mercoledì, 27 Gennaio 2021

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Paola Ogliari e la startup con un nome da uomo (INTERVISTA)

Che fatica essere donne.
Non solo nel privato, ma anche in ambito professionale, è risaputo, essere donna, a volte può penalizzare non poco. Tuttavia le donne hanno quel qualcosa in più che le permette di non arrendersi davanti a nulla, di rialzarsi sempre dopo una caduta, ma sopratutto di inventarsele di ogni tipo per ottenere i propri risultati. È quello che è successo a Paola Ogliari, imprenditrice e startupper italiana, che di lotte ne ha superate, e ne sta ancora affrontando tante. La prima tra tutte è quella di essersi “inventata” un socio uomo, perché da donna era poco credibile secondo il mercato.

Noi di Blog di Lifestyle l’abbiamo raggiunta per farci raccontare la sua storia e dare fiducia a tutte le donne che intendono affermarsi nel mondo del lavoro, senza necessariamente rinunciare alla loro voglia di maternità.

Ciao Paola, Blog di Lifestyle ha voluto raccontare una storia, la tua. Fondatrice di una startup innovativa tutta al femminile ma con un nome maschile. Come nasce l’idea?

Ciao Stefania. Ho deciso di aprire la mia società con il nome di Robert Cutty, ispirata dal film degli anni’90 Funny Money, una storia molto simile alla mia.
Nel mio caso, donna, non laureata, una creativa che si spacciava imprenditrice, che presentando il proprio progetto a grandi realtà pubbliche e private aveva sempre la stessa risposta “Bella idea, ma…”. C’era sempre un MA, senza che si sbloccasse mai nulla. Fino a quando ho pensato di cambiare strategia, trovando un paio di partner e recandomi agli appuntamenti accompagnata da un uomo, brillante e capace uomo d’affari. Come insegnano le regole della comunicazione, il dialogo tra simili è sempre vincente. Infatti ad ogni appuntamento trovavo uomini di una certa età, rigorosamente giacca e cravatta, che forse di creatività digitale ne sapevano gran poco.

Quali difficoltà hai incontrato nella realizzazione di questo progetto?

La mia startup innovativa si occupa di comunicazione e marketing, è stata aperta principalmente per lanciare il progetto SocialMi, un innovativo aggregatore digitale che si avvale di una piattaforma di servizi cross-mediali per favorire la rinascita economica delle piccole e medie attività poste sul territorio milanese.
Tra tutte le difficoltà dell’inizio, la prima, ancora attuale, è quella di reperire fondi per supportare la prima fase di lancio. Abbiamo aperto da soli otto mesi e da quattro abbiamo una sede operativa. Trovo assurdo che, invasi dalle notizie in merito di finanziamenti dedicati alle startup, i tempi per le risposte siano lunghi e le garanzie richieste sempre improponibili, per non parlare dei bandi, numerosi e lunghi moduli per i quali serve l’esperto.
L’assistenza per realizzare un business plan gratuito, almeno per partire, non esiste, per questo motivo diffidate di articoli che vi raccontano favolette metropolitane del tipo “Aperta start up con soli 20 euro”, ne servono almeno 750 euro, per aprire una srls (notaio + bolli).
Insomma, all’inizio tutti ti rendono le cose difficili: garanzie, numeri, certezze, se si chiama startup ci sarà un motivo!

Paola Ogliari e la startup con un nome da uomo (INTERVISTA)

Pensi che il tuo “essere donna” ti abbia penalizzata?

Essere donna mi ha decisamente rallentato. Certo che l’intuito femminile mi ha aiutato molto a recuperare il tempo perduto, avrei dovuto fidarmi del mio istinto parecchio tempo fa’, avrei aperto da almeno un anno.

Cosa c’è ancora da cambiare nel sistema socio economico e in particolare in quello lavorativo italiano in relazione alla posizione delle donne lavoratrici? Gli uomini sono davvero più “capaci”?

Credo che si debba intensificare e agevolare l’aggregazione di piccole e medie realtà, con un’attenzione ad aumentare in percentuale la presenza di forza lavoro “in rosa”, questo è l’unico modo per intensificare la presenza di noi donne anche in cariche più autorevoli, se la parità di diritti tra i due sessi significa per noi donne ricoprire in proporzione sempre minore, ruoli di rilievo rispetto agli uomini, meglio avere una legge che ne tuteli la nostra presenza in percentuale.
Per quanto riguarda le maggiori capacità degli uomini rispetto alle donne, credo che i primi siano sicuramente più portati per fare determinati lavori, e viceversa. Nell’ambito imprenditoriale noi donne abbiamo un’innata capacità organizzativa, ancora maggiore se mamma.

