lunedì, 26 Febbraio 2024

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Come ridurre i fastidiosi dolori del ciclo mestruale

dolori mestruali
dolori mestruali

Per una donna che ha raggiunto la pubertà, le mestruazioni sono una parte normale della vita. Purtroppo, durante il periodo mestruale, sono molte le donne hanno a che fare con i cosidetti dolori mestruali , fastidi che riguardano soprattutto la zona addominale del corpo. Vediamo insieme alcuni suggerimenti pratici per combattere
in modo “casalingo” i fastidi legati al ciclo mestruale.

-Perridurre i dolori mestruali, si possono fare degli impacchi di acqua calda da posizionare poi sul ventre. Questi impacchi contribuiscono efficacemente a combattere i crampi addominali e agiscono rilassando i muscoli contratti dell’utero.
-Un’altro rimedio contro i dolori del ciclo mestruale consiste nel massaggiare la zona addominale con un po di olio tiepido, avendo cura di eseguire movimenti circolari con entrambi le mani. Il massaggio può essere eseguito sia stando in piedi che da seduti o da sdraiati.
-Un ulteriore suggerimento consiste nell’adoperare l’aceto di mele per diminuire i crampi e l’irritabilità legata al ciclo. Aggiungere due cucchiai di aceto di mele non filtrato all’interno di un bicchiere di acqua e bere il composto
almeno due volte al giorno, per tutta la durata del periodo mestruale.
-Ovviamente si consiglia di mangiare cibi sani durante il periodo mestruale. In modo particolare, come è possibile leggere nel nostro precedente articolo qui , prediligere l’assunzione di alimenti ricchi di vitamina c in modo da alleviare i dolori e da rafforzare i vasi sanguigni. Largo spazio dunque al consumo di peperoni, verdura a foglia verde, pomodori e arance,
-Suggeriamo anche di bere dagli otto ai dieci bicchieri di acqua al giorno. Infatti, bere i liquidi durante il periodo mestruale è importantissimo perché aiuta i fluidi a correre rapidamente attraverso il corpo, riducendo il gonfiore addominale e i crampi allo stomaco.
-Infine consigliamo di utilizzare la curcuma come rimedio per alleviare i crampi mestruali. Aggiungere un cucchiaino di curcuma in un bicchiere di latte caldo e bere due volte al giorno per un paio di giorni.

Gli occhi: lo specchio della salute

Specchio dell’anima? Non solo. Il colore degli occhi costituirebbe un indizio rilevante circa il nostro stato di salute: è quanto emerge dalle ricerche condotte dagli specialisti del campo per anni, ricerche in cui si mette in relazione il colore dell’iride con la sensibilità al dolore, con la possibilità di sviluppare malattie come il diabete o con la sveltezza mentale. L’ultimo studio in materia, portato avanti dagli scienziati dell’Università di Pittsburgh, ha contribuito ulteriormente a stabilire cosa rappresentano gli occhi: lo specchio della salute e, per giunta, del diverso modo di metabolizzare il dolore fisico. La professoressa di anestesiologia Inna Belfer, nel monitorare un gruppo di 58 donne incinte, ha infatti constatato che le donne dagli occhi chiari soffrono molto di meno durante il parto rispetto a quelle dagli occhi castani o neri.

Fino a tempi recenti, si credeva che esistesse un tipo di gene specifico per gli occhi chiari e un altro per gli occhi scuri: un’ipotesi completamente smentita dal Dottor Jari Louhelainen, esperto di scienze bio-molecolari presso la Liverpool John Moores University, che ha dimostrato che il colore dell’iride dipende da 12-13 varianti presenti nei geni di ciascuna persona. In base a questi marker genetici è possibile prevedere, con margine di precisione che si aggira intorno al 70-90%, di che colore saranno gli occhi di un bambino in procinto di nascere. Questi stessi geni, essendo “multi-tasking”, possono essere determinanti anche in fatto di salute: per esempio, l’NCX-4 – che è connesso agli occhi scuri – controlla svariate proteine, di cui una è stata recentemente associata al dolore.

Anche la melanina, il pigmento che rende gli occhi più scuri, risulterebbe determinante per quanto riguarda la suscettibilità rispetto all’alcol: stando a un sondaggio condotto alla Georgia State University di Atlanta su più di 12.000 tra uomini e donne, i soggetti con occhi chiari parrebbero consumare decisamente più alcol se confrontati a quelli con occhi marroni o neri. Il motivo per cui le persone con gli occhi scuri farebbero un uso di alcol più moderato risiede nel fatto che, in effetti, gliene basta di meno per raggiungere lo stato d’intossicazione. Eppure, la stessa melanina non è legata soltanto alla pigmentazione, ma fa anche da isolante nelle connessioni elettriche tra le cellule nervose del cervello: una maggiore concentrazione di melanina comporterà, così, maggiore efficienza e velocità nelle operazioni mentali nei soggetti con occhi scuri. Le persone dagli occhi azzurri, dal canto loro, possono vantare un atteggiamento più strategico, una tendenza più spiccata alla pianificazione.

