venerdì, 31 Luglio 2026

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Proposte dal mondo del cibo: ristorazione, dieta, ricette e cucina

Le zeppole di San Giuseppe (RICETTA)

Chi non le ha mai assaggiate non sa cosa si perde. Le zeppole di San Giuseppe sono un dolce tipico della festa del papà, appunto il 19 marzo che è anche San Giuseppe. Su questo dolce molte, anzi moltissime sono le storie relative alle sue origini, agli ingredienti, in alcune zone sono tipici dolci di Carnevale. Per fortuna, ultimamente questo dessert si trova quasi tutto l’anno, però noi, legati alle tradizioni lo prepariamo in questo periodo e sopratutto con la nostra ricetta.

Bisogna precisare che la pasta con cui prepariamo queste zeppole è chiamata pasta choux , la stessa con cui si fanno i bignè. La differenza tra le zeppole e i bignè sta nella forma e nella cottura le prime si friggono, i bignè si infornano, anche se qualcuno prepara anche le zeppole al forno.

Le zeppole di San Giuseppe (RICETTA)

Ingredienti

Per la pasta choux
400 gr acqua
300 gr farina 00 setacciata
50 gr burro
5 uova intere
2 cucchiai scarsi di olio di semi
3 cucchiai di zucchero

Per la crema pasticcera
4 tuorli
60 gr farina
160 zucchero
500 ml latte

Per guarnire
zucchero
amarene

Procedimento

Iniziamo preparando la crema pasticcera, così nel frattempo potrà riposare e raffreddarsi.
Sbattete le uova, aggiungete lo zucchero fino ad avere un composto bianco e corposo. A questo punto aggiungete la farina setacciata bene. Per ultimo aggiungete il latte caldo – non bollente – poco per volta e amalgamate il tutto velocemente. Versare il composto in un tegame e a fuoco basso mescolare sempre con un cucchiaio di legno, in un unico verso, finchè non si sarà addensata.
Per farla raffreddare copriamo con una pellicola per evitare la formazione di quella fastidiosa patina.

Le zeppole di San Giuseppe (RICETTA)

A questo punto prepariamo la pasta choux per le nostre zeppole.
In un pentolino mettete l’acqua, il burro, lo zucchero, l’olio e fate bollire giusto il tempo di far sciogliere il burro.
Togliete il pentolino dal fuoco e versate la farina setacciata girando molto velocemente con un cucchiaio di legno. Si formerà una palla, rimettete sul fuoco per qualche secondo finchè non si sarà staccata dal pentolino. Quest’operazione è molto veloce. Continuare a girare il composto.

Fate raffreddare. Aggiungete un uovo per volta e fate incorporare con lo sbattitore elettrico. Aggiungere l’altro uovo solo quando quello precedente sarà completamente assorbito. Vedrete che con l’aggiunta delle uova l’impasto diventerà più morbido. Dopo aver aggiunti tutte le uova mescolate velocemente con un cucchiaio di legno, per far prendere aria al composto e far sì che si gonfino in cottura.

È il momento di preparare la forma. Inserire il composto in una sac à poche , possibilmente di tela con un beccuccio piuttosto largo. Ritagliate dei quadratini di carta da forno. Formate una ciambella su questi quadratini. La dimensione della ciambella dipende da come vi piacciono le zeppole.
È il momento di cuocere i nostri dolci di San Giuseppe. La tradizione vuole che si friggano nello strutto, ma siccome non vogliamo attentare alla vita di nessuno noi preferiamo sempre l’olio di semi, meno grasso. Non va bene neanche l’olio d’oliva, essendo troppo pesante, le zeppole non si gonfiano e risultano poco digeribili.

Dunque immergete direttamente il quadratino di carta da forno con la vostra ciambellina nell’olio caldo, non bollente. Dopo qualche secondo la carta da forno si staccherà e potrete toglierla, girate la zeppola per farla cucinare da entrambi i lati. Siate delicati, appena dorata, con l’aiuto di una schiumarola, scolatela e passatela nello zucchero semolato, in alternativa potete spolverare dolo con dello zucchero a velo.
Sistemare su un vassoio, con la siringa per dolci o la sac à poche mettere la crema sulle zeppole e un’amarena. Ed ecco fatto.

Conoscete un modo migliore di fare gli auguri agli uomini più importanti della nostra vita? Tanti auguri papà!

Alimentazione: tre pasti al giorno sono sono troppi

La storica americana Abigail Carroll, nel suo libro ‘Three Squares: The Invention of the American Meal’, spiega che colazione, pranzo e cena sono solo invenzioni europee. Di queste diverse tipologie di pasti, infatti, si potrebbe tranquillamente farne a meno perchè mangiare tre volte al giorno non sarebbe strettamente necessario per il nostro benessere. Anzi, spiega anche che colazione, pranzo e cena non sono altro che tradizioni europee del passato tramandate, poi, agli americani.

Gli europei che si avventurarono alla conquista delle Americhe, infatti, credevano che consumare tre pasti al giorno fosse un segno di civiltà. Al contrario, invece, le popolazioni indigene non rispettavano un orario fisso e mangiavano quando volevano. Seguivano il ritmo delle stagioni e se in inverno il cibo scarseggiava, allora mangiavano poco o addirittura digiunavano. Due modi di vivere diversi, quindi, uno esattamente l’opposto dell’altro. Ma due mondi che, con il passare del tempo, hanno visto un perfetto punto d’incontro: i popoli americani hanno imparato la lezione europea e hanno scandito la giornata con la colazione di mattina, il pranzo e la cena prima di andare a letto.

