mercoledì, 28 Gennaio 2026

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Il miglior lavoro del mondo è lo specialista del divertimento

Quante volte abbiamo sentito la frase “è un lavoro duro, ma purtroppo qualcuno deve pur farlo”?
Questo, però, non è assolutamente il caso di un giovane ragazzo californiano che viene pagato 93 mila dollari per un dei lavori migliori in assoluto: promuovere il turismo Australiano, anche facendo paracadutismo.

Il giovane fortunato si chiama Andrew Smith, ed è stato scelto per il ruolo di Specialista del Divertimento nel Nuovo Galles del Sud. Studente di finanza all’università, ha scoperto che voleva passare la vita a vedere e soprattutto vivere il mondo, così si è trasferito in Corea del Sud, dove ha iniziato a lavorare come Social Media Manager per la serie dedicata ai viaggi Peeta Planet su Dubai One & YouTube. Ha prodotto più di 120 video sui social media ed è seguito da oltre 70.000 fan su Instagram, che amano seguirlo e ammirare – con non poca invidia – le sue foto del mondo.

Lo Specialista del Divertimento è di base a Sydney, e recensisce i migliori concerti, i party e gli eventi VIP di Sydney e del Nuovo Galles del Sud; contribuirà alla promozione di festival gastronomici, eventi tipici, sportivi, culturali, artistici e dello spettacolo in tutto lo Stato.

Sembra il racconto di fantasia di un lavoratore che guarda annoiato il suo computer e pensa “ora mollo tutto e vado a vivere su un’isola deserta”, ma queste opportunità di lavoro ci sono per davvero, e sono sponsorizzati dai Ministeri del Turismo, che cercano di farsi pubblicità preparando bandi da favola che attirino l’attenzione dei mass media.
L’intento è quello di mostrare ai viaggiatori, attraverso giovani come Andrew, quanto la zona sia bella, eccitante e piena di divertimenti.

“My schedule through to the end of June is jam-packed with great events and travel experiences – ha raccontato Andrew Smith – I’m going to be climbing the Sydney Harbour Bridge, swimming with dolphins in Port Stephens, attending the world premiere of Strictly Ballroom: The Musical, and being part of the much-anticipated Vivid Sydney Festival”.
Tranquilli, l’odio e l’invidia di chi lavora in uffici ameni, grigi, davanti allo schermo di un computer, o magari dietro la cassa di un supermercato o il vetro di una banca, è piuttosto comprensibile, ma per loro gioia i concorsi per il Best Jobs in the World, si tengono ogni anno.
Alla fine non è poi così male l’idea mollare tutto per andare in un’isola deserta o per vincere un lavoro così.

[Credit: DailyMail]

Knockout Game, l’ultima trovata che unisce i bulli del mondo

www.heavy.com

Knockout Game è definito l’ultimo gioco di tendenza arrivato dagli Stati Uniti.
Il gioco del K.O consiste nel prendere di mira un passante qualsiasi, sotto gli occhi di tutti, e tentare di stenderlo con un unico potente pugno. Non fa differenza che si tratti di uomini, donne, o bambini. Nel mirino dei bulli del mondo si finisce senza ragione alcuna.

Questa mania è giunta, ormai, anche in Italia.
Sono diversi i casi già registrati a Roma, Napoli, Venezia, e Brescia.
Dalle telecamere di sorveglianza di queste città è stato possibile affermare che, per la maggiore, a compiere questi gesti vandalici sono baby-gang. Gruppi di adolescenti che si ritrovano nei luoghi più frequentati della propria città e aggrediscono il malcapitato prescelto.
Senza timore e con la leggerezza di chi non conosce la differenza tra violenza e gioco.

Ferire per divertirsi. E magari sentirsi anche un po’ meno deboli.
Perché senza ombra di dubbio alcuna abbiamo a che fare con soggetti affetti da forti disturbi mentali, e di comportamento. E a giudicare dal tempismo con cui è diventato virale il Knockout Game, nella società odierna risiede più fragilità di quanta se ne possa immaginare. Si parla di tendenza. I cui sinonimi sono inclinazione, attitudine, ispirazione. Un quadro sociale che deve terrorizzare più del pericolo stesso di ricevere un pugno in pieno volto quando meno ce lo si aspetta.

Chi compie questi gesti ha bisogno di aiuto e non conosce il modo giusto per chiederlo. Tentano di farsi notare attraverso folli gesti, che, se non vengono presi in tempo, potrebbero dare vita ad una generazione di criminali dal profilo seriale ben definito. Senza sconti di definizioni, atteggiamenti aggressivi e violenti come questo sono l’allarme di una società in cui si fa fatica a trovare conforto.

Negli Stati Uniti l’FBI ha istituito un’unità specializzata che indaga su questo fenomeno di bullismo acuto. Si contano già numerosi arresti e provvedimenti legali anche per i minorenni. Sulla stessa scia in Italia sono stati amplificati i controlli, come nel caso di Napoli dove gli studenti della Federico II hanno creato una petizione in cui richiedono al Comune maggiori controlli di pattuglia nella zona portuale.