Tuttavia, come ha confermato una ricerca italiana del 2011, le persone con gli occhi chiari sono più inclini a sviluppare patologie diabetiche: dei soggetti monitorati nelle regioni di Lazio e Sardegna, infatti, ben il 21% è risultato avere gli occhi azzurri. E gli occhi chiari sembrerebbero essere associati anche coi problemi di udito: i ricercatori del National Hospital di Londra sono del parere che la melanina aiuti a proteggere le cellule nervose dai danni provocati dall’inquinamento acustico.

Per quanto riguarda le influenze esercitate, invece, sulla personalità, già nel 1977, all’interno del Journal of Social Psychology, si evidenziava come le persone dagli occhi chiari fossero meno propense a fare confidenze ai propri intervistatori: un dato riconfermato nel 2006 grazie allo studio di alcuni psicologi tedeschi, che hanno riscontrato quanto i bambini dagli occhi azzurri siano più introversi e diffidenti rispetto a quelli dagli occhi scuri. Inoltre, nel 2010, dei ricercatori cechi hanno scoperto che gli uomini con gli occhi castani sono quelli più comunemente percepiti come “dominanti”: questo perché, a loro dire, gli occhi azzurri sono generalmente associati all’infanzia – un’associazione che porta a percepire le persone con gli occhi chiari in chiave decisamente più bambinesca.

Cancro: Torino ospita il primo festival sulla prevenzione

sky.it

“Cancro? No grazie” è il primo festival al mondo che tocca i temi della prevenzione e dell’innovazione nella lotta contro il cancro. Ad ospitare questa significativa manifestazione sarà la città di Torino: dal 19 al 21 settembre il capoluogo piemontese diventerà un brulicare di incontri e dibattiti riguardanti i tumori e la loro prevenzione.

Perchè il vero segreto per non ammalarsi di cancro sta nel giocare in anticipo sulla malattia. L’Italia purtroppo non brilla in questo senso: solo lo 0,5% della spesa sanitaria complessiva – contro una media UE del 2,9% – è stata investita per fare reale attività preventiva.

Attività che invece verrà svolta e promossa durante tutto il Festival, con la distribuzione di gadget utili come opuscoli informativi, metro per misurare il girovita e contapassi.

Si, perchè la base per la prevenzione al tumore è l’esercizio fisico. E Torino non è stata scelta come sede di questa iniziativa a caso: la città è infatti stata eletta la Capitale Europea dello Sport.

Ma non solo l’attività fisica è un ottimo alleato per prevenire un tumore. Un’alimentazione corretta e una particolare attenzione posta al consumo di alcol e tabacco sono atri due elementi essenziali per evitare la malattia.

Il Festival – organizzato da AIOM, dalla Fondazione “Insieme Contro il Cancro” e da Healthy Foundation – prevede anche la presenza di alcuni illustri personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport: da Massimiliano Allegri a Valentina Vezzali, da Antonio Nocerino a Aldo Montano per finire con Ciro Ferrara e Maurizio Damilano.

Il vero obiettivo del Festival – di cui si fanno promotori anche questi grandi testimonial – è però uno solo: portare il messaggio della prevenzione e dell’innovazione ogni anno in una città diversa, organizzando così una manifestazione itinerante.

Perchè prevenire è meglio che curare. Sempre.

Il perfezionismo nuoce gravemente alla salute

Spesso si è portati a credere che il perfezionismo sia qualcosa di lodevole, eppure recenti studi dimostrano che può avere effetti davvero nocivi, provocando non solo stress psicologico, ma anche dolore fisico, con disturbi che variano dalla sindrome dell’intestino irritabile all’insonnia, alle disfunzioni cardiache – se non addirittura morte prematura.

La Dottoressa Danielle Molnar, psicologa presso la Brock Univesity in Canada, anzi, ritiene che il perfezionismo sia causa di malattie al pari dell’obesità e del fumo.Non si fa che promuovere continuamente il perfezionismo e i benefici che se ne traggono in termini di successo lavorativo o accademico, eppure – sostiene la Molnar – esso è all’origine di un gran numero di disturbi, tra cui l’aumento delle infezioni e la morte prematura. Per tanto, credo che vada considerato dai medici come un dato da non trascurare in rapporto alla salute dei pazienti.

Si ritiene siano due su cinque le persone con tendenze perfezioniste. Un numero che sta, in realtà, crescendo a causa di social media come Facebook e Twitter, i cui utenti sembrano sempre più ossessionati dalla preoccupazione di essere o, meglio, di apparire perfetti. A stabilirlo è il Dottor Gordon Flett, professore di psicologia alla York University del Canada che ha dedicato ben 20 anni della sua vita a indagare il nesso tra perfezionismo e psicologia. “È normale voler essere perfezionisti in un determinato ambito della propria vita, come per esempio quello lavorativo – afferma il Dottor Flett – tuttavia, quando la cosa degenera in un bisogno ossessivo di perfezione a 360°, portando a desiderare un lavoro perfetto, un bambino perfetto, una relazione perfetta, un corpo perfetto e così via, può causare livelli di stress estremamente alti e può incidere negativamente non solo sui nostri rapporti, ma anche sulla nostra salute.

