domenica, 31 Maggio 2026

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Il vero gelato artigianale

credits: www.nonsprecare.it

Durante la bella stagione, il gelato è uno dei cibi più apprezzati, grazie a quella sensazione di freschezza e sollievo che ci dà rispetto le alte temperature che caratterizzano l’estate.
Non sempre però il gelato che ci vendono nei bar e nelle gelaterie corrisponde al vero gelato artigianale, quello lavorato personalmente con l’utilizzo di materie prime di qualità.

Secondo un’indagine telefonica condotta da Periscope per Aiipa (Associazione italiana industrie prodotti alimentari) riguardo il gelato artigianale, che ha coinvolto gelatai in ogni angolo d’Italia, il 65% di loro ha ammesso di utilizzare basi per gelato: un mix composto da emulsionanti e stabilizzanti che servono per garantire la consistenza cremosa e non farlo sciogliere subito.

Occorre però distinguere i casi, tutto infatti è relativo e dipende dalla composizione di queste basi e dalla grammatura: più semplice e bassa è, migliore è la qualità del gelato. Nel dettaglio, nel caso di basi a bassa grammatura è il gelataio ad aggiungere la maggior parte degli ingredienti facendo la differenza anche nella scelta di questi ultimi, prediligendo quelli freschi come il latte per esempio, al posto di quello UHT, la panna o le uova; il gelato ha un gusto migliore.
Le basi ad alta grammatura invece sono praticamente un gelato semipronto, al quale il gelataio deve solo aggiungere acqua e il gioco è fatto.

Normalmente le basi compongono circa il 10% di un gelato fresco. Il resto ce lo mette il gelatiere” ha spiegato al National Geographic Fabrizio Osti, tecnologo alimentare e presidente di Aiipa gruppo prodotti per gelato. “Molti gelatieri si fanno preparare dalle industrie (che sono quasi sempre piccole-medie imprese) delle basi personalizzate, fornendo loro precise ricette da eseguire“.

Come fare allora per riconoscere un vero gelato artigianale?

1. Gelato troppo lucido

Un gelato troppo lucido contiene un eccesso di grassi e/o zuccheri. I grassi in particolare, hanno un potere anticongelante quindi tendono a sciogliere il gelato in superficie conferendogli eccessiva lucidità.

2. Ruvidità

Il buon gelato artigianale deve incamerare aria perché l’aria dona cremosità all’impasto. Una trama ruvida è segnale di presenza di una buona quantità di aria nel gelato quindi va bene.

3. Onde enormi di gelato

credits: www.ilfattoalimentare.it
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Le grandiose onde di gelato, che si innalzano nelle vetrine, enormi e immobili, sono totalmente innaturali, sarà sicuramente gelato chimico; un gelato artigianale vero, infatti, non potrebbe tenere questa forma sopra la linea del freddo (la vaschetta) senza sciogliersi; richiede dunque un uso massiccio di addensanti chimici.

4. La sete

Un buon gelato non deve stimolare un’immediata sensazione di sete, altrimenti significa che contiene una eccessiva dose di grassi o zuccheri, responsabili della sensazione di sete. I grassi in particolare stimolano il desiderio di bibite gasate, per la sensazione sgrassante delle bollicine.

5. Frammenti di ghiaccio

I frammenti di ghiaccio indicano un gelato vecchio, non ben conservato, riutilizzato, ri-mantecato, non abbattuto correttamente.

Brexit e il mondo del vino italiano, quali saranno le conseguenze?

credits: metoxeny60.rssing.com

Brexit è il termine che indica l’uscita, ormai certa e ufficiale, dell’Inghilterra dall’Unione Europea; questo avvenimento comporterà tanti cambiamenti in campo economico sia per quanto riguarda le importazioni che le esportazioni.
Anche il mondo del vino sarà intaccato dal Brexit, quali saranno le conseguenze?

Le risposte a questa domanda mostrano pareri discordanti, alcuni pensano che ci sarà un crollo dell’export, altri ritengono che saranno imposti dazi più alti sulle importazioni, altri ancora pensano che ci sarà un incremento della produzione interna, inglese, fino ad arrivare all’autosufficienza.

Per quanto riguarda il mondo del vino italiano, il Regno Unito rappresenta il terzo mercato di sbocco, tanto che secondo gli ultimi dati stimati dall’Osservatorio del Vino nel primo trimestre del 2016, l’export ha avuto un aumento del 7% rispetto all’anno precedente.

La Coldiretti afferma che, in particolare per lo spumante italiano, l’Inghilterra rappresenta il primo mercato di sbocco e il quarto per quanto riguarda tutti i prodotti agroalimentari nazionali; questo può farci capire il forte legame tra l’Italia e il Regno Unito in campo economico e da qui le preoccupazioni dei produttori di vino e non solo.

