lunedì, 25 Maggio 2026

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Depressione: qualche consiglio prima di arrivare ai medicinali

Capita che l’ansia, lo stress e la disperazione, trasformino la vita in una lotta continua con e contro se stessi. Una lotta che spesso divora la vita, lasciandola a brandelli. Diminuisce sensibilmente la motivazione, l’interesse per qualsiasi cosa, mentre l’insicurezza avanza veloce.
Depressione, è di questo che si tratta.

Sicuramente è difficile uscirne, soprattutto se si è da soli in questa lotta contro un male psicologico, ma per cercare miglioramenti bisogna affrontare la vita un passo alla volta. Letteralmente.
Ad esempio, muoversi con regolarità e andare in palestra aiuta molto -perché l’esercizio fisico permette al corpo di rilasciare endorfine, un componente chimico del benessere cerebrale, capace di migliorare il nostro umore – ma spesso non si ha né la voglia, né la forza di alzarsi dal letto, o dal divano. Gli studiosi propongono allora di scomporre la giornata in mini-passi. È, infatti, meglio pensare di andare solo in palestra, non pensare di dover andare per un tot di tempo. E ancora, è meglio pensare a ciò che si fa una cosa alla volta, piuttosto che lasciar correre la mente libera, imparando a vivere nel momento presente.

Alla fine ci si ritrova a vivere la vita piccoli passi alla volta. Questo cambio di mentalità aiuta a liberarsi e uscire da una situazione di inerzia costante.
Questo è un consiglio contro la depressione che spesso non è dato ai pazienti. Si preferisci imbottirli di pillole, ma la verità è che, come gli antidepressivi, l’esercizio fisico aiuta il cervello a far crescere nuovi neuroni.
Il jogging come una medicina: combattere la malinconia con lo sforzo fisico.

Quando si tratta di rimedi non farmacologici per la depressione, l’esercizio fisico è in realtà solo una delle diverse opzioni promettenti. Negli ultimi tempi, infatti, la ricerca ha dimostrato che altri aggiustamenti nello stile della vita quotidiana, come la meditazione o più ore di sonno, potrebbero aiutare ad alleviare i sintomi.
Di questo se ne sono accorti anche gli psichiatri, che hanno iniziato a incorporare trattamenti non farmacologici nei loro piani per i pazienti depressi.
Cambia così anche la gestione degli ostacoli nel corso della vita.

Tutto, però, dipende dalla forza di volontà delle persone stesse. Moltissimi depressi, infatti, si convincono di non poter “perdere tempo” per andare in palestra, fare esercizio – di quello fatto bene – o una corsa all’aria aperta. Di non poter permettersi di dormire un’ora in più, piuttosto che una in meno. Molti preferiscono imbottirsi di farmaci, non sapendo a cosa poi andranno incontro.
E forse è proprio quest’insieme di cose, questa noncuranza verso se stessi che ha portato alla condizione di malessere psicologico. Perché sì, questa condizione di “malattia” è molto questione di mentalità, ma dedicare del tempo a se stessi, alla propria persona, non può far altro che bene.
Questo, quindi, prima delle medicine.

Per amore o per odore

C’è ben poco da storcere il naso: stando agli scienziati, annusare le ascelle è il miglior modo per trovare il vero amore. L’odore di una persona, infatti, rivela il suo stato di salute: un dato che conferma quanto l’olfatto giochi un ruolo di primaria importanza nel selezionare un compagno. Per verificare la teoria è stata addirittura organizzato, nell’ambito dell’International Science Festival di Edimburgo, uno speed dating in cui gli ospiti avranno modo di annusarsi le ascelle a vicenda.

La serata “Sin Academy”, per soli adulti, è stata organizzata appositamente dalla zoologa canadese Zoe Cromier per analizzare scientificamente la forme dell’edonismo e dell’attrazione. Comunemente si è, infatti, portati a pensare che l’amore sia “a prima vista”, ma in realtà molti altri sensi vi risultano coinvolti: l’olfatto è senz’altro il più influente. Nel corso di questo speed dating sensoriale sarà, così, osservato quanta ingerenza hanno gli umori, ma anche i suoni, nelle dinamiche di fascinazione reciproca: gli ospiti, bendati, dovranno odorare le ascelle di diversi sconosciuti per poi indicare – tra queste – una preferenza.

Non di rado, molti s’innamorano dell’odore dell’altro, facendone una vera e propria droga: e ciò è dovuto al complesso maggiore di istocompatibilità (MHC), un gruppo di geni polimorfici che determina non solo il nostro odore, ma anche il nostro profilo immunitario: l’uomo è, infatti, geneticamente predisposto a legarsi a chi presenta un complesso maggiore di istocompatibilità complementare al proprio, per poter assicurare ai propri figli un corredo immunitario complessivamente più forte.

Agli ospiti bendati sarà chiesto, inoltre, di esprimere un parere sulla voce di uno sconosciuto: generalmente, gli uomini preferiscono i timbri acuti, mentre le donne quelli profondi. Ma si tratta, in entrambi i casi, di stereotipi impropri e, in molti casi, la selezione si rivela come qualcosa di molto più personale e imprevedibile.

Lo studio, definito dalla zoologa stesso “la scienza del peccato”, potrà risultare persino più efficace di quanto i siti di incontri online non siano stati finora: già l’anno scorso a New York e a Los Angeles ha spopolato la moda dei “party del feromone” – lanciati proprio da una californiana stufa dei puntuali fallimenti sul web -, delle feste i cui invitati erano tenuti a indossare la maglietta con cui avevano dormito la notte precedente, maglietta da far annusare agli altri ospiti chiamati, poi, a scegliere quella dall’odore ritenuto più gradevole.

