domenica, 1 Marzo 2026

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L’amicizia è eterna se dura più di 8 anni

L’amicizia vera, quella che dura una vita, esiste? Sì, ma solo se resiste alla “crisi” dell’ottavo anno. Se infatti per i matrimoni al settimo arrivano i problemi e la necessità di riconferme, per le amicizie la resa dei conti arriva dopo 8 anni.

friends forever

Una docente di sociologia della University of Texas, Chandra L.Muller, ha confermato attraverso uno studio che quando un’amicizia supera gli otto anni allora sarà eterna. Per confermare questa tesi la dottoressa ha analizzato ben 7600 coppie di amici di età compresa tra i 16 e i 58 anni, ne ha analizzato le storie, soffermandosi sui risvolti, i litigi e gli eventuali allontanamenti. Il risultato, nel 93% dei casi, è stato che dopo gli 8 anni di amicizia, i dissapori tendono a diminuire drasticamente e il rapporto si cementifica.

amiche

La dottoressa che ha svolto la ricerca sostiene che è importante soprattutto il tempo per poter coltivare la sincerità in un rapporto di amicizia. “La prova del tempo è fondamentale per cementare un rapporto sincero di amicizia – spiega la Mullerdello studio è emerso come 8 anni sia il tempo naturale di valutazione. Passato questo l’amiciza può dirsi definitivamente approvata ed assimilata”.

Quindi, le amicizie che sopravvivono oltre l’ottavo anno registrano poi un netto calo delle incomprensioni e delle discussioni e per gli studiosi questo dimostra che è questo il lasso di tempo necessario per valutarsi reciprocamente e per conoscere pregi e difetti del proprio amico. Allora se si supera l’ottavo fatidico anno, allora sarà per sempre.

L'amicizia è eterna se dura più di 8 anni

Non sempre l’amicizia è sincera o eterna. Molte volte le divergenze caratteriali distruggono i rapporti, lasciando amarezza e tristezza. Ci sono troppi esempi di persone che si conoscono, si frequentano, ridono, parlano, stanno insieme, si confidano tutto ed improvvisamente, per una piccolo dissidio, non si frequentano più.

L’amicizia, con la A maiuscola, non è certamente facile da trovare, anzi è piuttosto complesso perché si tratta di un sentimento molto sfaccettato e profondo. Però, come dice anche il detto: “Chi trova un amico, trova un tesoro”.

Il miglior lavoro del mondo è lo specialista del divertimento

Quante volte abbiamo sentito la frase “è un lavoro duro, ma purtroppo qualcuno deve pur farlo”?
Questo, però, non è assolutamente il caso di un giovane ragazzo californiano che viene pagato 93 mila dollari per un dei lavori migliori in assoluto: promuovere il turismo Australiano, anche facendo paracadutismo.

Il giovane fortunato si chiama Andrew Smith, ed è stato scelto per il ruolo di Specialista del Divertimento nel Nuovo Galles del Sud. Studente di finanza all’università, ha scoperto che voleva passare la vita a vedere e soprattutto vivere il mondo, così si è trasferito in Corea del Sud, dove ha iniziato a lavorare come Social Media Manager per la serie dedicata ai viaggi Peeta Planet su Dubai One & YouTube. Ha prodotto più di 120 video sui social media ed è seguito da oltre 70.000 fan su Instagram, che amano seguirlo e ammirare – con non poca invidia – le sue foto del mondo.

Lo Specialista del Divertimento è di base a Sydney, e recensisce i migliori concerti, i party e gli eventi VIP di Sydney e del Nuovo Galles del Sud; contribuirà alla promozione di festival gastronomici, eventi tipici, sportivi, culturali, artistici e dello spettacolo in tutto lo Stato.

Sembra il racconto di fantasia di un lavoratore che guarda annoiato il suo computer e pensa “ora mollo tutto e vado a vivere su un’isola deserta”, ma queste opportunità di lavoro ci sono per davvero, e sono sponsorizzati dai Ministeri del Turismo, che cercano di farsi pubblicità preparando bandi da favola che attirino l’attenzione dei mass media.
L’intento è quello di mostrare ai viaggiatori, attraverso giovani come Andrew, quanto la zona sia bella, eccitante e piena di divertimenti.

“My schedule through to the end of June is jam-packed with great events and travel experiences – ha raccontato Andrew Smith – I’m going to be climbing the Sydney Harbour Bridge, swimming with dolphins in Port Stephens, attending the world premiere of Strictly Ballroom: The Musical, and being part of the much-anticipated Vivid Sydney Festival”.
Tranquilli, l’odio e l’invidia di chi lavora in uffici ameni, grigi, davanti allo schermo di un computer, o magari dietro la cassa di un supermercato o il vetro di una banca, è piuttosto comprensibile, ma per loro gioia i concorsi per il Best Jobs in the World, si tengono ogni anno.
Alla fine non è poi così male l’idea mollare tutto per andare in un’isola deserta o per vincere un lavoro così.

[Credit: DailyMail]

Knockout Game, l’ultima trovata che unisce i bulli del mondo

www.heavy.com

Knockout Game è definito l’ultimo gioco di tendenza arrivato dagli Stati Uniti.
Il gioco del K.O consiste nel prendere di mira un passante qualsiasi, sotto gli occhi di tutti, e tentare di stenderlo con un unico potente pugno. Non fa differenza che si tratti di uomini, donne, o bambini. Nel mirino dei bulli del mondo si finisce senza ragione alcuna.

