giovedì, 28 Maggio 2026

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Burger King sostiene i diritti dei gay con un nuovo hamburger (VIDEO)

In occasione del gay pride di San Francisco, la celebre catena di fast food americana Burger King ha deciso di dichiarare il proprio sostegno alla comunità gay LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) con un nuovo panino chiamato Proud Whopper.

Proud Whopper non ha nulla di diverso rispetto ai classici e storici panini del noto fast food: nessun ingrediente segreto e nessuna salsa particolare, è semplicemente uguali agli altri.
Allora, vi chiederete, perché è considerato come un nuovo panino se non ha nulla di diverso rispetto ai soliti hamburger?
La particolarità di Proud Whopper è che viene servito imballato da una carta dai colori arcobaleno, simbolo della bandiera della comunità LGBT, con una scritta molto significativa: We are all the same inside “siamo identici dentro”. La morale delle frase deduce che possiamo essere diversi da fuori, ma siamo tutti uguali dentro.

Una giusta causa o una nuova trovata pubblicitaria?

La realizzazione di questo progetto è stato un successone, tant’è che viene spontaneo pensare se Burger King abbia deciso di mettere in commercio questo nuovo prodotto per sostegno o se è tutto frutto di una nuova trovata pubblcitaria per sbaragliare la concorrenza con il celebre concorrente in affari McDonalds.

Fatto sta che, come si può notare dal video, questa iniziativa -con tanto di scelta della bandiera color arcobaleno e una frase molto significativa per chi da anni si batte per i propri diritti e per essere accettato dalla società per ciò che è – ha commosso diverse persone e fatto riflettere altre.

http://www.youtube.com/watch?v=qBkAAortU_g

Perché il viaggio di ritorno è sempre più breve?

Credit: ancisicurezzastradale.it

Tutti in partenza. Valigia chiusa, occhiali da sole a portata di mano e smartphone pronto per consultare GoogleMaps.
Ma, ripensando a tutti i vostri viaggi, vi è mai capitato di aver detto “il viaggio di ritorno è sempre più corto”?

Non importa che si tratti di un viaggio in grande stile, di brevi week end fuori porta, o di una fuga decisa all’ultimo minuto, la convinzione comune è solo e soltanto una: il viaggio di ritorno è sempre più rapido di quello di andata.
Avete presente le teorie più disparate – e ben poco scientifiche – dei viaggiatori? C’è chi crede che i chilometri percorsi tornando a casa siano inferiori, nonostante all’andata la strada fatta fosse proprio dall’altra parte della carreggiata, e chi crede di aver imparato il percorso e dice “una volta che hai imparato dove devi andare non sbagli e arrivi prima”. Ecco, dimenticate tutto questo.

Ma allora perché?

Perché il viaggio di ritorno è sempre più breve?

La spiegazione scientifica e “psicologica” di quest’illusione così tanto diffusa è semplice: si chiama “return trip effect” – letteralmente “effetto da viaggio di ritorno” – ed è la sensazione diffusa che fa percepire la strada del rientro più breve del 17-22% rispetto a quella dell’andata, nonostante il tempo impiegato sia lo stesso.
Questa errata percezione si verifica anche quando il viaggio di ritorno – a parità di chilometri – avviene su una tratta diversa: è quindi evidente che il fenomeno non dipende dal tragitto ma dalle nostre aspettative.

Per gli scienziati non è altro che uno scherzo della mente, e lo dimostrano con tre diversi esperimenti compiuti in collaborazione tra Olanda e Stati Uniti.
Semplicemente all’andata la voglia e il desiderio di arrivare a destinazione ci portano a sottostimare la distanza da percorrere e il tempo sembra dilatarsi all’infinito. Durante il ritorno invece le aspettative si fanno più realistiche e aggiustiamo le nostre attese sulla base del reale percorso da compiere.

Sembra più corto, lo crediamo più corto, ma la realtà è che le nostre aspettative modificano il tempo percepito.

[Credit: focus.it]

Lettere d’amore, le corrispondenze d’altri tempi che fanno sognare

Via cellulari e tastiere, ci ricordiamo di quando bastavano un foglio e una penna per dare sfogo ai propri pensieri d’amore? Passione e desiderio, sofferenza e follia: le lettere d’amore hanno una magia d’altri tempi, in grado di far rivivere storie del passato che hanno ancora tanto da insegnare.
Corrispondenze lunghe, a volte complicate, tormentate, ma sempre appassionate erano quelle che si sono consumate tra l’Ottocento e il Novecento. E raccontano l’amore, quello con la a maiuscola, che attraverso i giorni, mesi, gli anni si trasforma e matura.

Da Pablo Neruda a Edith Piaf, da Frida Kahlo a Ferdinando Pessoa, passando per Einstein: letterati, artisti, scienziati hanno lasciato delle testimonianze scritte di amori nei quali vale la pena perdersi. E sognare.
Lettere d’amore, si intitola così la collana di libri che il Corriere della Sera ha voluto dedicare a questi grandi personaggi. In edicola dal 15 luglio al prezzo di€6,90 (più il prezzo del quotidiano), ogni settimana sarà la volta di una corrispondenza amorosa.
Si parte con Pablo Neruda e le sue “Lettere d’amore ad Albertina Rosa”, uno dei primi e segreti amori del poeta cileno.

