mercoledì, 15 Luglio 2026

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Dal selfie al belfie: ora l’autoscatto è del proprio lato B (FOTO)

Selfie di qua, selfie di là, in bianco nero o a colori, in compagnia, da soli, o addirittura con i propri animali domestici. Il selfie fa tendenza in tutto il mondo, ma come ogni moda che si rispetti si “evolve”. E così, dai primi piani del lato A, si è passati al belfie, un accattivante autoscatto del lato B che mette in mostra le curve.
E ora è belfie tendenza, soprattutto tra le star.

A lanciare la moda è stata Kim Kardashian, che ha infatti postato sui social network – paradiso terrestre per gli esibizionisti – una foto del suo lato B, tanto apprezzato, dopo la gravidanza, per dimostrare di aver ripreso una forma fisica perfetta.
Al seguito tutte le altre dive d’oltreoceano. Dalla diva delle Barbados Rihanna, a Beyoncé, Heidi Klum, l’angerlo di Victoria’s Secret Miranda Kerr e, ovviamente, Miley Cyrus.

Le tendenze, si sa, viaggiano a velocità elevatissime, al tempo scandito a colpi di clic di IPhone e Smartphone. E dalle celebrità ai comuni mortali il passo poi è stato breve, con conseguenze spesso non proprio esaltanti, anzi spesso si cade nel ridicolo. Ma quando si tratta di show business certi tabù possono saltare.

Quella del belfie rischia di diventare la nuova moda del 2014, visto che sta prendendo sempre più piede. In rete è un continuo susseguirsi di natiche in bella vista, di glutei estremamente tonici, e sederi da copertina che invadono Facebook, Instagram, Twitter, Tumblr e chi più ne ha più ne metta, ma sempre con l’hashtag #belfie.

Quello che le nostre espressioni dicono prima di noi

Queste sono manifestazioni universali. Le persone manifestano le emozioni allo stesso modo, che siano casalinghe o terroristi, la verità è scritta sul nostro volto” affermava il Dr. Cal Lightman nella serie televisiva Lie to me.

E un recente studio sulle espressioni facciali ha rivelato proprio il largo, similare, involontario e volontario uso che ne facciamo e quanto con esse comunichiamo.

La ricerca ha infatti definito ventuno espressioni facciali, che abitualmente utilizziamo per trasmettere le nostre emozioni, e ha scoperto come distinguerle con precisione, attraverso un modello di computer in grado di individuare le più impercettibili variazioni dei muscoli facciali.

Inizialmente, quelle riconosciute erano sei: felicità, tristezza, paura, sorpresa, rabbia, disgusto. La loro combinazione ha dato vita alla definizione di ulteriori quindici espressioni, utilissime negli studi neurologici, sulla comunicazione sociale tra gli individui, così come sulla creazione di dispositivi informatici in grado di comunicare con gli esseri umani.

Siamo andati al di là di espressioni facciali per le emozioni semplici come “felicità” o “tristezza”. Abbiamo trovato una forte coerenza nel modo in cui le persone muovono i muscoli facciali per esprimere le ventuno categorie di emozioni”, ha detto il ricercatore Aleix Martinez, scienziato cognitivo e professore associato di ingegneria elettrica e informatica presso la Ohio State University. “Questo ci dice che queste ventuno emozioni sono espresse nello stesso modo da quasi tutti, almeno nella nostra cultura”.

Storicamente, gli scienziati e filosofi hanno concentrato i loro studi su sei emozioni di base, ma decifrare il cervello di una persona funzionante con solo sei categorie è come dipingere un ritratto con solo colori primari”, continua Martinez, che ha analizzato con i ricercatori più di cinquemila fotografie di duecentotrenta studenti, stimolati verbalmente ad attuare le espressioni richieste, con un programma per computer chiamato Facial Action Coding System (FACS).

Reso popolare dagli psicologi, la FACS è in grado di frammentare le espressioni del volto in ogni singolo elemento, come il movimento delle sopracciglia, l’inclinazione delle labbra e simili, riuscendo a captare con il 93% di precisione, le espressioni miste sui volti delle persone.

Nulla è più nascosto e anche i pensieri, celati dietro i volti più impassibili, potrebbero essere smascherati.

Australia, Svezia e Corea i paesi più felici per i giovani

Gli ingredienti per la tanto agognata felicità sono svariati, soprattutto quando si è nell’età della perenne insoddisfazione. Quella che va dai dieci ai novant’anni? No, restringendo il campo, quella che va dai dodici ai ventiquattro anni. E in questa fascia d’età, si è collocato lo studio dell’International youth foundation, dal Center for strategic and international studies e dall’azienda Hilton Worldwide.

