giovedì, 29 Gennaio 2026

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Gli ottimisti vivono più a lungo

“Essere ottimisti allunga la vita”: ad affermarlo non sono più solo persone solari, intraprendenti e determinate, che riescono a vedere il bicchiere mezzo pieno anche nelle situazioni più difficoltose, ma anche uno studio dell’University College of London, che attesta scientificamente il valore di questa dichiarazione. Il think positive (pensare positivo) non sarebbe quindi solo un modo per superare le difficoltà al meglio, ma anche per vivere a lungo. Vediamo più da vicino che cosa hanno scoperto gli studiosi della famosa università londinese.

Non è la prima volta che gli scienziati parlano di correlazione tra ottimismo e longevità: anche l’American Psycomatic Society in passato aveva dichiarato che il pessimismo incrementa la possibilità di morire per attacchi di cuore o tonsillite.
Guardando proprio a questi due problemi sono dunque intervenuti gli studiosi della più antica Università di Londra, che sulla base dei dati da loro raccolti hanno affermato che oggi sono 2,3 milioni in Inghilterra le persone che soffrono di problemi di cuore alle coronarie mentre 375000, quelle morte negli Stati Uniti d’America per lo stesso problema.

Le cause principali, come ben si sa, sono principalmente uno stile di vita non sano, che comprende i cibi consumati, il fumo e l’eccessiva attività fisica.
Così Andrew Steptoe, professore della British Heart Foundation, insieme al suo team ha avviato uno studio per verificare se gli ottimisti avessero realmente più probabilità di superare il rischio di incorrere in questi disturbi, un po’ come chi affronta con forza e determinazione la chemioterapia, ha maggiori possibilità di sconfiggere il tumore.

Le ricerche su 369 ex pazienti hanno portato Andrew Steptoe a scoprire che un anno dopo l’intervento per un problema al cuore, metà delle persone più pessimiste non aveva smesso di fumare, mentre l’85% tra gli ottimisti aveva dimenticato completamente la sua dipendenza dalla sigaretta.

I risultati sembrano andare nella stessa direzione se si guarda al regime alimentare: solo il 20% dei pazienti pessimisti si nutriva con il giusto apporto di frutta e verdura, mentre gli ottimisti che rispettavano i consigli per la dieta erano il doppio, ben il 40%.
Pare dunque che l’ottimismo renda più facile al soggetto depurare il proprio organismo da tutto ciò che è nocivo, mentre chi è pessimista, probabilmente ricerca proprio in cibi ricchi di grassi e nella nicotina, quello sfogo che non può sempre esplicitare con le parole.

Come conclusione il Dr Mike Knapton, direttore medico associato nella medesima British heart foundation, ha proclamato che il prossimo passo per questa ricerca sarà dimostrare che la psicoterapia come terapia cognitiva comportamentale per aumentare l’ottimismo può migliorare i risultati nelle persone pessimiste.

Un ulteriore input dunque per la scienza, che si propone ogni giorno nuove sfide per incrementare le possibilità di vivere a lungo per tutti. Ma se già tra voi che leggete si nasconde un animo pessimista, il consiglio è quello di sorridere e lasciare alle spalle i cattivi pensieri, perché come diceva il grande maestro Roberto Begnigni, la vita è bella.

Memoria fuori forma: basta un po’ di allena-mente

A chi non succede di avere vuoti di memoria: non riconoscere qualcuno per strada o non riuscire a ricordarsi il nome di un conoscente è roba di quotidiana amministrazione. Eppure, per alcuni, episodi simili sono così frequenti da risultare persino imbarazzanti: la memoria corta potrebbe essere, allora, sintomatica di qualcosa di ben più grave del regolare invecchiamento o dell’aumento dello stress.

Peraltro, se è vero che la memoria inizia a vacillare con l’avanzare dell’età, è anche vero – perché scientificamente provato – che il calo effettivo delle facoltà cognitive comincia non con la mezza età, bensì intorno ai 25 anni.

Ad avere il più forte impatto sulle funzioni mnemoniche sono, però, le malattie: l’attivazione del sistema immunitario richiede un quantitativo di energie che viene temporaneamente sottratto al cervello, indebolendone la normale attività. Dal diabete alla carenza di vitamina B12, dall’ipotiroidismo all’obesità, si tratta di patologie che se trascurate possono accelerare il deterioramento del sistema cognitivo talvolta in maniera persino irreversibile (con l’insorgere di Alzheimer e demenza vascolare).

Ad ogni modo, secondo il naturale processo di invecchiamento, a partire dal settantesimo anno d’età anche il più salutista di noi va incontro a un inevitabile “Deterioramento cognitivo lieve” (MCI), generalmente riscontrabile nell’incapacità di immagazzinare nuove informazioni o di ricordare il contesto in cui le si è apprese.