Questa mania è giunta, ormai, anche in Italia.
Sono diversi i casi già registrati a Roma, Napoli, Venezia, e Brescia.
Dalle telecamere di sorveglianza di queste città è stato possibile affermare che, per la maggiore, a compiere questi gesti vandalici sono baby-gang. Gruppi di adolescenti che si ritrovano nei luoghi più frequentati della propria città e aggrediscono il malcapitato prescelto.
Senza timore e con la leggerezza di chi non conosce la differenza tra violenza e gioco.

Ferire per divertirsi. E magari sentirsi anche un po’ meno deboli.
Perché senza ombra di dubbio alcuna abbiamo a che fare con soggetti affetti da forti disturbi mentali, e di comportamento. E a giudicare dal tempismo con cui è diventato virale il Knockout Game, nella società odierna risiede più fragilità di quanta se ne possa immaginare. Si parla di tendenza. I cui sinonimi sono inclinazione, attitudine, ispirazione. Un quadro sociale che deve terrorizzare più del pericolo stesso di ricevere un pugno in pieno volto quando meno ce lo si aspetta.

Chi compie questi gesti ha bisogno di aiuto e non conosce il modo giusto per chiederlo. Tentano di farsi notare attraverso folli gesti, che, se non vengono presi in tempo, potrebbero dare vita ad una generazione di criminali dal profilo seriale ben definito. Senza sconti di definizioni, atteggiamenti aggressivi e violenti come questo sono l’allarme di una società in cui si fa fatica a trovare conforto.

Negli Stati Uniti l’FBI ha istituito un’unità specializzata che indaga su questo fenomeno di bullismo acuto. Si contano già numerosi arresti e provvedimenti legali anche per i minorenni. Sulla stessa scia in Italia sono stati amplificati i controlli, come nel caso di Napoli dove gli studenti della Federico II hanno creato una petizione in cui richiedono al Comune maggiori controlli di pattuglia nella zona portuale.

La preoccupazione più grande, quindi, non è più quella di essere derubati dai ragazzini. Adesso questi si avvicinano con intenti ben più pericolosi: usare la violenza per vincere un gioco messo in atto con i propri amici, come se facessero parte di quei videogame ai quali restano incollati troppe ore.

USA, affetti da disturbi mentali coloro che si fanno i selfie

Credit Photo: www.cool-prints.com

Arriva dagli USA la notizia che porrà molti di noi di fronte ad un grande interrogativo: sono affetto da sefite, o no?

Secondo l’American Psychiatric Association il fenomeno selfie è un vero e proprio disturbo mentale.
La diagnosi parla chiaro: questo disturbo manifesta mancanza di autostima e lacune nella propria intimità.
La nuova patologia – selfitis, selfite – colpisce, quindi, coloro che tentano di compensare una mancanza e, di conseguenza, abusano di altro. In questo caso di autoscatti.

In gruppo o da soli, c’è chi del selfie ne ha fatto uno stile di vita.
Complici innumerevoli App, prima fra tutte Instagram, e l’istantaneità dei nostri smartphone, abbiamo attraversato diversi stadi di selfite.
È ormai lontana l’era del foodstagramming in cui sembrava non potersi godere il proprio pranzo senza prima averne postato una foto sul web, ma la mania non cambia.
Cambiano i soggetti: adesso è il momento della piena rappresentazione di sé.
Abbiamo visto persone avvolgere il proprio volto con del nastro adesivo per scattare un sellotape, coppie immortalare il proprio selfie after sex, e aldilà di qualche – poche – iniziativa di spessore come quella no make up selfie, il fenomeno dell’autoscatto sembra esserci sfuggito di mano.

Al punto che l’American Psychiatric Association ci fornisce addirittura una scaletta per valutarne la gravità.
Con il termine selfitis borderline vengono indicati coloro che fotografano se stessi almeno tre volte al giorno, ma dopo non rendono pubblico l’autoscatto; quelli, invece, affetti da selfite acuta scattano tre fotografie e le postano tutte sul web; coloro che, infine, non resistono alla tentazione di immortalare la propria immagine per un numero di selfie pari o superiore ai sei sono definiti i selfitis cronici.

Nell’era digitale, quella in cui lo scambio di emoticons ruba il posto allo scambio di emozioni, la nostra community di amici virtuali riesce a sopperire senza lacune – apparenti – alla cerchia di amici fidati, ed è possibile colmare le distanze in tempo reale, al punto che una video chiamata sembra non far sentire il peso del non potersi parlare guardandosi negli occhi, anche la nostra immagine è finita nel baratro dell’istantaneità 2.0.

C’è chi, invece, attraverso i selfie riesce a sponsorizzare articoli e fare del sano ed efficiente marketing, riferendosi ad un pubblico di potenziali acquirenti che, del resto, è sul web che cerca i propri bisogni primari e non. Questa strategia di vendita non si può considerare una patologia. Ma riguarda una percentuale limitata di persone a cui è rivolto lo studio condotto negli USA.

Dunque: si selfie chi può, ma con con moderazione.