Giornata mondiale dell’autismo, il primo passo è la consapevolezza

carmelodimauro.com

Oggi, 2 aprile, è la Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo. Un’iniziativa voluta dall’Onu e giunta ormai alla sua settima edizione.

Il fine di questa giornata è quello di sensibilizzare le persone ad una problematica importante e purtroppo sempre più diffusa quale è l’autismo. Si, perchè questo disturbo neuro-psichiatrico che comporta una marcata diminuzione dell’integrazione socio-relazionale e della comunicazione con gli altri con il conseguente chiudersi sempre più in se stessi, è una patologia che, solo in Italia, coinvolge circa 550.000 persone.

Per non parlare poi del resto dell’Europa, dove ne soffrirebbero ben 5 milioni di cittadini. Per capire la portata e la diffusione dell’autismo il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ha svolto una ricerca sui bambini negli Stati Uniti: il risultato è stato che ben 1 minore su 88 soffre di questa patologia. Questo significa che, solo negli Stati Uniti, ci sono più bambini affetti da autismo che colpiti da malattie quali diabete, AIDS, cancro, paralisi cerebrale, fibrosi cistica, distrofia muscolare e sindrome di Down messi insieme.

Un recente studio compiuto dall’Università della California e pubblicato sul New England Journal of Medicine ha scoperto che l’autismo sarebbe dovuto ad uno scorretto sviluppo durante la gravidanza dei 6 strati che costituiscono la corteccia cerebrale. Analizzando 25 geni del tessuto cerebrale post-mortem di bambini con e senza questa patologia gli scienziati hanno scoperto che, nella maggior parte dei bambini con autismo, vi è la presenza di aree di sviluppo disgregato negli strati corticali del cervello.

E questa ricerca è supportata anche da un’altra che ha preso inizio nel Campus Bio-Medico di Roma e di Milano e che è volta a creare una mappatura dei geni responsabili dell’autismo, al fine di creare terapie personalizzate per la cura di questa patologia.

Nei laboratori del Campus Bio-Medico a Roma e Milano si sta procedendo all’analisi dei campioni di DNA di bambini affetti da autismo, con una tecnica innovativa, la Array-CGH (Comparative Genomic Hybridization), che permette di individuare parti mancanti o in eccesso del codice genetico di una persona con una precisione di gran lunga superiore rispetto alle tecnologie del passato.

A seguito di una mappatura dettagliata di questi campioni di DNA si potrà anche giungere al sequenziamento dell’intero genoma, il che permetterà una verifica delle istruzioni del DNA, per controllare se esse siano scritte correttamente oppure presentino degli errori.

Quella dell’autismo è dunque una problematica da non sottovalutare e anzi da conoscere a fondo. Ma la conoscenza non è l’unico mezzo per stare vicini a coloro i quali sono affetti da questa patologia. Correlata alla Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo vi è infatti un’altra iniziativa, dal nome simbolico di “Light it up blue”.

Il progetto ha avuto inizio 3 anni fa grazie all’organizzazione Autism Speaks ed è volto a promuovere la ricerca scientifica su questo disturbo in tutti i Paesi, oltre a garantire solidarietà e sostegno alle persone affette da autismo, alle quali deve essere concesso il diritto al lavoro.

L’iniziativa prevede che in questa giornata nelle varie città italiane ma anche mondiali, un monumento venga illuminato di blu – il colore dell’autismo – e i cittadini più sensibili alla problematica indosseranno un nastrino o metteranno alla finestra una lampada dello stesso colore.

Perchè è necessaria la conoscenza, ma la prima forma di interesse e comprensione verso una problematica quale l’autismo resta sicuramente la solidarietà umana.

Le terapie anti-età potrebbero mettere a rischio la salute

Rinunciare al candore della giovinezza è un’ardua impresa per ogni donna, soprattutto quando i primi segni del tempo iniziano a rendersi visibili. Make-up, creme e prodotti vari, sembra non riescano a mantenere le promesse fatte e così sempre più numerose sono le signore che intraprendono percorsi medici volti a rallentare il tempo che fugge.

L’Albert Einsten College of Medicine di New York suona l’allarme proprio sulle cure ormonali anti-età, attraverso uno studio che ne accerta le pessime ripercussioni sulla salute. Riduzione dell’effetto delle naturali difese dell’organismo e conseguente maggiore vulnerabilità alle malattie, rendono queste terapie dannose e rischiose per la vita.

Gli ormoni abitualmente somministrati sono l’ormone umano della crescita (HGH), che permette al corpo di sviluppare un altro ormone chiamato fattore di crescita insulino-simile (IGF-1), e il dehydroepiandrostersone (DHEA). Già precedenti studi avevano individuato effetti collaterali dannosi nell’uso di HGH, estrogeni e altri ormoni, con conseguenze come cancro, problemi articolari e malattie cardiovascolari.

Lo studio newyorkese ha oggi accertato che bassi livelli di IGF-1 costituirebbero in realtà un vantaggio, dal momento che la percentuale ridotta di questo ormone, era presente negli individui, esaminati nelle sperimentazioni, più longevi.

La dottoressa Sofiya Milman, autrice principale dello studio, ha dichiarato: “Alla luce delle prove scientifiche, sufficienti valori di HGH nelle persone di mezza età, offrono benefici anti-invecchiamento a lungo termine, e i ridotti livelli dell’ormone della crescita possono effettivamente proteggere gli anziani dalle malattie dell’invecchiamento e dai rischi legati all’uso di HGH come strategia anti-invecchiamento, che si mostrano di gran lunga superiori ai potenziali benefici”.

Chiaro il messaggio degli scienziati:

si può vivere con una ruga sulla fronte, non si può vivere senza vita.