Che messaggio vorresti trasmettere a tutte le donne che si trovano ogni giorno a fare i conti con una realtà lavorativa ancora poco aperta alle figure di spicco femminili?

Non credo che imporsi “a seno scoperto” possa portare grandi risultati. Giocare d’astuzia porta senz’altro maggiori soddisfazioni, ad esempio dimostrare che ne sappiamo meno dei nostri colleghi uomini a volte serve parecchio, non dobbiamo sempre fare la parte delle maestrine, dobbiamo solo capire i tempi giusti per dimostrare (faticaccia, ma è la triste realtà).

Il suo team è tutto al femminile, sfatiamo il mito che tra donne non si lavora bene perché la competizione prende il sopravvento?

In effetti sono stupita anch’io. Ho sempre pensato che con gli uomini si lavorasse meglio ed ho capito solo ora perché, le donne che incontravo sul lavoro non le sceglievo io. A parte gli scherzi, le donne presenti nello staff, oltre ad essere belle, solari e piene di energia, sono molto itineranti, solo due figure full time e il resto o part time o in collaborazione occasionale, non c’è il tempo per litigare.

Nella società italiana una categoria ancora troppo poco tutelata è quella delle “Mamme lavoratrici”. La maternità è un tema scottante nell’ambito lavorativo. Spesso alcune donne sono “costrette” a rimandare o a rinunciare addirittura all’evoluzione fisiologica e naturale di diventare mamma per affermarsi nel lavoro. Cosa pensi si possa fare a riguardo?

Rispondo facendo riferimento ai nostri vicini di casa. La Francia è organizzata in maniera tale da permettere ad una donna di avere almeno due figli, senza essere discriminata sul posto di lavoro, godendo di tutti i benefici messi a disposizione dalla Stato. Io ho partorito la mia unica Sofia ancora quando ero libera professionista, tornando a lavoro dopo soli venti giorni, ricevendo l’indennità di maternità dopo due anni, quando mia figlia stava smettendo di portare i pannolini.
Devo anche ammettere di essere una mamma un pochino anomala, rispetto ad alcune amiche che una volta diventate mamme la loro unica preoccupazione è quella di richiedere una riduzione di orario o sparire dal posto di lavoro per due anni.
Ritengo sia fondamentale avere rispetto del nostro lavoro se vogliamo essere rispettate a pari degli uomini.

3 suggerimenti che ti senti di dare alle lettrici di Blog di Lifestyle.

Se avete un’idea realizzatela con persone positive, il buon umore aiuta ad affrontare le difficoltà specie all’inizio.
Il tempo è prezioso, ricordatelo anche a chi vi chiede di lavorare gratis, in fase di startup, a meno che optiate per una onlus.
Scegliere i migliori dipendenti e collaboratori permette di delegare lavorazioni importanti da subito, permettendoci di supervisionare alla fine, per concedersi una pausa ogni tanto.

Mariano di Vaio: ‘Amo lo stile Bohémien e la barba incolta’ (INTERVISTA)

Ha iniziato forse un po’ per gioco, forse per destino. Chi crede nelle coincidenze saprà come interpretare questo incontro. Moda, semplicità, fascino e bellezza insieme in un solo nome: Mariano di Vaio. Classe ’89, umbro.
Mariano è una delle icone fashion più conosciute in italia e nel mondo. Nel 2012 è riuscito a creare il suo personal site, in pochissimo tempo assalito dai fans più fedeli e anche da chi la moda neanche sapeva cosa fosse. È riuscito a dare una visione diversa al solito ragazzo “bello e impossibile” che fa impazzire le ragazzine, portando nel suo mondo, oltre alla bellezza, tanto studio, esperienze, incontri nuovi e idee originali.

In esclusiva a Blog di Lifestyle ci ha svelato qualcosa in più di sè.

Passione fashion blogger: quando è nata? Come? Semplice avventura o vero e proprio mestiere?

Un po’ per caso e per fortuna, devo dire. Ho iniziato come indossatore a Londra e da lì sono stato “forzato” ad interessarmi di moda e dei vari tipi di stili. Piano piano ne ho fatto una passione e ho sviluppato il mio “personal stile”. 

Dalla passione per lo stile al web: così è diventato un vero lavoro.

