mercoledì, 27 Maggio 2026

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Virus della stupidità, esiste davvero?

Credits photo huffingtonpost.it

Stupidità? Quante volte si è ricorso a questa parola per motivare anche piccoli insuccessi. A scuola, a lavoro, nel gioco: il cervello affronta ogni giorno prove di abilità che ne mettono in luce le fragilità e alzi la mano chi non ha mai pensato di essere affetto da un vero e proprio virus. Ma esiste davvero?

Si chiama scientificamente ATCV-1, oppure molto più semplicemente “virus della stupidità“. Si tratta di un batterio scoperto, per puro caso, dai ricercatori della scuola di medicina John Hopkins e dell’Università del Nebraska, che provoca la diminuzione delle capacità cognitive negli individui che lo contraggono. Si parla di casualità perché i due scienziati erano impegnati, in realtà, nell’analisi di campioni di culture della gola quando si sono accorti della presenza di questo microbo su alcuni individui.

Una volta individuato ne hanno così studiato gli effetti: è stato effettuato, come prima cosa, un test su 92 volontari, che ha dimostrato che il 43,5% aveva contratto l’infezione virale. Non solo: chi di loro era stato designato come “malato”, aveva ottenuto risultati del 10% inferiori di 7-9 punti rispetto alla media.

Nello specifico, i “non sani“, avevano difficoltà nel disegnare una linea di connessione tra una sequenza di numeri e un’altra e dunque un livello di attenzione più basso e una diminuzione della consapevolezza spaziale.
Nessun nesso è stato trovato invece, tra la diminuzione delle capacità cognitive e fattori quali sesso, livello d’istruzione e sigarette fumate.

Gli scienziati però non si sono accontentati dei primi esiti e ne hanno verificato l’accuratezza prendendo come cavie per il successivo esperimento alcuni topi.
Secondo le analisi, il gruppo dei topolini presentava le stesse difficoltà dei primi soggetti: scarso interesse per i giochi nuovi e minor capacità di orientarsi.

Nel rapporto conclusivo pubblicato sulla rivista Proceedings e negli atti dell’Accademia ufficiale delle scienze, si è resa ufficiale dunque l’esistenza del virus della stupidità.

Robert Yolken, autore principale dello studio ha affermato successivamente: “Questo è un esempio lampante che dimostra che i microrganismi che portiamo possono influenzare il comportamento e cognizione“.

Nessuna spiegazione però è pervenuta su un eventuale contagio. In molti si sono infatti chiesti se sia possibile che il virus venga trasmesso.

James L. Van Etten ha illustrato la sua idea in un’intwervista al Newsweek: “Non c’è ragione di credere che ci sia una trasmissione tra le persone o gli animali. Una delle mie ipotesi è che gli agenti patogeni possano infettare un altro microrganismo tra le alghe e gli uomini. Questo potrebbe essere il modo in cui il virus arriva nella gola“.

Ma gli stessi scienziati brancolano ancora nel buio, alla ricerca di una risposta plausibile sulla questione.

Gli effetti della marijuana? Cervello più piccolo ma più veloce

Credit: zerottonove.it

Dal mondo della scienza arrivano notizie positive e notizie negative per gli abituali fumatori di cannabis. Uno nuovo studio sugli effetti che ha questa sostanza stupefacente ha scoperto che gli utenti regolari hanno un cervello più piccolo rispetto a qualunque altra persona – e questa è la cattiva notizia – però è stato anche dimostrato che il cervello dei fumatori di canne lavora più velocemente degli altri – e questa è la buona notizia.

Ma affrontiamo una questione alla volta.
La ricerca su chi fa uso “cronico” di marijuana conferma negli esseri umani un fenomeno che prima era apparso negli studi sui topi di laboratorio, cioè appunto la riduzione della materia grigia. Il team degli scienziati dell’Università del Texas e del Research Network Mente, che hanno pubblicato il loro studio sul Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), ha affermato che i fumatori di erba a lungo termine avevano “significantly less volume” della loro corteccia orbitofrontale – una regione del cervello comunemente associata con il sistema motivazionale e il processo decisionale, oltre a determinare il grado di dipendenza da determinati “vizi”.

Gli effetti derivati dall’uso cronico di marijuana dipendono dall’età in cui si inizia a farne uso e dalla durata. Il team di scienziati ha analizzato 48 consumatori adulti di marijuana e 62 non consumatori (di cui però sono stati monitorati i livelli di assunzione di tabacco e alcol). I test, per un consumo medio di 3 canne al giorno, hanno dimostrato che i consumatori di marijuana avevano un quoziente di intelligenza più basso, anche se le differenze non sembrano essere correlate alle anomalie del cervello, perché non esiste un legame diretto tra deficit di intelligenza e diminuzione del volume cerebrale.

Ma allo stesso tempo, per compensare la perdita, il cervello del soggetto dipendente crea nuove connessioni, aumentando così la velocità di lavoro dello stesso.
“Ciò che rende unico questo lavoro è che combina tre diverse tecniche di risonanza magnetica per valutare le diverse caratteristiche del cervello – ha affermato un altro studioso, Sina Aslan – e i risultati – fa notare – suggeriscono aumenti di connettività, sia strutturali che funzionali, che possono compensare le perdite di materia grigia. Anche se alla fine, tuttavia, con l’uso prolungato di marijuana la connettività del cervello inizia a degradarsi”.

È parzialmente incompleto lo studio però: sono necessari ulteriori ricerche per determinare se questi cambiamenti ritorneranno alla normalità una volta sospeso il consumo di erba, così come se sono presenti effetti simili nei consumatori occasionali (rispetto a quelli cronici) e se questi effetti sono il risultato diretto della marijuana o di una certa predisposizione.

