tagliato, composto e servito in modo estremamente preciso. Il polpo, che però richiede un trattamento particolare: la sua carne va massaggiata. E il trattamento può durare addirittura 45 minuti.

8. Le bacchette

Se per voi le bacchette sono un punto ostico, questa notizia vi rasserenerà. Tradizionalmente il sushi va mangiato con le mani – così si fa ancora nei ristoranti in Giappone, anche nei più esclusivi.

9. Quando ordinare la zuppa di miso

La tanto amata zuppa di miso non è un aperitivo: è indicata dopo il main course o alla fine del pasto.
Ma di cosa si tratta? Si tratta di una pasta fatta con semi di soia gialla giapponese, o con altri cereali, dalla consistenza simile a quella del nostro purè, con forte potere digestivo e alcalinizzante. È considerato uno dei segreti della longevità nella tradizione giapponese.

10. Indecisi sull’ordinazione? Omakase!

Non sei mai stato in un ristorante giapponese e non sai cosa ordinare? Sei un abitué dell’all you can eat sotto casa e non sai più cosa ordinare? Omakase è la risposta.
Letteralmente significa “mi fido di te”, questo permette allo chef di decidere per voi un percorso culinario, che tradizionalmente si divide in tre movimenti: si parte con i pesci dal gusto più delicato, come la platessa, la seppia o lo sgombro cavallo. Il secondo movimento consiste in un’improvvisazione durante la quale viene proposto il pescato del giorno come, per esempio, la vongola, il polpo o il mazzancolla. Infine, il terzo movimento è il tradizionale finale, include le anguille di mare, lo sgombro, le uova e il riccio di mare.

[Credit: wired.it]

Bere tè per vivere a lungo e perdere peso

4ever.eu
Chi beve tè vive più a lungo e perde anche peso più facilmente.

Lo dimostra una ricerca compiuta a Parigi dal dottor Danchin. Il professore e il suo team hanno analizzato 131.401 persone di età compresa fra i 18 e i 95 anni, per un periodo di tempo di 7 anni (dal 2001 al 2008). I partecipanti sono stati classificati in tre categorie: i non bevitori di tè, i bevitori moderati (1-4 tazze di tè al giorno) e i bevitori pesanti, che superano il consumo di 4 bicchieri di tè al giorno.

Il risultato è stato illuminante: i bevitori di tè hanno presentato una pressione sanguigna più bassa rispetto a chi non ne fa utilizzo o consuma una maggiore quantità di caffè. Bere tè allunga la vita poichè riduce di ben il 24% il rischio di morte legato a problemi cardiovascolari. Problemi che sorgono molto più di frequente nei bevitori accaniti di caffè e nei fumatori di tabacco.

I benefici che il tè apporta alla salute sono dovuti alla grande quantità di antiossidanti che contiene, che aiutano a mantenere il corpo sano e a migliorare la circolazione del sangue.

Ma non solo: il tè è anche un ottimo alleato per chi vuole perdere peso. Esso infatti contiene dei composti che impediscono che parte del grasso che ingeriamo venga poi assorbito dal corpo. Con la conseguenza quindi che il metabolismo risulta essere molto più veloce del normale e i fastidiosi “rotolini di ciccia” scompaiono naturalmente.

Per essere belli, sani e in forma quindi niente pastiglie miracolose o filtri dimagranti: basta una bella tazza di tè, e magari anche più di una.

La dieta della pasta: ecco i segreti per dimagrire

Di diete in giro ce ne sono veramente tante, di ogni tipo e per ogni esigenza. Nella maggior parte di queste però vengono banditi i carboidrati rei di aumenti di peso e gonfiore.
Ma rinunciare ad un bel piatto di pasta può essere più faticoso di quel che si crede.
E se vi dicessimo che da oggi non è più necessario? Anzi si può addirittura dimagrire mangiandola?
Tutto questo grazie alla dieta della pasta che ci permette di non rinunciare ai tanto amati spaghetti.

I consigli per portare avanti questa dieta sono pochi e semplici.
Non possiamo certo pretendere che sia dato il via libera a lasagne e paste al forno, certo. Bisogna prediligere pasta con verdure o condimenti semplici, magari di pesce, olio sempre rigorosamente extravergine d’oliva.
La pasta va mangiata a pranzo, in sostituzione del secondo che sposteremo a cena, per far sì che il nostro organismo abbia il tempo di smaltirli. Solo la domenica ci viene data la possibilità di scambiare i pranzi senza temere di ledere la nostra linea.

Per non incorrere in errori tanto comuni quanto dannosi conviene limitare i condimenti e cercare di insaporire i piatti con aromi e spezie. Aceto di vino sostituito con quello di mele o limone.

Per la pasta: preferire quella integrale. La quantità di fibre favorisce la sazietà e sopratutto aiutano l’intestino a far bene il suo lavoro.

Come in ogni dieta che si rispetti via libera a frutta e verdure, e un ulteriore aiutino può arrivare dalle tisane, amiche della diuresi, sopratutto se al finocchio o alla malva.

Ricordiamo che la pasta e i carboidrati in generale producono seratonina, il neurotrasmettitore principale nello svolgere un’azione antidepressiva. Stimolano anche la produzione di endorfine, che possono essere considerati veri e propri ormoni del benessere.

Un esempio di menu guida per questa dieta:

Colazione: al mattino un caffè, uno yogurt intero, 100 grammi di frutta.
Spuntino di metà mattina: una spremuta o un centrifugato di frutta.
Pranzo: 80 grammi di pastasciutta o di riso, 150 grammi di carote e piselli o di minestrone oppure 200 grammi di insalata verde.
Merenda: un succo senza zucchero
Cena: una frittata al forno con 2 uova e spinaci oppure zuppa di farro o di orzo con legumi a scelta (fagioli, lenticchie, ceci, in tutto 150 grammi) o 120 grammi di spezzatino di vitello. Per tutti i piatti sono previsti la sera 40 grammi di pane.