Non è solo l’Italia a mostrarsi preoccupata, ma anche la Francia e il Portogallo, che in particolare esporta in Inghilterra milioni di bottiglie del famoso vino liquoroso Porto, ogni anno.
Si pensa che la soluzione degli inglesi per evitare importazioni sarà quella dell’autosufficienza, cioè incrementare la produzione interna di vino, prosecco, spumante e tanti altri prodotti che riguardano il mondo del vino in genere, anche se da qui all’autosufficienza dovrà passare tanto tempo.

Nel frattempo, invece, c’è chi tra i produttori e importanti esponenti del mondo del vino italiano, non si arrende. Luisa Todini, presidente delle Poste e Italiane e grande produttrice di vino, si è da poco recata a Londra per promuovere i vini umbri:” Continuiamo a investire in un luogo dove abbiamo sempre investito e continuiamo a farlo anche ora“; afferma la produttrice, ma chissà quanti ancora continueranno a farlo.

Le conseguenze sul mondo del vino italiano potranno essere diverse, sia positive che negative ma una cosa è certa, le conseguenze del Brexit saranno di lungo periodo dato che il distacco effettivo dell’Inghilterra avverrà fra due anni; forse questo tempo potrà essere utilizzato per ricercare delle opportune soluzioni per tutti, per ora rimangono solo dubbi.

I 10 street food da provare in Italia (FOTO)

credits photo: silviocicchi.com

Molto probabilmente lo street food è ciò che meglio rappresenta la nostra amata penisola. Esiste da secoli, e varia a seconda del luogo in cui viene cucinato. Spesso, si tratta di cibi poveri, decisamente poco adatti ai palati più fini, ma sicuramente genuini e molto gustosi.
Un enorme contributo a questa categoria è stato dato da Chef Rubio che, con i suoi programmi tv, ha fatto si che, lo street food, avesse una maggiore visibilità, come ha lui stesso affermato al Better Days Festival: “Le persone che cucinano nel mio programma servono per far vedere agli spettatori che, passo dopo passo, tutti possono imparare a cucinare. Che la cucina è democrazia, che appartiene a tutti e che se alla gente si toglie la possibilità di imparare a cucinare, ci sarà sempre una frattura insanabile tra il cuoco, che spesso fa il fenomeno, e il pubblico”.

Ecco, allora, i 10 street food da provare assolutamente, se si è in giro per l’Italia.

 

1. Pane e panelle

credits photo: risparmiocasa.it
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È una tipica ricetta siciliana: il pane con una frittella di ceci. Solitamente viene accompagnato dalle crocchette di patate. Ne esiste anche una variante livornese, altrettanto gustosa, in cui viene servita la farinata di ceci all’interno di una schiacciata.
 

2. Bombetta

credits photo: scattidigusto.it
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Le bombette sono un piatto tutto pugliese, lo si mangia in tutta la regione, in particolar modo a Martina Franca, Cisternino, Locorotondo e Alberobello. Sono degli involtini di maiale, o di vitello, ripieni oppure avvolti da pancetta, ripieni di caciocavallo.
 

3. Panissa

credits photo: wikipedia.org
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Dalla Puglia arriva la panissa. Gli ingredienti sono simili a quelli che si utilizzano per realizzare la farinata di ceci, senza però l’olio d’oliva. Va tagliata a cubetti e servita fredda o tiepida con olio, limone e cipolla.
 

4. Lampredotto

credits photo: lorenzovinci.ilgiornale.it
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È un piatto tipico fiorentino a base di stomaco di bovino. Il lampredotto si sposa molto bene con la salsa verde, e viene tipicamente servito in due modi, con delle fette di pane abbrustolito, oppure nel più classico panino.

5. Sgagliozze

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Se si è in visita Bari non si può non provare le sgagliozze, dei pezzi di polenta fritta che viene cucinata per ore e ore. Vanno servite calde e cosparse di sale. Il settimanale Newsweek le ha inserite tra le 101 meraviglie gastronomiche d’Europa.
 

6. Pani câ meusa

Sandwich with spleen. typical Sicilian food
Sandwich with spleen. typical Sicilian food

Questo panino è tipico della città di Palermo. Consiste in una pagnotta morbida chiamata vastella, spolverata di sesamo e imbottita di pezzi di milza, di fegato e di polmone di vitello, dopo che sono stati soffritti nella sugna. Il panino può essere farcito con l’aggiunta di caciocavallo grattugiato o ricotta.
 

7. Frittatina di pasta

 

credits photo: lovecooking.it
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È la ricetta napoletana per eccellenza, una tira l’altra. Gli ingredienti sono: i bucatini, la besciamella, il prosciutto cotto e i piselli. Poi via con la frittura. Solitamente, è utilizzata dai napoletani per iniziare il pasto, prima di una bella pizza.
 