[Credit: independent.co.uk]

Turni di lavoro irregolari? Il tuo cervello invecchia prima

Ci siamo sempre preoccupati di mantenere il nostro corpo sano e in forma ma al proprio cervello qualcuno ci ha mai veramente pensato? A quanto pare no e neanche i nostri datori di lavoro ci hanno prestato attenzione, continuando a costringerci a turni lavorativi talvolta irregolari.
Le conseguenze? Un invecchiamento delle nostre facoltà mentali sino ai 6,5 anni se questo ritmo si mantiene almeno per 10 anni consecutivi.

È questo il risultato di uno studio effettuato su un campione di lavoratori e pensionati dalle Università di Toulose (Francia) e Swansea (Galles).

Le ricerche sono iniziate nel 1996 quando i ricercatori hanno valutato per la prima volta le capacità di apprendimento di oltre 3 mila persone che lavoravano in diversi settori e in differenti regioni della Francia. Al momento del primo test, gli studiosi avevano dunque considerato le seguenti fasce di età: 32 anni, 42 anni, 52 anni e 62 anni.

Secondo questo primo studio, 1484 persone avevano lavorato su turni almeno 50 giorni all’anno e almeno uno su 5 tra questi si era adeguato ad un ritmo che variava tra turni di giorno, pomeriggio e notte.
Gli scienziati hanno allora sottoposto questo primo gruppo ad un test composto di compiti di memorizzazione e velocità di ragionamento.
I risultati hanno dimostrato una effettiva diminuzione del rendimento di chi lavorava fuori dagli orari standard ma questa rimane da considerarsi come una semplice associazione tra irregolarità dei turni lavorativi e difficoltà nel processo mnemonico e non come fattore causale.

Il secondo set di test, effettuato nel 2001 e 2006, ha invece tentato di comprendere se effettivamente dopo un lungo periodo di turni a rotazione gli stessi lavoratori avrebbero ottenuto punteggi uguali o più bassi. Secondo questo studio, la memoria e la facilità di ragionamento dei candidati era in quel momento uguale a quella di una persona più vecchia di 6 anni e mezzo e il recupero delle normali funzioni di memoria avveniva solo quando il lavoratore aveva ripreso turni regolari da almeno 5 anni.

Altro elemento sul quale si è tentato di investigare è stato la mancanza di riposo e, a quanto pare, non dormire porta all’interruzione dei ritmi circadiani, i cicli di 24 ore che regolano le nostre fondamentali attività biologiche e quindi ad un problema nel processo di consolidamento della memoria.

Ricerche precedenti avevano inoltre già appurato come conseguenze a lungo termine, il diabete, eventi cardiovascolari, malattie metaboliche e alcuni tipi di cancro.

Tali effetti sarebbero comunque meno probabili su chi lavora di notte poiché nel più dei casi sembra che in qualche modo questi individui riescano ad abituarsi a questo ritmo e quindi a contrastare problemi di sonno arretrato.
Per chi invece avesse ancora questo problema gli scienziati consigliano pisolini diurni, non più lunghi di 45 minuti.

In conclusione è evidente che la nostra mente non funzioni come un computer. Abbiamo bisogno di riposo per permetterci di lavorare al meglio e immagazzinare tutti i dati che il mondo ci offre nel corso della giornata, altrimenti il rischio è di diventare automi e passivi anche nelle attività più semplici e abituali.
Il nostro cervello è chiaramente un enorme risorsa, ma certamente non è infinita e tanto meno infaticabile.

Una cioccolata calda al giorno mantiene giovane il tuo cervello

Finalmente una buona notizia per gli amanti del cioccolato: uno studio del Columbia University Medical Centre, negli USA, ci spiega che gustare una tazza di cioccolata calda prima di andare a dormire, aiuterebbe a mantenere sano e giovane il nostro cervello. Sarà vero? Vediamo insieme di cosa si tratta.

Vuoti di memoria, dettagli che si dimenticano e date importanti che si disperdono nella mente. E se il cioccolato potesse aiutarci a recuperare i ricordi che non si lasciano afferrare? La ricerca, pubblicata sulla rivista ‘Nature Neuroscience’, ha coinvolto 37 volontari di età comprese tra i 50 e i 69 anni.
I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: il primo è stato invitato a bere ogni giorno una bevanda ad alto contenuto di flavonoli, mentre i volontari dell’altro gruppo ne hanno presa solo una piccola dose ogni giorno. Il periodo di osservazione è durato tre mesi: l’esperimento ha messo in evidenza che coloro che avevano assunto più cioccolato facevano dei collegamenti mentali più facilmente e più velocemente rispetto agli altri.

All’origine dei benefici offerti dal cacao contenuto nel cioccolato vi sarebbe la presenza di antiossidanti, sostanze che aiuterebbero a prevenire i segni del tempo anche per quanto riguarda le capacità cognitive degli anziani, in particolare grazie al contenuto di flavonoidi. In più risulterebbe come incrementato l’afflusso di sangue verso determinate aree del cervello che supportano le capacità mnemoniche.

Come ha sottolineato il Dr.Scott A. Small, tra gli autori dello studio: ‘se uno dei partecipanti aveva all’inizio dello studio la memoria tipica di un sessantenne, dopo tre mesi quella stessa persona mostrava le capacità mnemoniche tipiche di un trentenne o di un quarantenne’.

Se così fosse, la cioccolata non sarebbe più un peccato di gola.