Seguitissimo su Twitter e Instagram, Mariano di Vaio ci spiega il segreto del suo successo e il rapporto con i social, soprattutto con Facebook, dove pubblica tantissime foto, posta consigli e partecipa ad eventi e manifestazioni

Viviamo nell’era degli social network dove tutto passa attraverso la rete. I social network mi hanno dato l’opportunità di farmi conoscere in tutto il mondo; oltre ciò mi permettono di comunicare ed interagire con le persone che mi seguono a distanze impensabili e in tempo reale. Rispondere a tutti i messaggi è quasi impossibile, ma faccio del mio meglio per gratificare i miei followers.

Più casual o elegante? Quale stile preferisci?

Più elegante… Bohémien, ma con classe. Uno stile Wilde, barba incolta, capello sempre un po’ qua e un po’ là, camicia un po’ fuori e un po’ dentro. Un look molto rilassato, un po’ casual ma studiato. Mi piace mischiare lo stile italiano che piace a tutti e lo stile old school americano.

Quali saranno i trend per l’estate 2014?

L’unica cosa che posso dirvi per adesso è che sicuramente nel mio guardaroba non mancherà la camicia di lino.

Progetti per il futuro, sogni nel cassetto?

Attualmente ho dei progetti che portano grandi innovazioni e tante sorprese per i quali sto lavorando insieme al mio staff.

È il “lavoro” che hai sempre sognato di fare? Avresti mai pensato di arrivare fin qui?

Inizialmente ero stupefatto nel vedere come in pochissimo tempo aumentasse il numero dei followers, dopo di ciò ho capito che stava diventando una cosa seria e i followers meritavano più tempo e attenzione, e quindi il tutto si è trasformato in dream job.

Qual è il segreto del tuo successo? Il tuo punto di forza?

Sicuramente il mio lifestyle, ma credo che sarebbe una domanda da porre ai miei followers.

Mariano, nella sua vita, è riuscito a trarre ispirazione dai suoi viaggi per costruirsi il futuro. Grande è l’importanza data ai dettagli anche più piccoli e alla semplicità del suo lifestyle. Per lui valori fondamentali sono la famiglia e la fede.

Quanto è cambiata la tua vita? Cosa rimpiangi o ti manca del tuo passato?

Sono anni oramai che faccio il giramondo, prima New York per studiare recitazione, poi Londra per fare il modello, quindi non ricordo più come fosse la mia vita prima; sono passato dai banchi di scuola alla passerella.
Non rimpiango assolutamente nulla, anzi sono contento e fiero per il percorso che ho fatto. Sicuramente questo lavoro mi ha dato l’opportunità di conoscere tantissime persone e di girare il mondo come nessun altro lavoro credo mi avrebbe fatto fare. Questa è la parte migliore del successo raggiunto. Ciò non toglie che c’è anche tanta fatica fisica e il disagio di stare lontano dai propri cari per lunghi periodi.

Un successo fatto di passione, stile, dedizione, classe e semplicità. Mariano di Vaio è questo qui. E a noi piace così.

Marita Francescon: ho tagliato il mio abito da sposa per la Terra dei Fuochi (INTERVISTA)

Sta facendo il giro del web il video di Marita Francescon, giovane architetto e designer di Ischia, che il giorno del suo matrimonio ha deciso di stupire tutti tagliando, a fine serata, il suo bellissimo abito da sposa, firmato da Vera Wang.

Ci vuole coraggio per avvicinare le forbici all’abito bianco, ma Marita – complici le sue damigelle- l’ha trovato per riaccendere i riflettori su un problema che riguarda la sua terra.

#SorryVeraWang avrei voluto comprare un secondo vestito, ma ho preferito fare una donazione alla Terra dei Fuochi, l’area tra Napoli e Caserta in balia della camorra e delle ecomafie e dei politici conniventi che consentono che vengano appiccati quotidianamente roghi di rifiuti tossici che avvelenano gli abitanti delle zone circostantidichiara Marita sulla sua pagina Facebook.
Noi l’abbiamo incontrata per capire il motivo di questo gesto.

Marita, perchè hai scelto di lanciare questo messaggio proprio il giorno del tuo matrimonio?

Ho deciso di tagliare il mio abito nel giorno del matrimonio e di diffondere il video per riportare l’attenzione su un tema a me molto caro, quello della Terra dei Fuochi. Mi sono resa conto infatti che il problema è spesso occultato dai media e non è così conosciuto. Anche alcune mie amiche presenti al matrimonio -che venivano da fuori- non sapevano quasi nulla, se non le notizie che i media decidono di diffondere. Così, anzichè spendere i soldi per un secondo abito -come spesso si usa nel giorno delle nozze- ho fatto una donazione alla Terra dei Fuochi e soprattutto attraverso questo gesto insolito ho voluto riaccendere i riflettori sul problema.

