martedì, 14 Luglio 2026

Le studentesse universitarie

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La dura vita dello studente universitario

credits photo: catania.liveuniversity.it

Quando si inizia l’università si è sempre entusiasti, speranzosi e pieni di allegria . Ben pochi immaginano veramente a cosa vanno incontro. La verità è che, oltre ad aumentare la nostra conoscenza e a dare, si spera, possibilità per un futuro migliore, quando ci si iscrive ad un corso universitario si ottiene l’effetto domino. L’immatricolazione è solo la prima tessera che poi farà crollare, in seguito ad una serie disastrosa di eventi, il nostro stile di vita.

Esagerazioni ed ironia a parte, è proprio un’indagine svolta dai ricercatori della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità a dimostrare che gli studenti e le studentesse d’Italia hanno uno stile di vita poco salutare. La ricerca, pubblicata sugli Annali dell’Istituto Superiore di Sanità, ha visto partecipi ben 8516 studenti, tra i 18 e i 30 anni, di 10 università diverse.

Veniamo ai numeri. In primo piano appaiono le cattive abitudini alimentari: 4 su 10 mangiano frutta in modo adeguato e solo 2 su 10 seguono le raccomandazioni nazionali per il consumo di verdura. L’11,3% consuma, poi, quantità davvero eccessive di caffeina, che da alleata diventa nemica. Troppi gli studenti che fanno una vita sedentaria, 3 su 10, per la maggior parte donne, e troppi anche quelli che cedono spesso alle tentazioni del tabacco (24%) e dell’alcol (42%). Un 2% degli studenti universitari ha anche ammesso di aver fatto uso di cocaina, mentre sono il 40% quelli che hanno fumato uno spinello almeno una volta. Poca l’attenzione alla salute riproduttiva, con visite dal ginecologo ridotte al minimo, e altissimo il rischio di abuso e di dipendenza da tecnologia.

Insomma, un quadro veramente disastroso ma che serve, secondo Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, per programmare una migliore prevenzione. Per i ricercatori basterebbe poco per migliorare la situazione: sostituire gli snack ipercalorici dei distributori automatici con porzioni di frutta e verdura, incrementare le strutture sportive nei campus, corsi di educazione all’uso delle tecnologie e sportelli di counseling dentro gli atenei.

I pro e i contro per chi studia all’estero

Credits photo: annoallestero.it

Studiare all’estero è un’esperienza – lo dicono tutti, genitori, insegnanti, ministri, datori di lavoro. Per valutarne gli effetti a lungo termine sono arrivati persino degli studi ad hoc. Uno di questi, realizzato dalla Johannes Kepler Universitat di Linz ha comparato un campione di 540 studenti con esperienza all’estero con uno di controllo che aveva studiato solo ed esclusivamente in Italia. Tutto ciò per dimostrare che studiare all’estero produce dei cambiamenti, sotto tutti i punti di vista, con riscontri positivi e negativi per lo studente. Ma quali sono?

Decidere di fare i bagagli, lasciare casa e immergersi su libri scritti in lingua straniera, a differenza di quel che si pensi, non è la priorità nè il sogno di tutti. C’è chi può farne tranquillamente a meno e chi non ne ha il coraggio; chi parte, invece, spesso e volentieri lo fa con totale leggerezza. Pensate, infatti, a tutti quei ragazzi tra i 14 e i 18 anni che decidono di lasciare casa per un anno per dirigersi in alcuni casi verso un continente completamente nuovo; loro sono spesso decisi sulla loro scelta ma anche inconsapevoli dei rischi.

Sapere che impareranno una nuova lingua è quasi scontato. Nel più dei casi, è proprio questa la molla che li spinge a partire. Al di là del confine o dell’oceano, ci sono però anche le prime esperienze di vita.
Vivere all’estero comporta un netto distacco da famiglia e amici che, per alcuni, può segnare il crollo definitivo di certi rapporti, soprattutto al ritorno: è in quel momento che si nota la differenza, che ci si sente sperduti, incompresi e diversi, mentre a casa appare decisamente tutto uguale.

E voi? Sono cambiate le vostre esigenze, le priorità nelle relazioni, vi mancano gli amici incontrati all’estero e soprattutto sapete che la persona di cui vi siete innamorati è destinata ad uscire dalla vostra vita. La nostalgia non tarda a farsi sentire e per un periodo vorreste avere il tasto rewind per rivivere tutto e non tornare a casa. Passato un po’ di tempo, andare avanti diventa più facile e questo spesso comporta anche la nascita dei primi dubbi.

“Ho davvero scelto il giusto percorso?”, “Sono andato a studiare nel Liceo/Università migliore?” Tutte domande lecite che a volte hanno risposta negativa. Ottenere degli accordi è infatti difficile e gli istituti italiani sono spesso sottovalutati. Lo svantaggio di partire senza un’idea di dove si va è proprio quella di trovarsi nella situazione di abbassare il proprio livello.

Ma se si dovesse tornare indietro, sarebbe davvero meglio rinunciare all’esperienza per mantenere un equilibrio affettivo e procedere in maniera spedita verso il diploma o la laurea? Le ricerche non riescono a dare risposta a questa domanda ma dimostrano che nel raggio del lungo termine si avvertono vantaggi diversi per chi ha studiato all’estero.