Il Dottor Flett ha così delineato tre tipi di perfezionisti: gli “autoreferenziali”, gli “alter-autoreferenziali” e gli “eterorefenziali”. Gli auto-referenziali si basano esclusivamente sui propri personali standard di perfezione; gli alter-autoreferenziali, invece, sono quelli che impongono determinati standard agli altri, alla maniera del temutissimo chef Gordon Ramsay; gli eteroreferenziali, infine, sono perfezionisti che rispondono all’etichetta sociale, che soddisfano le richieste di genitori, datori di lavoro e colleghi: un esempio su tutti è quello del celebre tennista Andre Agassi, che il padre – da alter-autoreferenziale – costringeva ad allenarsi strenuamente nonostante il caldo torrido della Florida. I perfezionisti che impongono i propri canoni di perfezione agli altri finiscono, peraltro, col generare in questi ultimi un forte sentimento di disprezzo – tant’è che Agassi nella sua autobiografia ha poi dichiarato di odiare il tennis, un odio probabilmente originatosi a partire proprio da quegli allenamenti e da quei sacrifici eccessivi cui veniva costretto da bambino.

Ad ogni modo, gli studi della Dottoressa Molnar hanno dimostrato che il perfezionismo da etichetta sociale causa, in maggioranza, sofferenze fisiche: la ricerca, condotta su 500 adulti di età compresa tra i 24 e i 35 anni, consisteva nel rispondere a un questionario chiamato “La Scala Multi-Dimensionale del Perfezionismo”, che rendeva possibile stabilire se i soggetti fossero dei perfezionisti e, qualora lo fossero stati, di che tipo. Dai risultati si è evinto che i perfezionisti da etichetta sociale non godevano di buona salute, andavano spesso a farsi visitare dal medico e prendevano più giorni di malattia.

In maniera ancora più allarmante, un altro studio ha dimostrato che ambire incessantemente alla perfezione aumenta il rischio di morte prematura. Nel corso di questo studio della durata di sei anni, i ricercatori della Trinity Western University nel Canada hanno preso in esame 450 adulti – perfezionisti e non – dai 65 anni in su: i perfezionisti sono risultati essere del 51% più a rischio di morte prematura.

Il problema è che è davvero raro che i perfezionisti chiedano aiuto e anche qualora gli si dia supporto, lo interpretano come una forma di giudizio o di critica nei loro confronti per il fatto di non essere in grado di prendersi cura di se stessi, mentre il supporto e la socialità sono gli elementi che più contribuiscono a migliorare la salute e persino ad allungare la durata della vita. Ma i perfezionisti il più delle volte se ne privano: “Non hanno molta cura di sé“, spiega il Dottor Flett. “Spesso si chiedono perché si sentano poco bene, avvertendo la malattia come un fallimento e costringendosi a trascurarla, negandosi il tempo necessario a guarire ed evitando di chiedere aiuto“: un atteggiamento che rallenta la ripresa e può provocare ulteriori disfunzioni, soprattutto al livello cardiaco. Stress, insoddisfazione cronica e mancanza di supporto sono state infatti individuate come le costanti all’origine dei problemi cardiaci, cui i perfezionisti risultano perciò più esposti rispetto a persone dotate di una personalità positiva.

Ma non è tutto: i perfezionisti sono anche più propensi a contrarre la sindrome dell’intestino irritabile, come suggerisce una ricerca condotta nel 2007 dagli specialisti dell’Università id Auckland in Nuova Zelanda. Durante lo studio sono state monitorate 620 persone che avevano avuto gravi episodi di intossicazione alimentare e quelle affette dalla sindrome dell’intestino irritabile presentavano, appunto, tendenze perfezioniste come la trascuratezza nel curare la propria salute fino alle estreme conseguenze.
Si tratta di soggetti ossessionati dal fare la cosa giusta: per loro, prendersi dei giorni di malattia è come andar contro i propri ideali“, spiega la Dottoressa Rona Moss-Morris, all’epoca a capo dei ricercatori.

Lo stress continuo cui i perfezionisti si sottopongono aumenta il rischi di sviluppare questo tipo di sindrome, che può manifestarsi con gonfiori, diarrea e crampi, ma non sono esclusi casi di disordini alimentari, in particolare di anoressia e di disturbo da alimentazione incontrollata: la rigidità dei perfezionisti, infatti, si riversa anche nella dieta, che spesso esclude intere categorie di alimenti e comunque contempla l’assunzione di cibo a basso contenuto calorico. Mancato un obbiettivo, però, i perfezionisti ricorrono all’abbuffata: mangiare li tranquillizza, ma soltanto momentaneamente, perché la vergogna e il senso di colpa li porteranno a un autocontrollo ancora più rigido. Per ridurre gli effetti negativi che si autoprocurano, i perfezionisti dovrebbero imparare ad accettare se stessi e i propri errori, facendo meno autocritica. “Abbassare il livello degli standard e accettare un fallimento di tanto in tanto costituiscono la chiave del miglioramento – suggerisce il Dottor Flett – ma, più d’ogni altra cosa, i perfezionisti devono imparare a chiedere aiuto, senza più soffrire in silenzio“.