La preoccupazione più grande, quindi, non è più quella di essere derubati dai ragazzini. Adesso questi si avvicinano con intenti ben più pericolosi: usare la violenza per vincere un gioco messo in atto con i propri amici, come se facessero parte di quei videogame ai quali restano incollati troppe ore.

USA, affetti da disturbi mentali coloro che si fanno i selfie

Credit Photo: www.cool-prints.com

Arriva dagli USA la notizia che porrà molti di noi di fronte ad un grande interrogativo: sono affetto da sefite, o no?

Secondo l’American Psychiatric Association il fenomeno selfie è un vero e proprio disturbo mentale.
La diagnosi parla chiaro: questo disturbo manifesta mancanza di autostima e lacune nella propria intimità.
La nuova patologia – selfitis, selfite – colpisce, quindi, coloro che tentano di compensare una mancanza e, di conseguenza, abusano di altro. In questo caso di autoscatti.

In gruppo o da soli, c’è chi del selfie ne ha fatto uno stile di vita.
Complici innumerevoli App, prima fra tutte Instagram, e l’istantaneità dei nostri smartphone, abbiamo attraversato diversi stadi di selfite.
È ormai lontana l’era del foodstagramming in cui sembrava non potersi godere il proprio pranzo senza prima averne postato una foto sul web, ma la mania non cambia.
Cambiano i soggetti: adesso è il momento della piena rappresentazione di sé.
Abbiamo visto persone avvolgere il proprio volto con del nastro adesivo per scattare un sellotape, coppie immortalare il proprio selfie after sex, e aldilà di qualche – poche – iniziativa di spessore come quella no make up selfie, il fenomeno dell’autoscatto sembra esserci sfuggito di mano.

Al punto che l’American Psychiatric Association ci fornisce addirittura una scaletta per valutarne la gravità.
Con il termine selfitis borderline vengono indicati coloro che fotografano se stessi almeno tre volte al giorno, ma dopo non rendono pubblico l’autoscatto; quelli, invece, affetti da selfite acuta scattano tre fotografie e le postano tutte sul web; coloro che, infine, non resistono alla tentazione di immortalare la propria immagine per un numero di selfie pari o superiore ai sei sono definiti i selfitis cronici.

Nell’era digitale, quella in cui lo scambio di emoticons ruba il posto allo scambio di emozioni, la nostra community di amici virtuali riesce a sopperire senza lacune – apparenti – alla cerchia di amici fidati, ed è possibile colmare le distanze in tempo reale, al punto che una video chiamata sembra non far sentire il peso del non potersi parlare guardandosi negli occhi, anche la nostra immagine è finita nel baratro dell’istantaneità 2.0.

C’è chi, invece, attraverso i selfie riesce a sponsorizzare articoli e fare del sano ed efficiente marketing, riferendosi ad un pubblico di potenziali acquirenti che, del resto, è sul web che cerca i propri bisogni primari e non. Questa strategia di vendita non si può considerare una patologia. Ma riguarda una percentuale limitata di persone a cui è rivolto lo studio condotto negli USA.

Dunque: si selfie chi può, ma con con moderazione.

Pillow Fight Day, la giornata mondiale della lotta con i cuscini

Preparate i cuscini oggi, quelli morbidi e piumosi, perché nelle maggiori piazze delle capitali di tutto il mondo e in molte altre città si celebrerà il Pillow Fight Day, la giornata mondiale della lotta con i cuscini. Massicce battaglie a suon di cuscinate. Battaglie giocose, divertenti, che lasciano sul campo solo migliaia di piume e tanti sorrisi.

Iniziata per la prima volta nel 2008 e diventata da allora un appuntamento fisso in ogni primavera, la battaglia con i cuscini è una vera e propria terapia antistress. Ci si incontra in un punto prestabilito, armati di cuscino, attendendo il gong di inizio per dare il via allo sfogo generale. Secondo gli organizzatori questo evento è un ottimo modo per sottrarsi all’alienazione, alle regole e alla frenesia a cui sottostiamo quotidianamente, ma anche un’iniziativa semplice e gratuita per riappropriarsi degli spazi pubblici.

pillow fight day, la giornata mondiale della lotta con i cuscini

Per evitare però che l’evento degeneri, è necessario seguire alcune piccole regole. Bisogna attendere il fischio d’inizio, non colpire le persone non munite di cuscino ed evitare anche di assalire chi ha in mano videocamera, macchina fotografica o altri oggetti fragili. È consigliabile togliere gli occhiali prima che abbia inizio il combattimento, così come è altamente raccomandato di indossare il pigiama per rendere il momento ancora più accogliente.

Hong Kong, Amsterdam, New York, Barcellona, Londra, Valencia, Zurigo e Parigi sono solo alcune delle città che si faranno palcoscenico delle cuscinate, ma l’evento toccherà naturalmente anche alcune città italiane. L’appuntamento è oggi a Bergamo, in Piazza Dante alle ore 15.00 e alle 14.30 a Milano, in Piazza Sempione 1. Seguiranno anche Monza, Palermo e Roma alle 17.45 in Piazza Santa Maria in Trastevere.