8. Arancini di riso

credits photo: silviocicchi.com
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Di nuovo in Sicilia per una altro street food famosissimo: gli arancini di riso. Sono dei timballi fatti di riso, ripieni con ragù o formaggio e prosciutto, poi impanati e fritti. Una curiosità: a Palermo sono femminili, le arancine, mentre nel resto della Sicilia e in tutta Italia, cambiano sesso diventando gli arancini.
 

9. Arrosticini

credits photo: ricette.giallozafferano.it
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Gli arrosticini sono tipici dell’Abruzzo. In alcune zone vengono chiamati rustelle, e sono degli spiedini di carne di pecora, buoni da farne indigestione.
 

10. Folpetti

credits photo: streetfood42.com
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Dal Veneto arrivano i folpetti: dei moscardini bolliti e serviti con una salsa al prezzemolo, olio, pepe e succo di limone, su di una fetta di pane. Possono essere accompagnati da una fetta di polenta, dalle frittelle di seppia o dalle polpette di gamberi.

TTIP, cibo e salute a rischio con l’accordo Usa e Europa

credits: www.morasta.it

Unione Europea e Stati Uniti sono impegnati ormai da tre anni a negoziare il cosiddetto TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo commerciale che prevede una zona di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico, al fine di diminuire al minimo in quest’area dazi doganali, cioè vincoli burocratici e restrizioni sugli investimenti.

L’accordo dovrebbe rendere più semplice per le imprese europee, l’esportazione di beni e servizi negli Stati Uniti (al momento difficoltosa a causa delle elevate tariffe doganali) e viceversa; nelle intenzioni dei negoziatori, dovrebbe fare da impulso per l’economia (con un aumento stimato dello 0,5% del Pil) e creare nuovi posti di lavoro, abbassando i prezzi per produttori e consumatori.

Numerosi sono i sindacati e le organizzazioni per la tutela ambientale che conducono manifestazioni di dissenso e proteste contro il TTIP, sotto vari aspetti. Infatti, secondo quanto rivelano alcuni documenti segreti diffusi da Greenpeace Olanda, il 2 maggio, il trattato metterebbe a rischio gli standard europei sull’ambiente e la salute, in particolare per quanto riguarda il cibo, i cosmetici, le telecomunicazioni, i pesticidi e l’agricoltura.

Queste critiche partono da una fondamentale premessa: il cibo europeo e quello americano non sono prodotti secondo gli stessi standard di sicurezza alimentare, benessere animale e rispetto dell’ambiente.
Ad esempio in Europa le gabbie da batteria per le galline ovaiole sono vietate dal 2012, così come dal 2006 l’utilizzo degli ormoni promotori della crescita degli animali allevati: negli Usa non esistono tali divieti.

Per quanto riguarda la salute dei consumatori, negli Stati Uniti sono vigenti, ancora, pratiche abolite in Europa da anni: il settore suinicolo statunitense usa ancora la ractopamina (già bandita in Cina, Russia e UE) che è nota per causare danni al cuore; i polli allevati in Usa vengono ancora disinfettati con antimicrobici chimici come il diossido di cloro. In Europa, invece, i trattamenti chimici sono vietati dal 1997.

Per non parlare degli Ogm. In Europa l’utilizzo di organismi geneticamente modificati (Ogm) è sottoposto a regole molto rigorose e procedure di autorizzazione complesse per la loro coltivazione e commercializzazione, al contrario degli Usa.
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In Italia è, da anni, attiva la Campagna Stop Ttip Italia, secondo la quale il Trattato farebbe solo gli interessi delle multinazionali e lobby agroindustriali, a tutto danno dei lavoratori, delle piccole aziende e dei consumatori, costringendo gli europei, tra l’altro, a importare cibi di scarsa qualità e ad abbassare gli standard di tutela della salute.

La Coldiretti afferma: “no al falso Made in Italy”; la Coldiretti è preoccupata soprattutto che il falso Made in Italy prodotto negli Usa, arrivi sulle tavole degli italiani.
Il timore maggiore riguarda la tutela dei vini italiani, che potrebbero essere sostituiti da falsi Chianti o Marsala prodotti in California. Negli Usa, soprattutto attraverso la rete, è infatti possibile acquistare pseudo-vino ottenuto da polveri miracolose, i cosiddetti wine kit, che promettono di ottenere in pochi giorni vini prestigiosi come Barolo, Gewurztraminer, Lambrusco, Montepulciano.
Anche prodotti come i pomodori San Marzano, l’olio d’oliva, i salumi e i formaggi potrebbero essere facilmente taroccati.

Recentemente, a prendere una posizione netta sul Ttip è stata la Francia: “Allo stato attuale la Francia dice no all’accordo, perché non siamo per un libero scambio senza regole”, ha dichiarato senza mezze misure il presidente François Hollande.