Sei impegnata in qualche progetto legato alla Terra dei Fuochi?

Io vivo ad Ischia dove il probema si sente di meno rispetto al napoletano, ma riguarda un po’ tutti.
Sto portando avanti un progetto per Legambiente in cui aiuto per la raccolta del 5 per mille per la Terra dei Fuochi. Il taglio dell’abito è quindi un gesto a prescindere, un modo per far conoscere la situazione reale. i media parlano solo dell’inquinamento dei suoli e delle bonifiche, discorso che è legato ai fondi stanziati, ma non non si parla mai del problema reale, quello dei fuochi appiccati. In questo fortunatamente c’è la pagina facebook della Terra dei Fuochi che quotidianamente denuncia quello che accade.

La viralità del web, a volte, può servire a fare da eco a messaggi di civiltà, anche nel giorno del proprio matrimonio. Complimenti a Marita.

Never Give Up, un supporto contro anoressia e bulimia (INTERVISTA)

L’anoressia e la bulimia rientrano nella categoria dei Disturbi di Comportamento Alimentare. Purtroppo ne soffrono moltissime giovani, e meno giovani, donne. Sono disturbi molto pericolosi, che se non trattati professionalmente possono condurre anche alla morte. È recente la storia di Jodi Cahill, la ragazza australiana diventata anoressica dopo quattro anni in cui ha scoperto di avere lo stesso padre di sua madre, vittima in casa di ripetute violenze, riportano alla ribalta sulle cronache internazionali il tema dei disturbi alimentari.
Ma Jodi non è l’unica. In questi anni si sono susseguiti una serie di esperienze che dovrebbero farci riflettere. Nasce per questo NEVER GIVE UP, una Onlus che dal 2014, a Roma che si sta battendo per sollevare quel velo che cela situazioni di disagio personale e spesso sottaciute.

Noi di Blog di Lifestyle abbiamo contattato Stefania e Simona Sinesi, rispettivamente presidente e vice presidente di NEVER GIVE UP, che ci hanno raccontato il loro progetto.

Ciao Simona. Tu e Stefania, tua sorella, siete le fondatrici di NEVER GIVE UP, la Onlus per lo studio e la cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare, che ha l’obiettivo di aiutare e supportare coloro che soffrono o hanno problemi con cibo, peso e immagine corporea.
Stefania è psicologa clinica e PhD in Psicologia Dinamica e Clinica, mentre tu, laureata in Economia, hai consolidato la tua esperienza nel mondo della comunicazione e della strategia. Una combinazione vincente per un progetto unico.
Secondo le statistiche, solo il 10% delle persone che soffre di Disturbi del Comportamento Alimentare riesce a chiedere aiuto. Con NEVER GIVE UP quali obiettivi vi proponete di raggiungere?

NEVER GIVE UP nasce con l’obiettivo di abbattere le barriere a chiedere aiuto e supportare chi ha un problema con cibo, peso ed immagine corporea o un Disturbo del Comportamento Alimentare e le persone che sono loro vicine – genitori, amici e insegnanti – attribuendo a questi ultimi un ruolo fondamentale nel trattamento.
NEVER GIVE UP si propone di costruire, oltre alla piattaforma on-line di supporto, spazi sul territorio in cui sviluppare programmi di screening, di prevenzione e di cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare (maggiori informazioni sul sito).
NEVER GIVE UP ha un approccio multidisciplinare messo a punto da un Comitato Scientifico di eccellenza formato da professionisti che operano in strutture internazionali per lo studio e la cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare, con cui Stefania si è confrontata nel corso della sua esperienza accademica e clinica.
L’approccio è basato sulla ricerca scientifica e sulle esperienze maturate nelle realtà in cui il Comitato Scientifico opera; in particolare, ad esempio, sia la piattaforma on-line che i progetti di screening precoce nella fascia neo-natale sono stati implementati con successo proprio in queste realtà.
Per quanto riguarda i programmi sul territorio, una parte fondamentale è rappresentata dalle NEVER GIVE UP House, ossia strutture per lo studio e la cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare in regime ambulatoriale, semi residenziale e residenziale.

Come ogni progetto, anche il vostro ha bisogno di fondi per il suo sviluppo. Voi avete iniziato a raccogliere fondi attraverso campagne di crowdfounding. Avete avuto un riscontro positivo?