Innanzitutto la lingua. Il primo giorno tutto era nuovo e, a stento, riuscivate a comprendere il professore che vi ripeteva per l’ennesima volta lo stesso concetto, dopo qualche mese, invece, non solo non avevate bisogno di una seconda spiegazione ma eravate voi stessi a fare le domande e presentare le vostre riflessioni: è così che quella è diventata la vostra seconda lingua. Avete lottato per impararla e vi siete impegnati per farla vostra coltivando anche nuovi rapporti sociali.

Proprio questi ultimi non sono da sottovalutare, non solo perché sono un vasto arricchimento culturale, ma perché permettono di creare una rete globale di amicizie che in un futuro potrebbero portarvi a vivere all’estero con facilità.

Chi parte una volta, infatti, diventa indipendente e si innesca in lui una curiosità a tutto tondo. Il primo viaggio lo spinge a voler superare ogni confine e lanciarsi in avventure diverse. Questa propensione verso l’estero, non solo è considerata positiva dai datori di lavoro, ma è anche segno di apertura mentale, adattabilità, coraggio e tenacia. Studiare all’estero aiuta a sentirsi parte di un’altra cultura ed è per questo che spesso e volentieri i ragazzi si sentono come se avessero lasciato una parte di sé nella città in cui hanno studiato.

In fondo è così. Quando si lascia l’estero, si porta con sé qualcosa di nuovo che in parte aiuterà lo studente ad affrontare i problemi, i viaggi futuri, le sfide e le sconfitte con l’occhio di chi il mondo non solo l’ha studiato, ma ha anche iniziato a viverlo.

Università italiane, quale futuro?

Nessuna delle università italiane nelle prime cento al mondo. È questo il risultato della classifica generale World University Rankings, impietoso per il nostro paese: bisogna arrivare fino alla 187esima posizione per trovare il nome del Politecnico di Milano. Ed è un sorriso fittizio, perché se da un lato festeggia la risalita (lo scorso anno era al 229esimo posto mondiale) dall’altra parte manifesta un realtà, quella del nostro paese, in declino.

Quale futuro per le università italiane? Patrimonio di bellezza, cultura, energia e sostenibilità. Così ricca di opportunità, stage, attenta ai bisogni degli studenti. Questi i dati presi in esame anche dal Sole 24 Ore. E chissà, forse, questo non è poi così vero.

Al primo posto, per la quarta volta consecutiva, troviamo il Massachusetts Institute of Technology (Mit) seguito da Harvard, come immaginato. Cambridge University e Stanford sono in terza posizione. Nella classifica delle migliori 800 scuole al mondo (e dico 800) ci sono solo 26 università italiane: tra gli atenei, oltre al Politecnico possiamo trovare per esempio l’Università di Bologna (204) e l’Università degli Studi di Roma – La Sapienza (213). Seguono poi l’Università degli Studi di Milano (306), l’Università degli Studi di Padova (309), il Politecnico di Torino (314) e l’Università degli Studi di Pisa (367).

Le università italiane sono state classificate, come sempre, dal Sole 24 Ore e il risultato non sembrerebbe portare molte sorprese. La “classifica della qualità universitaria” stilata dal quotidiano è un ottimo strumento per mettere a confronto i vari atenei italiani, fondamentale anche per l’orientamento degli studenti. La classifica si basa sulle informazioni del Miur e dall’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca.

Tra le università statali spicca Verona, Treno e il Politecnico di Milano.

E cosa dire delle università private? Bocconi, Luiss, San Raffaele, Cattolica i nomi più illustri.

Quale futuro per le università italiane, nel mondo?

Università finita: e adesso?

Credits: www.hirevue.com

Ci siamo: è il primo giorno della nostra nuova vita dopo l’università. Niente risvegli bruschi, nessuna lezione da seguire e sopratutto nessun libro da studiare. Inizia un nuovo ciclo in cui dobbiamo darci da fare per dimostrare al mondo chi siamo realmente e quanto valiamo. Poi arrivano quei giorni in cui mandi curriculum su curriculum; passano mesi e poi anni in attesa di una svolta, un cambiamento nella nostra vita, restando in attesa di una risposta positiva, mentre guardiamo quella pagina di posta elettronica che non si aggiorna mai, ma resta fissa sempre sulle stesse email di pubblicità e spam.

Il lavoro dopo l’università comincia così: senza una paga, sgobbando duramente per la gloria, senza ricevere un ringraziamento. Viviamo in una realtà ostile, dove circolano sempre gli stessi nomi delle stesse persone, mentre noi, che ci chiamiamo Nessuno, non abbiamo la minima possibilità di dimostrare chi siamo prima di essere etichettati. Sogniamo una realtà diversa, dove ciò per cui abbiamo studiato duramente durante l’università, venga messo in pratica con il lavoro che aspettavamo e per il quale bramavamo dieci anni fa.

La realtà può però colpirci duramente ed è tempo di affrontarla. Il problema delle università italiane è questo: si studia tanto e ci si laurea senza avere la preparazione adeguata per il mondo del lavoro. Non esiste l’opportunità; per citare una canzone, solo “uno su mille ce la fa”, ma per anni si hanno aspettative e speranze che scompaiono, sostituite da sentimenti di negatività, delusione e sconforto.

Che fare? Dobbiamo rinunciare al nostro lavoro dei sogni? È proprio quando abbiamo voglia di mollare tutto che dobbiamo rimboccarci le maniche e dare del nostro meglio, anche se la carriera che sognavamo di fare inizialmente non era quella che stiamo svolgendo ora. Il lavoro dei nostri sogni esiste, non è impossibile. Il segreto è perseverare, sperare e impegnarsi, ma senza dimenticarci di sognare.