Ma se avessero avuto ragione le popolazioni native d’America? A detta della Carrol, per mantenersi in forma, non fa differenza se l’individuo abbia o meno consumato il pranzo o la colazione. Oltretutto quest’ultima, non sarebbe il pasto più importante della giornata: una ricerca dell’università di Bath del 2014, sostiene che la colazione non ha nessun effetto sul metabolismo di un soggetto. Di una cosa si è certi: il digiuno occasionale è fonte di benessere e praticarlo una volta ogni tanto farebbe bene alle cellule del nostro corpo. E i nativi americani lo sapevano bene. Mark Mattson, neuroscienziato al National Institute on Aging, dice che chi salta i pasti è più in salute di chi si nutre al solito orario tutti i giorni.

In due parole: W la dieta.

Sushi, 5 motivi per cui lo amiamo

Vent’anni fa non avremmo mai immaginato che il sushi potesse insediarsi nella nostra tradizione culinaria, tantomeno nei nostri programmi per il sabato sera. Eppure è successo. Una città come Milano vanta più di 300 ristoranti di sushi, e questo la dice lunga su come stiano cambiando le abitudini delle nuove generazioni.
Ma perché ci piace così tanto mangiare pesce crudo e riso? Perché siamo pazzi di salsa di soia e ghiotti di temaki?
Ho osservato il fenomeno per più di un anno, e provato a individuare i motivi per cui mangiare sushi è così di moda.

È figo

Diciamocelo, il sushi è come l’orologio sul polsino della camicia negli anni ’80: fa molto figo. Tutto ciò che ci importa è distinguerci dalla massa, e fare cose che non tutti fanno troppo spesso.
Oggi siamo alla ricerca di posti e luoghi chic in cui sostare: la pizza, ormai, non è più glam.

È un simbolo di stato

Essere un mangiatore di sushi equivale a spendere un pò di più rispetto a un panino o una pizza, per cui mangiarlo significa comunicare al mondo di avere un portafogli più gonfio della media.
Ostentare ricchezza e ricercatezza è uno dei motivi per cui mangiare con le bacchette sia così alla moda.

È light

Beh non tutta la cucina giapponese è povera di calorie, ma una cena di sushi è senz’altro più leggera di un hamburger con patatine. Alle donne piace mangiarlo perché in tal modo non devono sacrificare il gusto nei periodi di dieta.

Per fotografarlo e postarne l’immagine

Nell’epoca del #foodporn tutti hanno l’esigenza di pubblicare tutte le cose belle che vengono fatte, e il sushi, in quanto simbolo di una certa èlite, è uno degli elementi più fotografati e condivisi sui social.

Per sentirsi al passo con i tempi

Mangiare sushi è un modo per stare al passo con i tempi, per sentirsi più moderni e in contatto con il resto del mondo.
Si tratta di una pietanza ricercata e alla moda: gustarne le prelibatezze ci da quell’aria di cittadini del mondo, pronti a sperimentare nuovi orizzonti.

Curry e co.: perché il cibo indiano ci piace da morire

Ricco di spezie e sapori eterogenei, il curry indiano è una delle pietanze più apprezzate al mondo. Oggi, grazie a uno studio condotto su più di 2.000 ricette indiane, gli scienziati possono affermare di aver scoperto il segreto che si cela al suo interno al livello molecolare: gli studiosi hanno infatti constatato che, a differenza del cibo occidentale in cui generalmente si tende ad accoppiare sapori simili, la cucina indiana fa uso di ingredienti che non contengono sapori che si sovrappongono l’un l’altro.

I ricercatori dell’Indian Institute for Technology di Delhi hanno esaminato quanto spesso degli ingredienti dai sapori più forti di altri venissero utilizzati nelle pietanze indiane, studiandoli al livello molecolare: “Abbiamo riscontrato – dichiarano gli studiosi – che l’appiattimento dei sapori nella cucina indiana è decisamente minore di quel che ci aspettavamo“. Attraverso la ricerca, è emerso che ingredienti come il masala o i peperoni vengono generalmente accostati a ingredienti che non contengono componenti chimiche a loro simili.

Una tendenza che non ha niente a che vedere con la cucina occidentale, i cui maggiori chef sostengono che ingredienti dai sapori simili (come per esempio il gorgonzola e il cioccolato) possono risultare buoni da gustare insieme perché contenenti le stesse sostanze chimiche. Un esempio lampante sono gli acetali, presenti nel whiskey, nel succo di mela e d’arancia e nelle barbabietole, mentre le fragole hanno componenti chimiche che si abbinano bene al vino bianco.

Nelle pietanze indiane, invece, più due ingredienti tendono a sovrapporsi al livello di sapore, meno si riuscirà a trovarli all’interno di uno stesso piatto: i ricercatori sono convinti che sia proprio questo a rendere più saporito il cibo indiano, che così conserva l’unicità di ogni singolo ingrediente. E sui 381 ingredienti utilizzabili al mondo gli studiosi hanno scoperto che la cucina indiana ne usa almeno 200.

Alcuni studi precedenti, peraltro, hanno messo in luce quanto il curry sia salutare, riducendo i dolori di artrite e prevenendo malattie come il morbo di Alzheimer. La maggior parte dei piatti a base di curry, infatti, contengono cumino, cardamomo, zenzero, aglio e capsico: tutte spezie dalle proprietà antibatteriche. Ed è questa la ragione per cui il curry viene consumato in regioni calde, dove c’è necessità di mantenere la carne in buono stato. L’aglio, il cumino e la cannella, infatti, possono distruggere fino all’89% dei batteri contenuti nella carne, così come lo zenzero può ridurne la produzione fino al 25%.