Assumere regolarmente vitamina B12 e acido folico può senz’altro aiutare, ma più efficace ancora sarà condurre uno stile di vita che tenga sempre mentalmente stimolati, leggendo più libri, giocando di più, cimentandosi in puzzle e godendosi la socialità.

Come prevenire la perdita dell’udito: dal lavoro ai concerti

L’udito è uno dei 5 sensi, utile a comunicare, attivare i riflessi, stimolare le nostre emozioni e mettere in guardia dai pericoli.

L’orecchio interno non solo permette di percepire le frequenze, che altro non sono che i suoni, ma è necessario per orientarsi nello spazio.

I danni uditivi derivanti dall’eccessiva esposizione al rumore sono più diffusi di quanto comunemente si pensi, con l’acufene che rappresenta una conseguenza piuttosto frequente.

Si tratta di un disturbo soggettivo caratterizzato principalmente da un fischio continuo nelle orecchie, spesso irreversibile.

Altri danni possono essere abbastanza gravi da richiedere l’utilizzo di apparecchi acustici ad hoc. Ad esempio l’ipoacusia, ovvero la perdita progressiva dell’udito, è irreversibile, inizia ad alte frequenze e si nota solo dopo decenni.

Un danno uditivo si manifesta intorno ai 60 o 70 anni: ecco perché è importante prevenire fin da subito.

Se le cause principali sono l’inquinamento acustico e l’ascolto di musica con auricolare a volume troppo elevato, anche i concerti o la discoteca rappresentano un rischio, come d’altro canto i lavori che richiedono l’uso di macchinari rumorosi.

Almeno con frequenza annuale, specialmente se si è sovraesposti ai rumori, è consigliata una visita di controllo a partire dai 40 anni.

In questo articolo esamineremo due diverse situazioni in cui sono richieste pratiche di prevenzione: sul luogo di lavoro e ad un concerto.

Come prevenire la perdita uditiva durante il lavoro

L’esposizione continua a forti rumori in ambiente lavorativo può provocare effetti negativi sulla salute.

Rumori forti, come prove dei motori a scoppio o a reazione, taglio e lavorazione di specifici materiali e tranciatura di metalli sono attività, senza le giuste precauzioni, che possono portare alla perdita parziale o totale dell’udito.

Vi sono vari metodi per prevenire il danno acustico, come l’utilizzo di caschi o cuffie antirumore. Quest’ultime sono ampiamente utilizzate.

Come accennato in precedenza, fare visite periodiche è il primo metodo di prevenzione, ma ogni datore di lavoro è obbligato per legge a effettuare controlli periodici utili a valutare il rischio dell’ambiente lavorativo.

Come prevenire la perdita di udito quando ci si diverte: i concerti

È importante considerare che la causa più comune di sordità è il rumore, e per alcune persone le conseguenze possono essere serie.

I forum online sono pieni di testimonianze di persone che lamentano perdita di udito o acufeni dopo anni di frequentazione di concerti senza protezioni auricolari.

Disturbi di questo tipo possono verificarsi quando ci si espone a suoni o rumori particolarmente elevati per un lungo periodo di tempo, come durante festival musicali o concerti.

Spesso, questa mancanza di precauzioni può essere attribuita a una momentanea distrazione o a una sottovalutazione del rischio.

Tuttavia, è fondamentale considerare che il volume dei concerti normalmente si colloca tra i 100 e i 120 decibel, e l’insorgere delle patologie può verificarsi già a 110 decibel dopo soli due minuti di esposizione.

Andare ai concerti con i tappi auricolari, ad esempio, dovrebbe essere considerato una pratica normale, assimilabile all’uso del casco in moto.

Uomini, la vostra biancheria intima può incidere sulla vostra salute

Boxer, slip, e perché no, perizomi, sono alcuni fra i vari tipi di biancheria intima che è possibile trovare nel guardaroba di un uomo. Da sempre sono oggetto di regali e pensierini di Natale delle fidanzate, o per chi ce l’ha dell’amante. Quest’anno ne sono stati regalati più di 500.000.

Potremmo dire Paese che vai mutanda che trovi, visto che indagini di mercato effettuate hanno dimostrato che gli slip sono prediletti dagli scozzesi (ma non si diceva che sotto il kilt, niente?), i londinesi optano invece per linee più avvolgenti, mentre gli uomini del Midlands e del Galles sono appassionati di boxer.

Ma il tipo di biancheria intima che si sceglie potrebbe essere più di una semplice moda o dichiarazione culturale. Gli esperti ora credono che possa incidere anche sulla salute. Allergie, dolori, infertilità, eczemi, sono solo alcuni disturbi causati dalla cattiva scelta della biancheria intima, che invece merita una certa attenzione.