Ambizioni e speranze, paure e confusione, incertezze e ridotte opportunità alimentano gli stati d’animo sempre più disillusi delle nuove generazioni. L’indice del benessere giovanile ha provato a dare una spiegazione e una soluzione a questo malcontento diffuso, attraverso una ricerca eziologica sui fattori responsabili di tale fenomeno.

E dunque, se fosse il posto ad essere sbagliato?

Su questo si è fondata la ricerca degli studiosi, che, analizzati trenta paesi, su una base di quaranta indicatori tra cui la partecipazione dei giovani alla vita politica, le opportunità economiche, l’istruzione, la salute, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la mortalità giovanile e la sicurezza, sono riusciti a stilare una classifica dei posti ideali per la crescita dei giovani adulti.

Pubblicata dal Business Insider, la classifica vede sul podio Australia, Svezia e Corea. A seguire, Inghilterra, Germania e Spagna. Raschiano il fondo della lista, invece, Tanzania, Uganda e Nigeria. La Russia non pervenuta nella top ten, mentre il Vietnam, nonostante il suo reddito medio-basso, si piazza tra i primi quindici classificati. E l’Italia? Fortunatamente non esaminata.

Il benessere dei giovani dovrebbe importare a tutti”, scrive il Business Insider. “Le società che sono inclusive nei confronti dei giovani sono anche quelle che hanno maggiori probabilità di crescere e arricchirsi, mentre l’esclusione aumenta il rischio di recessione, criminalità e violenza diffusa”.

La lungimiranza non è una dote comune e studi come questo dovrebbero essere letti come un invito al migliore sfruttamento della risorsa primaria di ogni singolo paese: la popolazione ricca di giovani promesse.

Taglia 44, se questa è una taglia forte

Si dice che gli uomini preferiscano le donne formose: seni prosperosi, fondoschiena abbondanti, fianchi armoniosi. Fin qui, niente di nuovo. Il vero problema sta, piuttosto, nel convincere le donne che di carne “più ce n’è meglio è”. Negli ultimi anni, qualcosa sembra essere cambiato in questo senso: si è incominciato ad accettare il fatto che non c’è alcun bisogno di digiuni o di sudate estreme da esercizi auto-flagellanti per raggiungere un ideale di magrezza impossibile.

L’adorazione planetaria per icone femminili del calibro di Monica Bellucci, Kate Winslet o Beyoncé è un chiaro indice di questa inversione di tendenza che ha finalmente rinnovato il gusto estetico, portando ad apprezzare di nuovo un corpo femminile sano.

Una ragione in più per biasimare quei settori dell’industria della moda in cui persiste, ottusa, l’idea secondo cui se una donna non è al di sotto della 42 non può rientrare nel canone di bellezza socialmente accettabile. Spesso, infatti, le collezioni che vanno sotto la dicitura di “taglie forti” partono dalla 44 per arrivare alla 56: sì, proprio dalla 44, una misura di ben due taglie al di sotto della media.
Ne consegue che, inevitabilmente, una donna che indossa una taglia 44 si sente il più delle volte stigmatizzata, considerata come un’acquirente al di fuori dalla norma, costretta a scegliere entro una limitata categoria di prodotti specifici – una marginalizzazione che, naturalmente, più che invitarla all’acquisto la demotiva.

Alla luce della reale corporeità femminile, i rivenditori d’abbigliamento dovrebbero, in effetti, rivedere accuratamente le loro categorizzazioni: una taglia 44 non può essere definita una “taglia forte”, ma neanche le 46 o le 48 possono essere considerate tali. Si tratta, semplicemente, di taglie normali. Ma i negozi, invece, continuano a esporre modelli che soltanto una 36 potrebbe calzare, nella totale noncuranza di una considerevole fetta di clienti che viene, in tal modo, non solo trascurata ma anche denigrata.

Eppure, portare una 36 è davvero così comune? Non più di quanto non lo sia essere una 48. E se, tempo addietro, alcuni negozi sono stati criticati per aver incoraggiato la clientela a metter su peso esponendo abiti large, bisogna anche ammettere che nemmeno avere a disposizione le sole misure S incita al dimagrimento. Di questi tempi, in questo mondo, far sentire a disagio una donna per via della sua taglia è davvero intollerabile e, soprattutto, anacronistico: è ormai un dato di fatto che tutte le donne occidentali stanno crescendo, stanno diventando più alte, stando prendendo forme più procaci. Un dato che le industrie della moda non possono più permettersi di continuare a ignorare: perché le donne di oggi e di domani, di tutte le taglie e di tutte le misure, non debbano più essere sottoposte a giudizi, nemmeno a quelli di un’etichetta.