Nello scorso dicembre- dichiara Simona- abbiamo dato il via alla nostra prima campagna di raccolta fondi sulla piattaforma Charitystars che in quattro mesi, grazie al supporto di piu’ di 80 donatori, di cui 41 personaggi del mondo della musica, dello sport, della moda e dello spettacolo (tra cui Luca Argentero, Noemi, Emma Marrone, Lorella Cuccarini, Francesca Michielin, Malika Ayane, Chiara, Chef Rubio e Antonio Marras), campagna che ci ha permesso di raccogliere 25.000 euro, per finanziare lo sviluppo della piattaforma on-line di supporto, il primo dei servizi che NEVER GIVE UP si propone di offrire.

Di recente, un atleta della Squadra Nazionale di Cross Triathlon di UK , Stefano Sardo, ha scelto di supportare NEVER GIVE UP lanciando un appello a donare e correndo con il logo di NEVER GIVE UP sulla divisa di gara ai Mondiali del 27 Settembre prossimo (link per supportare la campagna qui)

Negli ultimi giorni , abbiamo anche attivato una campagna di raccolta sulla piattaforma Eppela (link per donare) in cui Aurora Ruffino, attrice e protagonista della serie TV Braccialetti Rossi, parla del nostro progetto e del gran numero di adolescenti che le scrivono per condividere le loro esperienze e il loro disagio verso il cibo e la immagine corporea.

Oltre al crowdfounding, stiamo lavorando su bandi europei e stiamo dialogando con soggetti pubblici e privati per costruire insieme un piano che ci permetta di attivare i servizi che intendiamo sviluppare.
Crediamo molto nelle partnership e nella funzione sociale di NEVER GIVE UP, non solo nell’offrire supporto a chi ne ha bisogno, ma anche nel dare opportunità di lavoro sia all’interno del team scientifico che dello staff.

Tornando alla piattaforma on-line di supporto, questa si inserisce in un contesto in cui i siti più visitati da coloro che sono affetti da disturbi alimentari sono siti, blog e forum, cosiddetti “pro-ana” e “pro-mia”, dove le persone che soffrono possono confrontarsi con altre che vivono la stessa situazione. Spazi in cui condividono, ad esempio, consigli per essere sempre più magre, metodi di autolesionismo e nuove modalità per poter nascondere il disagio a famiglia e amici.

Come pensi che la vostra piattaforma possa coinvolgere e invitare queste persone a farsi aiutare?

Attraverso la piattaforma on-line di supporto – ci spiega Stefania – NEVER GIVE UP si propone di costruire uno spazio di condivisione on-line accessibile, gratuito e facilitato da un professionista che crei un contesto in cui, specialmente gli adolescenti, la fascia di popolazione più colpita da questi disturbi – sono 2 milioni 600 mila i ragazzi fra 12 e i 25 anni a soffrirne – possano sentirsi liberi di condividere, possano sentirsi ascoltati e possano essere supportati senza essere giudicati.

Le persone che soffrono di anoressia e bulimia sono in prevalenza donne, circa il 70%. Tuttavia, c’è l’altro 30%, con trend in crescita, che vede anche i ragazzi fare i conti con il proprio corpo e la non accettazione di sé. I canoni televisivi, le modelle/i,gli attori/attrici,alcune fashion blogger, ecc. Influiscono, in modo preponderante, su questa pericolosissima tendenza che coinvolge fasce età sempre più giovani.
Quali sono gli altri fattori che pericolosamente giocano un ruolo chiave nella nascita di tali disturbi?

I Disturbi del Comportamento Alimentare – spiega ancora Stefania– da qualche anno stanno assumendo le caratteristiche di una vera e propria epidemia sociale, con esordi sempre più precoci. Non si ritrovano altri esempi di disturbi psichiatrici con una propagazione di tale portata.
In Italia, oltre agli adolescenti, sono 3 milioni 600 mila le persone che ne soffrono: un numero pari alla popolazione delle città di Roma e Milano. Questi disturbi hanno un’eziologia multifattoriale e non è possibile tracciare una teoria sintetica, atta alla spiegazione della loro eziopatogenesi.
Il modello generale più convincente è quello che vede la via finale comune di vari e possibili processi patogenetici, nati da interazioni tra forze molteplici nell’evento patologico. Diversi sono i fattori di rischio, psicologici, genetici, sociali, culturali, life events, vissuti traumatici, lutti, modelli televisivi, influenza delle fashion blogger, che possono concorrere all’insorgenza dei disturbi che si manifestano nei confronti del cibo, ma che rappresentano, il più delle volte, solo la punta dell’iceberg di un disagio ben più profondo.

Un bel progetto, che tutti dovremmo sostenere nel nostro piccolo, perché l’unione fa la forza e il sogno di non vedere più giovani vite perdere la propria insieme al peso non deve morire.