lunedì, 6 Aprile 2026

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Il mondo visto attraverso i cappelli (FOTO)

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Ogni paese ha la sua storia, la sua cultura, le sue feste e le sue tradizioni. E anche i suoi cappelli.

Il sito “Booking Venere” ha realizzato un’infografica con 80 cappelli molto significativi: infatti ogni copricapo rappresenta un determinato paese.

Nell’infografica sono raffigurati moltissimi cappelli, tra cui alcuni molto riconoscibili: è presente il chepi francese, ma anche il sombrero messicano e la kefiah saudita. E come non distinguere, tra gli ottanta berretti, il “Rastacap” jamaicano?

Numerosissimi cappelli sono facilmente individuabili proprio perché rappresentano fortemente la cultura e l’essenza di un paese. Un tempo i diversi cappelli, copricapi e berretti indicavano la funzione, il ruolo e il lavoro di una persona, oltre che – naturalmente, come succede ancora oggi – l’appartenenza sociale.

I disegni del sito “Booking Venere” sono stati creati per fare un viaggio virtuale indietro nel tempo e nel mondo, per capire al meglio le usanze dei differenti luoghi e delle diverse nazioni.

Ma non tutti i copricapi raffigurati sono così famosi. Chi conosceva, prima di vedere queste immagini, il “Daka Thopi” del Nepal? E il “Aso Oke hat” della Nigeria? Pare proprio che questi siano nomi sconosciuti proprio a tutti.

Questa infografica, nonostante sia molto carina e divertente, è anche abbastanza limitata perché sembra fondata su alcuni stereotipi.

I pregiudizi sono tanti e vengono soprattutto dagli stranieri. La Germania, per esempio, è vista come il paese degli “ubriaconi”, che passano le loro giornate bevendo birra e mangiando würstel e crauti. L’Italia, invece, da molti è considerata il paese della mafia, anche se viene associata a moltissime cose molto più caratteristiche, come la moda e il mangiar bene.

Gaza, storie di bambini sopravvissuti

Israele e Palestina.
Un conflitto che dura ormai da 67 anni.
Un conflitto dall’aspro sapore di tragedia senza fine. Morti, feriti, disperazione, terrore, distruzione e odio.
Questo è Gaza.

La stessa storia che si ripete negli anni: l’attacco “Piombo Fuso” nel 2008, quello nel 2012, e poi l’operazione militare in corso. E le vittime sempre loro: gli innocenti, soprattutto i bambini.
Si tratta di una tragedia racchiusa nei volti, negli occhi, che ormai hanno perso la speranza verso il mondo, nelle storie che hanno da raccontarci.

La quasi totalità dei 950.000 bambini gazawi soffre di sintomi psicologici e comportamentali propri del disturbo da stress post-traumatico (PTSD), nei quali compare l’aggressività, la depressione, l’enuresi, i flashback e un attaccamento psicotico alla madre o ad un familiare. Questi sono i dati agghiaccianti delle ricerche che svolse sul campo Eyad Sarraj, esperto di salute mentale e attivista per i diritti umani.

Un anno dopo dall’operazione “Piombo Fuso”, Amal, 10 anni, porta con sé, ovunque vada, due foto di suo padre e di suo fratello morti durante l’attacco. “Voglio guardarli sempre. La mia casa non è bella senza di loro”, dice Amal, ferita gravemente alla testa e all’occhio destro. Ma il danno fisico non è nulla in confronto a quello psicologico. Fu trovata quattro gironi dopo l’attacco, semisepolta sotto le macerie, disidratata e in stato di shock; era una dei 15 sopravvissuti.
A scuola le materie preferite di Amal sono l’arabo e l’inglese, lei da grande sogna di diventare una dottoressa.

Kannan, 13 anni, zoppica per il colpo di pistola ricevuto sulla gamba sinistra. Anche per lui il danno non è solo fisico: prima della guerra, era un appassionato centrocampista ma ora non gioca più a calcio. Nei mesi successivi alla sparatoria ha avuto ripetutamente degli incubi, si è svegliato spesso piangendo, si spaventa molto facilmente, e “non va al bagno da solo” dice Zahawa, sua madre.

Fatima Qortoum nel 2008 aveva 9 anni, e ha vissuto momenti terribili che non si augurano neanche al peggiore dei nemici. Ha visto frantumarsi il cranio di suo fratello, a causa delle schegge di una bomba, e, nel bombardamento del 2012, l’altro fratello di sei anni è rimasto ferito ai polmoni e alla spina dorsale.

Mohamed Shokri, di soli 12 anni, ha raccontato all’ONU: “Non avevamo paura. Siamo abituati a tutto questo. Mio padre ci disse in casa: Gli israeliani stanno cercando di terrorizzarci, ma noi abbiamo la nostra resistenza che li spaventa”.