Un amore iniziato nel 1921, quando il giovane Pablo e Albertina si trasferiscono a Santiago del Cile per frequentare i corsi dell’università. Durante le vacanze estive si allontanano e lì inizia la voglia di scriversi.
Neruda ha dedicato alla sua amata anche alcuni versi d’amore, rivolgendosi a lei con il nome di “Mariposa”, la “farfalla”. Solo due anni dopo la morte del poeta, quando Albertina Rosa Azócar Soto decise di pubblicare le lettere ricevuta da Neruda, si scoprì che Mariposa era proprio lei.

Il 22 luglio tocca invece a “Da qualche parte nel profondo” di Rainer Maria Rilke e Lou Andreas Salomé. Il poeta, drammaturgo e scrittore austriaco conosce a Monaco la Salomè, scrittrice e saggista tedesca di origine russa amica di Nietzsche. Un amore che fa di Lou un punto di riferimento fondamentale, soprattutto durante la malattia.

Si prosegue poi con Dino Campana, Fernando Pessoa, Frida Kalho e ancora tanti altri.

L’amore ai tempi delle chat

Dopo l’amore ai tempi degli sms, come dimenticare le prime chat come Messenger?
La famosa piattaforma social in cui potevamo svolgere lunghissime conversazioni e scambiarci foto con i nostri amici e che ha sicuramente caratterizzato la nostra adolescenza?

Cos’era Messenger?

Messenger era una miriade di emozioni: la fretta di tornare a casa da scuola per poterci collegare, l’attesa (a volte infinita) che una determinata persona si mettesse on line e che ci scrivesse, il trillo che era una sorta di messaggio in codice del tipo “ehi, ci sei? Ho voglia di chattare con te”, l’emozione delle prime videochiamate, in cui alle volte vedevamo il viso di quella persona per la prima volta, e il divertimento delle lunghe conversazioni estive che duravano fino all’alba.

E chissà quanti amori e quante amicizie sono nate per via di Msn. Ma come potevano crearsi dei rapporti con altre persone solo tramite una chat?

Hai MSN?

Tutto iniziava così, con questa frase.
Chissà quante volte, dopo aver conosciuto qualcuno durante una vacanza, al bar, a scuola, in discoteca etc, ve l’hanno chiesta.
Davate il vostro indirizzo email, di cui oggi nella maggior parte dei casi ve ne vergognate per il nome stravagante, e aspettavate che il diretto interessato vi aggiungesse.

Il trillo

Una sorta di messaggio in codice. Bastava quello per far capire che noi c’eravamo, eravamo on line, e aspettavamo solo lei/lui.
A volte questa persona ricambiava con un altro trillo come per dire “ci sono anch’io”, oppure, i più coraggiosi, ricambiavano il nostro richiamo con un “ehi” affiancato da un emoticon sorridente.

On line, Off line, Status e lunghe conversazioni

Da qui susseguivano delle lunghe e piacevoli conversazioni interrotte solo da “cause maggiori” come lo studio, la cena o perché si era fatto tardi e l’indomani c’era scuola.
Ci salutavamo con un “a domani” che per noi rappresentava un barlume di speranza.

Così aspettavamo il nuovo giorno, attendevamo ansiosamente l’ultima campanella della giornata e arrivati a casa la prima cosa che facevamo era precipitarci in camera per accendere il computer; ci mettevamo in stato on line e aspettavamo che anche quella persona si collegasse.
Quante volte siamo rimasti delusi quando tardava a mettersi on line tanto da porci mille domande “magari non è ancora tornato da scuola”, “forse sta pranzando fuori”, “avrà problemi di linea, magari ci sentiremo nel pomeriggio”.

Ma la speranza si accendeva quando il lui o la lei, una volta collegato/a, non perdeva tempo a farsi sentire e così tutto si ripeteva. Le lunghe conversazioni, le partite a battaglia navale, lo scambio del numero telefonico e poi finalmente la domanda che tanto aspettavamo “ti va di uscire insieme qualche giorno?”.

Ma Messenger era anche..

Un tormento per i nostri genitori, questo era anche la fatidica chat. “Ti fa male stare tutto il giorno davanti a quel computer”, tra le frasi tipiche che abbiamo sentito a lungo.
Messenger era anche dispiacere quando quella persona non si faceva sentire; ma era anche Blog, il nostro blog personalizzato e difficile da creare in cui scrivevamo di noi, pubblicavamo le nostre foto e chiedevamo ai nostri amici di commentarcelo; e infine era anche lo stato personale di cui ci servivamo per lanciare frecciatine.

E fu così che la maggior parte delle attuali storie d’amore nacquero, tra una conversazione e l’altra, tra la lunga attesa e il tempo che scorreva troppo velocemente quando finalmente si chattava. Perché in amore è così, il tempo vola quando si sta bene con una persona.

Ricordiamo con nostalgia quei tempi e viene da ridere se pensiamo che l’inizio di tutto fu determinato da una semplice domanda e da uno scambio di contatti.

Alla prossima punta di “L’amore ai tempi del..”