Dermatite

Adam Friedmann, dermatologo presso l’Ospedale Whittington e la clinica dermatologica Harley Street di Londra, ha spiegato che le pieghe del corpo sono soggette ad una forma di dermatite nota come intertrigo, che lascia la pelle rossa e dolente. Negli uomini questo è più comune, in particolar modo nella zona dell’inguine. Noto colloquialmente come “prurito Jock”, è aggravato dal materiale della biancheria intima, sostiene il Dott. Friedmann. L’intertrigo è causato da una combinazione di eczema, una lieve infezione fungina (funghi che vivono in particolare nelle zone calde e umide) e un irritante, come il sudore.

Per prevenire o ridurne i suoi sintomi, il Dott. Friedmann consiglia sempre agli uomini di indossare biancheria intima realizzata con materiali assorbenti come il cotone, che assorbe il sudore e lascia traspirare la pelle.
Materiali meno assorbenti, come la seta, il nylon e la lycra, possono peggiorare il problema, soprattutto se si sceglie biancheria molto stretta che mantiene i testicoli vicini al corpo“, sostiene Christopher Eden, professore di urologia presso l’Ospedale di Guildford, “perché i testicoli, generalmente caldi e sudati, possono essere un focolaio per i funghi in quanto forniscono un ambiente caldo e umido“.

Allergia

Non solo il tessuto ma anche il colore della biancheria intima potrebbe causare problemi. Il composto PPD infatti, che viene utilizzato come tintura nera di scarsa qualità nei prodotti a basso costo, può provocare un’allergia da contatto. Quindi è preferibile attenersi a marchi conosciuti.

Infertilità

Fino a poco tempo fa, agli uomini che desideravano migliorare i loro spermatozoi veniva detto di condurre una vita sana, di non fumare, di non assumere alcolici, droghe, e veniva data allo stile di vita una grande importanza per la fertilità.
In realtà, recenti studi hanno dimostrato che lo stile di vita incide solo in maniera minimale nella “qualità dello sperma”, mentre un fattore molto più importante è il tipo di intimo.
Per rendere gli spermatozoi sani infatti, i testicoli devono essere un grado o due sotto la temperatura corporea, ed è per questo che l’evoluzione ha previsto che essi fossero “appesi” fuori in un proprio “sacco”, dove c’è appunto più fresco.
Gli slip stretti impediscono il raffreddamento, mettendo a rischio questa scelta evolutiva. E la stessa cosa vale per i pantaloni troppo aderenti. Molto più indicati sono invece i boxer e i pantaloni non aderenti.

I ricercatori dell’Università di Manchester e Sheffield hanno studiato 900 uomini con problemi di oligospermia o di azoospermia e hanno cercato fattori comuni. Un primo risultato sorprendente è che il numero di fumatori e di non fumatori era identico, ad indicare che il fumo non incide sulla fertilità. Si è invece visto che la maggior parte di loro indossava intimo stretto o pantaloni aderenti.
Quindi, indossare boxer non ti garantisce certo di diventare papà, ma ne aumenta di molto le possibilità.

Cambiare intimo quotidianamente

Si sa, gli inglesi non sono famosi per la loro igiene personale, e un’altra conferma in tal senso ci viene fornita da un sondaggio condotto dalla Mintel nel 2012, secondo cui un quinto degli uomini inglesi non cambia la propria biancheria intima ogni giorno. Così facendo, aumenta il rischio di infezioni fungine come la candida e il mughetto. E il fetore, aggiungerei.
Ma questo consiglio non vale solo per gli uomini, lo estenderei a tutto il genere umano e se ce ne fosse bisogno, da poter ripetere più volte al giorno. Ma non ci distraiamo, torniamo agli uomini.

Avete bisogno di supporto?

Gli uomini in realtà non hanno bisogno di un sostegno scrotale fermo per la loro salute“. “Dopo tutto“, afferma il professor Eden, “i vestiti sono relativamente un’invenzione moderna. La biancheria aderente non fermerà il cedimento legato all’invecchiamento. Con l’avanzare dell’età, l’ elastina (la componente elastica della pelle) diminuisce, causando le rughe e la pelle flaccida, e questo vale anche per lo scroto. E la biancheria intima di supporto questo non può cambiarlo“.

Gli uomini sarebbero più sani e fertili senza mutande?

Come sostiene il Professor Eden “Probabilmente gli uomini starebbero meglio senza indossare biancheria intima, dato che ciò ridurrebbe la sudorazione e di conseguenza il rischio di infezioni della pelle, e potrebbe migliorare la fertilità“. E l’igiene? Dove la mettiamo?

Se uscire senza mutande non fa per voi, il professor Eden raccomanda però quantomeno di non usarle di notte. Dormire nudi infatti permetterebbe all’area in questione di respirare, restare alla temperatura ideale e aiutare la fertilità.