E non è tutto.
Dopo un bombardamento, nessun sopravvissuto per la famiglia Ghannam, l’unico superstite era il gatto, che vagava sulle macerie della casa.
Anche gli ospedali hanno subito gravi danni in seguito all’offensiva militare e al blocco. Quotidiano ritrovo per morti e feriti più o meno gravi; i pazienti con difficili patologie non hanno neanche la possibilità di essere curati sul posto, e si vedono continuano negare o posticipare il permesso di lasciare la Striscia per andare a curarsi. Ne sa qualcosa la famiglia di Samir al-Nadim, padre di tre figli, deceduto dopo che il permesso di lasciare Gaza per subire un’operazione al cuore era stato rimandato per ben 22 giorni.

Cresce la disoccupazione, e inesorabilmente aumenta la povertà. La tragedia di questa guerra non ha fine e coinvolge tutta la vita quotidiana – se vita si può chiamare.

Da eventi simili non possono che scaturire emozioni forti come la paura, il dolore, il senso di impotenza, e a volte anche il senso di colpa per essere sopravvissuti. Non importa se giovani o vecchi – anche se la guerra in sé è più drammatica per i bambini – l’intero sistema sensoriale è allertato e colpito profondamente: essere testimoni di massacri, bombardamenti, invasioni militari; vedere soldati, armi, spari, persone uccise; l’idea di essere costantemente in pericolo, sentire le urla dei feriti, sono tutte sensazioni sensoriali che si imprimono in maniera indelebile nella memoria. E lasciano un segno indelebile per tutta la vita.

“Historia magistra vitae”, aveva detto Cicerone, ma sembra che più il tempo passi più l’uomo si dimentichi della sua essenza di essere umano. Sembra non esista più una morale. In meno di un secolo e mezzo si sono consumate guerre logoranti in tutto il mondo, sono state uccise vittime innocenti e popoli interi.
Il crescente isolamento e la sofferenza degli abitanti di Gaza non possono continuare.

[Credit: news.it; cerca.unita.it]

I personaggi Disney in versione omosessuale (FOTO)

www.spetteguless.it

Rodolfo Loaiza, un artista messicano, ha realizzato dei disegni intitolati “Desasterland“, in cui propone i classici Disney sotto una nuova luce.

Già l’artista mediorientale Saint Hoax aveva deciso di ridisegnare alcuni personaggi Disney per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alle violenze sui minori e alle violenze in ambito domestico e, soprattutto, per incoraggiare le vittime a denunciare coloro da cui hanno subito maltrattamenti.

Ma la campagna di Loaiza tratta di un tema totalmente diverso: quello dell’amore omosessuale. L’artista messicano infatti ha deciso di superare tutte le barriere e rappresentare i vari personaggi disneyani in vesti gay.

E ha seguito proprio la Disney, che, per esempio, mettendo in scena una principessa di colore nel celebre cartone “La principessa e il ranocchio“, è andata oltre i soliti e stupidi pregiudizi.

E questa nuova campagna prodotta da Rodolfo Loaiza può apparire, ad una prima occhiata, molto strana: chi mai si era immaginato che Hercules potesse baciare in modo passionale Aladino e non la bella Meg?

I disegni di Loaiza raffigurano i personaggi più malvagi della Disney scambiarsi baci molto coinvolgenti: Capitan Uncino sembra attratto da Jafar, l’antagonista di Aladino, e Ursula si sbaciucchia con Malefica. Ma chi avrebbe mai pensato che anche questi cattivi potessero provare dei sentimenti d’amore per qualcuno?

E non è tutto. Anche le principesse più belle e famose sono rappresentate in atteggiamenti diversi da come siamo sempre abituate a vederle. Jasmine, che vede il proprio Aladino baciare Hercules, si lega a Belle, la protagonista di “La bella e la bestia”. E poi ci sono anche Aurora e la Sirenetta, mentre si abbracciano strettamente.

E, per ultimo, non potevano mancare i principi azzurri, che però non salvano, con il loro bacio, le principesse, bensì un altro principe. Ecco a voi il bacio tra il cavaliere di Aurora e quello di Cenerentola.

Di una cosa siamo certi: l’artista messicano ha una grande fantasia.

Chi ha rotto la Coppa del Mondo?

Wolfgang Niersbach, presidente della Federcalcio tedesca, ha rivelato al giornale Der Spiegel che il trofeo della Coppa del Mondo si è scheggiato durante i festeggiamenti.
La Coppa del Mondo, realizzata in oro 18 carati con la base in malachite, ha un valore superiore ai 10 milioni di euro, ma l’originale è nei forzieri della Fifa.

La domanda che tutti si sono posti è stata Chi ha rotto la coppa del Mondo?
I bookmaker hanno ipotizzato varie risposte, ma tra i maggiori indiziati sembra esserci la cantante Rihanna che ha partecipato alla festa della Germania campione del mondo.
Oltre a Rihanna, in pole position ci sono: il capitano Lahm e il goleador Mario Götze, dati dai bookmaker a 11E ancora: un gruppo composto dai giocatori Schweinsteiger e Müller e l’allenatore Löw.